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Zerbetto: 'Gioco, la matrice composita della dipendenza'

  • Scritto da Anna Maria Rengo

Lo psichiatra Riccardo Zerbetto sottolinea come in materia di gioco ci siano tanti elementi che concorrono a sviluppare forme di dipendenza.

C'è chi il problema del gioco patologico lo tocca ogni giorno con mano. È il caso di Riccardo Zerbetto, psichiatra e direttore del Centro Studi Terapia della Gestalt, oltre che direttore scientifico della Comunità Orthos, che cura i malati di Gap attraverso un percorso residenziale relativamente breve. Sulla base di questa esperienza, che giudizio dà degli interventi di prevenzione sul Gap che si effettuano al momento in Italia e come li si potrebbe e dovrebbe migliorare?

“Orthos è stato partner di Milano No Slot Educa e Forma in una campagna di prevenzione del gioco d’azzardo patologico esteso a 360 scuole. Da gennaio a maggio 2016 nelle nove Zone vengono proposti incontri formativo-interattivi in orario scolastico per promuovere sani stili di gioco rivolti alle classi V delle scuole primarie e per le classi I e II delle scuole secondarie di I grado. Contestualmente si sono tenuti incontri formativi per genitori, docenti e educatori sia per una maggiore conoscenza della diffusione del problema, sia per acquisire strumenti necessari per individuarla e contrastarla. Sono stati resi disponibili materiali di approfondimento. Il progetto è supportato dall’Ufficio Scolastico per la Lombardia – a.t. Milano e finanziato dalla Agenzia di Tutela della Salute di Milano Città Metropolitana. È emerso il fenomeno della grande diffusione dell’uso degli smartphone che rappresentano, oltre a un potenziale elemento di uso eccessivo, anche un veicolo di accesso  a forme di gioco online”.

Il gioco sano è possibile oppure è un'utopia?

“La propensione per il gioco (anche a rischio, e quindi di azzardo), come il cibo (come piacere e non solo come apporto calorico), il sesso o le bevande inebrianti, rappresentano forme di piacere per le quali l’essere umano è naturalmente incline in una percentuale rielevante se non addirittura maggioritaria degli esseri umani (come anche di molte specie animali, seppure sotto forme ovviamente diversificate. Questo postulato viene già espresso da Epicuro che sancisce come gli esseri viventi tendono al piacere ed ad evitare i dolore. Il problema si pone nella modalità 'quanti-qualitativa', nel 'come' rapportarsi alle fonti di piacere. È ovvio che l’eccesso, nelle sue diverse forme, comporta inevitabilmente un elemento ossessivo-compulsivo oltre a diversi corollari di carattere fisico, psicologico e sociale che iI gioco rappresenta una forma di attività che contraddistingue universalmente i viventi in misura proporzionale al loro grado di sviluppo intellettivo ed in particolare l’uomo. Questo postulato viene già espresso da Epicuro che sancisce come gli esseri viventi tendono al piacere ed ad evitare i dolore. Il problema si pone nella modalità 'quanti-qualitativa', nel 'come' rapportarsi alle fonti di piacere. Il 'ludus' rappresenta l’attività ideale e quindi utopica di tutte le società evolute (basta pensare ai giochi olimpici della Grecia o agli sports sviluppatisi nella cultura inglese dell’800) al punto di venire identificati come l’attività divina nella sua forma più alta in quanto non contemplata all’insegna della 'necessità' ma della pura e libera creatività ed inventiva. Accanto alle componenti più propriamente ludiche di puro intrattenimento, simulazione, addestramento, anticipazione di situazioni collegate alla realtà, sono noti aspetti problematici collegati al gioco sotto forma di comportamenti compulsivi, dipendenza, assunzione di quote inadeguate di rischio, disregolazione degli impulsi, compensazione di aspetti disarmonici della personalità del giocatore. Tali aspetti disfunzionali hanno portato, nel corso della storia, a forme di limitazione legislativa più o meno radicale del gioco, in particolare quello d’azzardo, con l’inevitabile conseguenza di forme illegali ed incontrollabili di tali attività e maggiore difficoltà di aiutare i soggetti incorsi in situazioni patologiche e autodistruttive”.

L'aumento dell'offerta di gioco è direttamente proporzionale all'aumento delle patologie a esso legata?

“Le ricerche e l’osservazione empirica sembrano sostenere questa relazione, specie nei casi in cui questa condizione espone fasce sociali 'deboli' alla seduzione di un illusorio beneficio economico che, sappiamo bene, non viene generalmente premiato nei fatti. Questo non significa sostenere una politica di radicale proibizionismo che, come la storia insegna, è generalmente all’origine di comportamenti illeciti nel soddisfare una propensione che in una minoranza della popolazione si presenta come incoercibile”

La “dipendenza” è dentro di noi o è legata a un particolare prodotto e alla sua disponibilità?

“La letteratura internazionale depone in modo sostanzialmente unanime per una matrice composita all’origine delle forme di dipendenza e del loro autoperpetuarsi: Esistono infatti elementi di carattere sociale (maggiore disponibilità di denaro, pressione mediatica, paradigmi culturali prevalenti, facile accessibilità), psicologico (strutture caratteriali, condizioni di isolamento sociale, vuoti esistenziali, povertà di valori, etc.) e collegati al 'potenziale dipendentogeno' in sé collegato, nel caso del gioco d’azzardo, alla aspettativa di ricompensa, alla 'facilità' del potenziale arricchimento o nell’ebrezza collegata alla 'gratuità' del beneficio.

Il punto cruciale sta nella mediazione che un governo dovrebbe saper (e voler…) svolgere nella relazione tra domanda e offerta, tra potenziali fruitori di attività di gioco - contraddistinte da fattore aleatorio e denaro - e i concessionari-esercenti attività di gioco che ovviamente perseguono una logica aziendale e di profitto. L’elemento che ha reso inapplicabile un’autentica politica di gioco responsabile in Italia è stata, a parer mio, la mancanza di una legge quadro che indicasse in modo chiaro le funzioni dei Monopoli di stato che, in questa fase, hanno difeso maggiormente l’affermazione sul mercato dei concessionari al fine di procurare entrate allo Stato che non la tutela della salute dei cittadini ed in particolare di quelli economicamente svantaggiati, come anziani, giovani, pensionati e disoccupati.

 

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