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Joahnn Hari: "Tutto quello che sapete sulla dipendenza è sbagliato"

31 agosto 2015 - 15:10

Il giornalista, esperto di dipendenze, Johann Hari, propone un diverso modello politico e culturale per affrontare le dipendenze.

Scritto da Redazione GiocoNews.it
Joahnn Hari: "Tutto quello che sapete sulla dipendenza è sbagliato"

Tutto quello che sappiamo – o, meglio, crediamo di sapere – sulle dipendenze è sbagliato. Compresa quella dal gioco d'azzardo. E' la conclusione e il punto di partenza del suo discorso del giornalista inglese Johann Hari, sostenitore del network Ted, il quale sostiene - sulla base di anni di ricerca e di più recenti conoscenze scientifiche - che il nostro pensiero tradizionale sulla dipendenza risulterebbe fuorviante. “Non è la droga o il gioco d'azzardo che ci attira – spiega - piuttosto, si tratta di una mancanza di interazione significativa con il nostro ambiente che ci porta ad abusare di questi sostituti artificiali dell'interazione umana”.
 
Questa intuizione, secondo Hari, ha importanti implicazioni politiche oltre che sociologiche. “Invece di spendere risorse pubbliche sulla presunta riduzione delle addiction, sarebbe molto più efficace – come insegna l'esempio della politica portoghese sugli stupefacenti portoghese, spendere quei soldi per ricollegare le persone con la società”. Una seconda implicazione, naturalmente, è che il proibizionismo è essenzialmente un non-senso, secondo il giornalista.

