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Il poker che piace a tutti ma non allo Stato

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Gli italiani vogliono giocare a poker. E lo vogliono fare dal vivo, non soltanto attraverso la rete e i giochi a torneo. Il sondaggio promosso dal quotidiano GiocoNewsPlayer.it, di cui apprendiamo oggi gli esiti, è uno spunto per tornare a parlare di una materia assai dibattuta che rischia oggi di finire nel dimenticatoio, ma che rappresenta uno sei più grandi paradossi del gioco pubblico. E, volendo, una evidente contraddizione politica. Sì, perché la vicenda del poker “live”, mostra un atteggiamento assai timido del Legislatore (e, quindi, una mancanza di 'coraggio' da parte dello Stato) che seppur giustificato, in parte, dalle eccessive campagne allarmistiche da parte della stampa generalista che ne ha resa assai complessa, negli ultimi tempi, l'attuazione, rimane ancora oggi un punto in sospeso che pesa più dal punto di vista politico e istituzionale che da quello del (mancato) business per gli addetti ai lavori.


Quando i Monopoli di Stato ricordano la propria mission nel gioco e i risultati ottenuti negli ultimi anni (straordinari, peraltro, in termini di recupero dal sommerso e contrasto all'evasione), ci viene spiegato come la loro attività consista in una duplice azione che, da un lato, si compie con la regolamentazione delle forme di gioco richieste dalla comunità (per una offerta di gioco in grado di rispondere alla domanda dei consumatori e, quindi, competitiva rispetto alle proposte illegali) e, dall'altro, attraverso il presidio del territorio. Un contesto, quello appena descritto, che evidenzia la corretta impostazione su cui si basa il gioco pubblico italiano – al punto da essere preso a modello nel resto d'Europa – ma che rende, di conseguenza, inspiegabile, l'abbandono del settore del poker live. Abbiamo detto, ascoltato e più volte ribadito, che per sconfiggere l'illegalità occorre regolamentare tutte le offerte di gioco che hanno appeal sul giocatore. E già questo basterebbe a rendere il senso del paradosso che si rappresenta con il poker, da anni ormai autentico fenomeno di massa capace di attirare una fascia trasversale di giocatori, e non ancora regolamentato in Italia.
Ma l'aspetto più sconcertante di questa carenza legislativa (resa ancor più grave dal fatto che il Parlamento italiano, ormai qualche anno fa, si era impegnato nella messa al bando di specifiche concessioni per questo tipo di gioco, mai attuata) è che, mentre lo Stato si dimentica di intervenire con una regolamentazione, nell'intera Penisola si continua a giocare comunque, nei circoli, in modalità rigorosamente 'live'. Ovvero, soldi alla mano. Per un flusso di denaro completamente sconosciuto al fisco e in assenza di requisiti di “sicurezza” visto che, di nuovo, la materia non compare ancora tra quelle del Testo Unico che definisce le norme per i locali pubblici. Un'attività chiaramente illegale, ma piuttosto sotto la luce del sole; basta aprire uno dei vari social network per ritrovarsi sommersi di annunci di tornei di poker in qualche circolo di qualunque città. E molto spesso, si trovano addirittura per strada, nei cartelli pubblicitari. Per un settore che vive dunque in un limbo creato proprio dallo Stato, che questa volta dimentica persino le entrate che potrebbero scaturire dalla messa in regola di questa attività.
Una cosa va certamente detta: l'intervento regolamentare su questo settore non è affatto banale. Il rischio – anche questo più volte ricordato – è legato alla interazione tra giocatori che si avrebbe nel consentire un gioco tra persone sedute allo stesso tavolo (più semplicemente: chi assicura che, una volta avviata una partita nei parametri fissati dallo Stato, come per esempio con iscrizione entro i 100 euro e vincita massima fissata per legge, non si verifichi poi uno scambio di denato ulteriore tra i player?). Ma al di là delle osservazioni più spicciole che si potrebbero sollevare (per esempio: non avviene la stessa cosa in quei locali dove si gioca a briscola o a tre sette promettendosi denaro o una consumazione, o si vuole anche qui far finta di niente?), vale la pena riportare una delle possibili soluzioni avallate e senza dubbio proposte nel settore: quella cioè di legale l'esercizio del poker live a degli ambienti di gioco altamente selezionati al cui interno opera soltanto personale specializzato – in grado cioè di sorvegliare adeguatamente i movimenti nelle sale - e i cui costi di concessione ed esercizio sono talmente alti da rendere impensabile il rischio di “cadere in tentazione” nei confronti di qualunque irregolarità da parte dei titolari. Ovvero, le sale bingo e quelle dedicate alle videolottery. Una ipotesi sensata, da discutere, analizzare e strutturare in maniera adeguata. Insomma, tutto, fuorché abbandonarla. Eppure, tant'è.
Vale la pena ricordare, con ulteriore esercizio di onestà, che lo Stato, qualche mese fa (e comunque in grande ritardo), aveva provato a porre fine a questa vicenda, promettendo di intervenire con la pubblicazione del tanto atteso bando per le nuove concessioni. Salvo poi ritrovarsi in prima pagina di vari giornali con l'accusa di voler ammalare ulteriormente la società con duemila sale di poker. E lì si è arenata anche l'ultima speranza per il poker live.
Quello che bisogna capire e su cui l'opinione pubblica dovrebbe riflettere (insieme ai colleghi di qualche testata a volte poco attenti) è che, nella situazione attuale, regolamentare il settore diventa necessario. E non si tratta, al contrario, di una ulteriore ricerca di quattrini nelle tasche degli italiani né di un “azzardo” politico. Al contrario, si andrebbe a regolare un gioco già diffusissimo sul territorio e sul quale gli italiani già spendono abbastanza, ma senza portare alcun centesimo allo Stato e senza i criteri di sicurezza che il sistema di gioco pubblico impone attraverso una regolamentazione. Questo è quello che bisognerebbe sapere sul poker live. Ma qualcuno, del resto, dovrebbe anche spiegarlo.

 

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