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Fermare il declino del gioco pubblico

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Non ce ne vorrà il collega Oscar Giannino se ci rifacciamo al suo brand politico per richiamare l'attenzione su un fenomeno di malcostume politico che sta causando il declino del comparto economico e produttivo del gioco pubblico. Basta guardare il trend degli ultimi mesi per capire come i continui rimandi del governo (e in particolare, degli ultimi tre esecutivi che hanno guidato il paese dal 2012 ad oggi) stanno portando alla disfatta il settore. Ma tirandosi dietro, se così sarà, anche il resto del paese in un fallimento politico prima ancora che economico e industriale.

E non soltanto per via della rilevanza economica del comparto – che rappresenta oggi, ci piaccia o no, la terza economia nazionale, capace ancora di creare occupazione nella Penisola – quanto, piuttosto, perché una sconfitta del sistema equivarrebbe alla rinuncia di uno dei capisaldi dell'ordinamento italiano, che prevede la gestione del gioco in regime pubblico, con il dichiarato obiettivo di sottrarre questo mercato all'illegalità. E l'abbattimento del gioco lecito significherebbe proprio questo: la riconsegna al sommerso. Un concetto chiaro, cristallino e – dovremo dire - risaputo. Ma non nelle terminazioni locali della politica, che ancora oggi continua a portare avanti battaglie senza limitazioni di colpi al sistema del gioco lecito. Dimenticando la centralità dello Stato sulla materia (del resto mai rivendicata da chi lo Stato lo rappresenta in maniera diretta) e ignorando le conseguenze di tali azioni repressive. E da qui la definizione, senza dubbio colorita, di malcostume politico. 
Se, fino a qualche tempo fa, quella contro il gioco rappresentava una mera battaglia ideologica, oggi la deriva populista che sta prendendo sempre più piede nei palazzi della politica, anche a livello locale, ha portato tanti e davvero troppi amministratori a voler sterminare – ormai  dichiaratamente – il gioco pubblico dai territori. Lo vediamo in Lombardia, dove la legge voluta dal presidente Roberto Maroni, pur rivelandosi in principio più efficace nell'annunciare soluzione che nell'adottarle, sta causando già oggi non poche grande agli addetti ai lavori, condizionando in maniera forte l'opinione pubblica, oltre ad introdurre limiti e divieti. E, soprattutto, ispirando altri amministratori locali, in un momento in cui le agende elettorali non chiedono altro che un tema popolare a cui ispirarsi.
Così, mentre il governo prende tempo, i territori continuano l'operazione di abbattimento. E anche se la delega concessa dal Parlamento pone sul tavolo dell'Esecutivo un ricettacolo di soluzioni e cambiamenti da percorrere per il risanamento e la razionalizzazione del comparto, non si conoscono ancora le intenzioni del premier Matteo Renzi e del nuovo leader dell'Economia nel gestire la materia. Quello che è certo però è che serviranno coraggio e determinazione, insieme a una buona dose di pragmatismo, per affrontare la questione in modo adeguato e nel tradurre in azione quelle indicazioni già studiate dalle Camere, che sembrano aver intravisto, in qualche modo, una prospettiva di sostenibilità per il settore.
Per questo, ha ragione il presidente di Snai, Giorgio Sandi, a chiedere al premier un 'job act' sul settore, che ci sentiremo di estendere all'intero comparto più che al solo settore ippico (comunque da salvare, e al più presto). Certo, siamo onesti, il gioco pubblico non è il solo problema di questo paese e nessuno vorrebbe che il premier, in un momento così delicato, pensasse principalmente a questo settore. Ma il rischio, al contrario, è che il gioco venga dimenticato del tutto, e relegato ancora a una volta a un qualche intervento di urgenza dettato da eventuali situazioni specifiche, che non basterebbe, in nessun modo, a invertire la rotta. E a fermare il pericoloso declino di fronte al quale siamo tutti spettatori, in attesa di un'azione concreta.

 

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