IL DISCORSO DI HARI - “In uno dei miei primi ricordi a proposito di dipendenze, cerco di svegliare un parente senza riuscirci. Ero solo un bambino, quindi non capivo perché: ma da grande ho capito che in famiglia c'era un problema di tossicodipendenza, inclusa quella da cocaina. Ci ho pensato molto ultimamente, anche perché ricorre il centenario da quando abbiamo iniziato a bandire le droghe in America e Inghilterra per poi imporre quel divieto al resto del mondo". Inizia così, l'intervento del giornalista, che proponiamo in versione integrale. (Oltre a fornire il video con sottotitoli in lingua italiana).
"È il centenario di quando abbiamo preso questa decisione fatale di prendere i drogati, punirli e farli soffrire, perché credevamo che questo li avrebbe incentivati a smettere. Qualche anno fa guardavo alcuni drogati che amo e sono nella mia vita, e cercavo di capire se c'era un modo per aiutarli. Ho realizzato che c'erano moltissime domande fondamentali a cui non sapevo rispondere, tipo: qual è la causa della dipendenza? Perché continuiamo con questo approccio che sembra non funzionare? Potremmo provare qualcosa di meglio?
Ho letto un sacco sull'argomento senza trovare le risposte che cercavo, quindi ho pensato: "Ok, incontrerò persone di tutto il mondo che ci sono passate e che hanno studiato l'argomento, per parlarci, e vedere se possono insegnarmi qualcosa. All'inizio non pensavo che avrei fatto più di 50ila chilometri, ma alla fine ho incontrato un sacco di gente diversa: da uno spacciatore di crack transgender di Brownsville, a Brooklyn, a uno scienziato che ha passato molto tempo a dare allucinogeni alle manguste per vedere se apprezzavano - e pare che apprezzino, in circostanze molto specifiche - fino all'unica nazione che ha depenalizzato tutte le droghe dalla cannabis al crack: il Portogallo. Quello che ho realizzato e che mi ha sconvolto è che quasi tutto ciò che pensiamo di sapere sulla dipendenza è sbagliato, e se iniziamo ad accettare la realtà della dipendenza penso che dovremo cambiare molto più delle leggi sulle droghe. Ma iniziamo da quello che pensiamo di sapere, che io pensavo di sapere. Pensiamo a questa fila centrale. Immaginate di assumere eroina per 20 giorni, 3 volte al giorno. Alcuni sembrano più entusiasti di altri all'idea. Tranquilli, è solo un esperimento mentale. Immaginate di farlo, ok? Cosa succederebbe? Ci hanno raccontato per un secolo una storia su quello che succederebbe. Poiché nell'eroina ci sono delle sostanze chimiche che creano dipendenza, pensiamo che, prendendola per un po', il nostro corpo ne diventerà dipendente, ne avrà fisicamente bisogno e alla fine di quei 20 giorni sarete tutti eroinodipendenti, giusto? Questo è quello che pensavo.
Ho cominciato a dubitare di questa storia quando me l'hanno spiegata. Se alla fine di questo intervento venissi investito e mi rompessi un'anca, sarei portato in ospedale, dove mi darebbero un sacco di diamorfina. La diamorfina è eroina. Eroina migliore di quella che si compra per strada, perché la roba che vende uno spacciatore è contaminata. In realtà di eroina ce n'è molto poca, mentre quella roba del medico è pura. Supponiamo di assumerla per un periodo abbastanza lungo. C'è un sacco di gente qui, forse non lo sapete, ma avete assunto molta eroina. E succede anche a chiunque ci stia guardando, ovunque nel mondo. E se quello che crediamo è vero - quelle persone sono esposte a sostanze che creano dipendenza - cosa succederebbe? Dovrebbero diventare dei drogati. È stato studiato molto attentamente, e non succede: quando vostra nonna è stata operata all'anca non si è trasformata in una tossica.
Quando l'ho scoperto mi è sembrato stranissimo, l'opposto di tutto quello che mi dicevano, che credevo di sapere, non ci credevo, finché non incontrai Bruce Alexander, un professore di psicologia di Vancouver che ha fatto un esperimento incredibile e credo possa davvero aiutarci a capire la questione. Il professor Alexander mi ha spiegato che l'idea, la storia che abbiamo in testa sulla dipendenza deriva in parte da una serie di esperimenti fatti all'inizio del XX secolo. Sono esperimenti semplici, potete farli a casa stasera se vi sentite un po' sadici. Prendete un ratto, lo mettete in gabbia e gli date due bottiglie d'acqua. Una è solo acqua, l'altra è acqua addizionata con eroina o cocaina. Il ratto preferirà quasi sempre l'acqua drogata e quasi sempre si ucciderà piuttosto rapidamente. Ecco, questo è come pensiamo che funzioni. Negli anni '70 il prof. Alexander guardò questi esperimenti e notò qualcosa. E disse: 'Ah, noi mettiamo il ratto in una gabbia vuota, non ha niente da fare a parte drogarsi. Proviamo qualcosa di diverso'. Quindi costruì una gabbia che chiamò 'Rat Park' e che è sostanzialmente il paradiso dei ratti. Un sacco di formaggio, palline colorate, tantissimi tunnel. Cosa fondamentale, avevano tanti amici. Potevano fare sesso a volontà. E avevano anche le due bottiglie di acqua normale e acqua drogata. Ecco la cosa affascinante: nel Rat Park, ai ratti non piace l'acqua drogata. Non la usano quasi mai. Nessuno di loro la usa compulsivamente. Nessuno di loro va in overdose. Si va da un 100 per cento di overdose quando sono isolati a uno 0 per cento quando vivono delle vite felici e connesse.
Quando vide tutto questo il professor Alexander pensò: 'Forse questo vale per i ratti, che sono abbastanza diversi da noi'. Forse non tanto diversi quanto vorremmo ma insomma. Fortunatamente c'era anche un esperimento umano, con lo stesso identico principio nello stesso identico momento. Si chiamava Guerra del Vietnam. In Vietnam il 20 per cento delle truppe americane usavano un sacco di eroina, e se guardate le notizie dell'epoca, negli Usa erano preoccupati perché pensavano: di ritrovarsi con centinaia di migliaia di tossici per le strade degli Stati Uniti quando la guerra sarebbe finita. Aveva senso. Questi soldati, che facevano uso di eroina, vennero seguiti a casa. Gli Archivi di Psichiatria Generale fecero uno studio dettagliato e cosa successe a questi soldati? Non andarono in riabilitazione né in astinenza. Il 95 per cento di loro aveva semplicemente smesso. Se si crede alla storia delle sostanze che creano dipendenza questo non ha assolutamente senso ma il prof. Alexander pensò che poteva esserci una storia diversa sulla dipendenza. E se la dipendenza non fosse determinata da quelle sostanze? Se dipendesse dalle nostre gabbie? E se la dipendenza fosse un adattamento all'ambiente che ci circonda? Nei Paesi Bassi c'era un altro professore, Peter Cohen, che disse: 'Forse non dovremmo neanche chiamarla dipendenza. Forse dovremmo chiamarlo legame'. Gli esseri umani hanno un bisogno innato di legami, quando siamo felici e sani ci leghiamo e ci connettiamo a vicenda; ma se non ci si riesce, perché si è traumatizzati, isolati o messi al tappeto dalla vita, ci si legherà a qualcosa che ci dia un senso di conforto. Questo può essere il gioco d'azzardo, la pornografia, può essere la cocaina può essere la cannabis, ma ci si lega a qualcosa perché è la nostra natura. È ciò che vogliamo come esseri umani. Di primo acchito mi riuscì difficile capirlo,
Ma c'è un modo di vedere la cosa che mi ha aiutato a capire. Accanto alla mia sedia c'è una bottiglia d'acqua, no? Vedo che anche molti di voi hanno delle bottiglie d'acqua con sé. Dimenticate le droghe, dimenticate la guerra alle droghe. In modo totalmente legale, potrebbero essere bottiglie di vodka, no? Potremmo essere tutti ubriachi ma invece non lo siamo. Visto che vi siete potuti permettere di pagare la somma stratosferica che ci vuole per accedere agli eventi Ted, credo che possiate permettervi di bere vodka per i prossimi sei mesi. Non finireste sul lastrico. Non lo farete, e il motivo per cui non lo farete non è perché qualcuno vi fermerà, è perché avete dei legami e delle connessioni per cui volete essere presenti. Avete un lavoro che amate, avete persone che amate. Avete relazioni sane. Una parte fondamentale della dipendenza, credo che le prove lo suggeriscano, è il non avere il coraggio di essere presenti alla propria vita. Questo ha delle implicazioni importanti.
LA RICONNESSIONE - Le più ovvie sono relative alla guerra alle droghe. In Arizona ho incontrato un gruppo di donne costrette a indossare una t-shirt con scritto 'Ero una tossicodipendente', e ad uscire in catene scavando delle fosse mentre alcuni dal pubblico le deridevano. Quando usciranno di prigione saranno nel casellario giudiziale, quindi non potranno più accedere all'economia legale. Questo delle catene è ovviamente un esempio estremo, ma quasi ovunque nel mondo in qualche modo trattiamo i drogati davvero così. Li puniamo, li disprezziamo, li schediamo nei casellari. Poniamo delle barriere tra loro e la riconnessione. Un dottore in Canada, Gabor Maté, un uomo fantastico, mi ha detto: 'Se si volesse creare un sistema per aggravare la dipendenza, sarebbe sicuramente questo'. C'è un posto che ha deciso di fare l'esatto opposto, ci sono andato per vedere come funzionava. Nel 2000 in Portogallo i problemi di droga erano tra i peggiori d'Europa. L'1 per cento della popolazione era dipendente da eroina, una roba folle, e ogni anno provavano a seguire sempre di più il modello americano. Punivano la gente, la stigmatizzavano, la disprezzavano e ogni anno il problema peggiorava. Un giorno il Primo Ministro e il leader dell'opposizione si incontrano si dissero: 'Non si può andare avanti così, con un paese in cui sempre più gente diventa tossicodipendente. Mettiamo insieme un team di scienziati e medici per capire potrebbe risolvere il problema'. E misero insieme una squadra guidata dal fantastico dottor João Goulão per studiare queste nuovo approccio. Questi tornarono e dissero: 'Decriminalizzate tutte le droghe, dalla cannabis al crack, ma - e questo è il passo fondamentale - prendete tutti i soldi che spendevamo per tagliare fuori i tossici, per disconnetterli, e spendeteli per riconnetterli con la società'. Non è proprio ciò a cui pensiamo come riabilitazione da droga negli Stati Uniti e in Inghilterra. Sì, fanno anche la riabilitazione residenziale, la psicoterapia, che ha qualche effetto. Ma soprattutto, facevano l'opposto di ciò che facciamo noi: un programma intensivo per creare posti di lavoro per drogati, e micro-prestiti perché avviassero piccole attività. Mettiamo che uno fosse un meccanico. Quando sei pronto, vanno in un'officina e dicono: 'Se assumi questo ragazzo per un anno, noi ti paghiamo metà stipendio'. L'idea era che ogni tossicodipendente portoghese avesse un motivo per alzarsi al mattino. Quando ho incontrato i drogati portoghesi mi hanno detto che, una volta ritrovato un obiettivo, hanno anche ritrovato i legami e le relazioni con la società. Quest'anno sono 15 anni da quando è iniziato questo esperimento e sono arrivati i risultati: l'uso di droghe da iniezione è diminuito, in Portogallo, stando al British Journal of Criminology, del 50 per cento. Overdose e Hiv sono calati vertiginosamente tra i drogati. Ogni studio riporta che la dipendenza è scesa significativamente. La testimonianza del fatto che il sistema ha funzionato è che quasi nessuno vuole tornare al vecchio sistema. Per quanto riguarda le implicazioni politiche, credo che ci sia tutto uno strato di implicazioni in questa ricerca.

 

LE ALTRE DIPENDENZE - Viviamo in una cultura dove la gente si sente sempre più vulnerabile a dipendenze di ogni tipo, dal proprio smartphone allo shopping, al cibo. Prima che inizino questi interventi -- lo sapete -- ci viene detto di non portare il nostro smartphone e devo dirlo, molti di voi somigliavano tanto ai tossici quando si dice loro che lo spacciatore sarà irreperibile per un paio d'ore. Molti di noi si sono sentiti così e può essere strano da dire, ho parlato di disconnessione come veicolo principale di dipendenza e questa sta aumentando. È strano da dire, perché siamo certamente la società più connessa di sempre, ma ho iniziato a pensare che le connessioni che abbiamo o pensiamo di avere, siano una specie di parodia della connessione umana. Se avete un momento di crisi noterete una cosa. Non sarà un follower di twitter a sedersi con voi. Non sarà un amico di facebook ad aiutarvi. Saranno i vostri amici per la pelle, con cui avete relazioni profonde, sfumate, intrecciate faccia a faccia, e c'è uno studio di Bill McKibben, lo scrittore ambientalista, che credo ci dica molto al riguardo. Ha analizzato il numero di amici stretti che gli Americani in media credono di poter chiamare in un momento di crisi. Il numero si è abbassato continuamente, dagli anni '50. Mentre l'area del pavimento che un individuo ha in casa sua è costantemente cresciuta, e credo che sia una sorta di metafora delle scelte che abbiamo fatto come cultura. Abbiamo barattato lo spazio con gli amici, oggetti con connessioni, e il risultato è che siamo una delle società più sole che siano mai esistite. Bruce Alexander, il tipo del Rat Park, dice: 'Parliamo tutto il tempo di dipendenza e recupero individuale, ed è giusto parlarne; ma dobbiamo parlare molto di più del recupero sociale. Qualcosa è andato storto, non solo come individui ma come gruppo e abbiamo creato una società in cui per molti di noi la vita somiglia tanto a quella gabbia isolata e molto poco al Rat Park. Se devo essere onesto, non è per questo che me ne sono interessato. Non è stato per scoprire le implicazioni politiche o sociali. Volevo sapere come aiutare le persone che amo. Quando sono tornato da questo viaggio, forte di tutto questo, ho guardato i drogati che conosco. Ad essere proprio onesti: è difficile amare un drogato. Saranno in molti a saperlo in questa sala. Ci si arrabbia un sacco di volte e credo che uno dei motivi per cui questo dibattito è così intenso è perché tocca il cuore di ognuno di noi, no? A ognuno capita di guardare un drogato e pensare: 'Vorrei tanto che qualcuno ti fermasse'. Il tipo di cose che ci dicono su come relazionarci con i drogati è esemplificato, credo, e se avete mai visto "Intervention", l'idea di base è molto semplice. Prendete un tossico e tutte le persone intorno a lui, metteteli insieme, metteteli di fronte a ciò che fanno, e poi dite: 'Se non vi date una regolata, vi separeremo'. Ciò che fanno è prendere le connessioni del drogato e con quelle minacciarlo, farle dipendere dal comportamento del drogato, dal comportamento che loro vogliono. Inizio a pensare, a vedere perché questo approccio non funziona e inizio a pensare che sia un'importazione della logica della Guerra alle droghe nelle nostre vite private. Quindi ho iniziato a pensare: 'Come potrei essere portoghese?'. Quello che cerco di fare adesso, non posso dire di farlo regolarmente, e non posso dire che sia semplice, è dire ai drogati che conosco che voglio approfondire la connessione con loro, dir loro 'Ti voglio bene, che tu ti stia facendo o meno'. Ti voglio bene in qualunque stato tu sia, e se hai bisogno di me io mi siederò accanto a te perché ti voglio bene e non voglio che tu sia, o ti senta, solo. E credo che il cuore di quel messaggio - non sei solo, ti vogliamo bene - deve essere in ogni livello della nostra risposta ai drogati, socialmente, politicamente e individualmente. Sono 100 anni adesso che intoniamo inni di guerra contro i drogati. Credo che fin dall'inizio avremmo dovuto cantare canzoni d'amore, perché il contrario di 'dipendenza' non è 'sobrietà'. Il contrario di 'dipendenza' è 'connessione'. Grazie”.

L'AUTORE - Johann Hari ha trascorso tre anni di ricerche la guerra alla droga. Ha scritto per molti dei principali giornali e riviste di tutto il mondo, tra cui il New York Times, Le Monde, il Guardian, la Nuova Repubblica, la Nazione, e il Sydney Morning Herald. E' stato editorialista del quotidiano britannico Independent per nove anni. E' stato due volte nominato Giornalista dell'Anno da Amnesty International, è stato nominato Giornalista Gay of the Year agli Stonewall Awards - e ha vinto il premio Martha Gellhorn per la scrittura politica. Per il suo libro “Chasing the Scream”, ha trascorso tre anni alla ricerca la guerra alla droga e mettendo in discussione il modo in cui trattiamo la dipendenza.

 

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