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Il riordino non può più attendere: per Stato e industria

Dopo le pronunce decisive dei tribunali e alla luce degli sviluppi sui territori, il riordino dei giochi diventa sempre più urgente, per gli Enti e per l'industria.

Il riordino del gioco pubblico non può più attendere. Il governo è chiamato ad esprimersi rispetto a una materia che si fa ogni giorno vieppiù complessa e scivolosa, le cui conseguenze stanno per sfuggire ad ogni tipo di controllo. Se già oggi appare quanto mai difficile riportare la situazione in un alveo di tranquillità, dopo la “battaglia” disputata su vari fronti tra Stato centrale, industria ed enti locali attorno alla regolamentazione del mercato, è del tutto evidente come nelle ultime settimane stiano venendo al pettine i troppi nodi non ancora districati dal Legislatore, con conseguenze fortemente critiche, spesso addirittura dannose. Non solo per l'industria ed i suoi addetti, ma anche per le comunità: quindi, per il paese.

In un comparto dalle tante implicazioni - pensando agli aspetti sociali, sanitari, economici, politici e occupazionali legati al gioco pubblico - che rende ogni mossa politica, come pure ogni carenza, di massima rilevanza. Con un'eco proporzionale alla gravità del caso, e spesso anche molto di più.
Gli “sviluppi” (si fa per dire) che si registrano in questi giorni nell'ambito della cosiddetta "Questione territoriale" del gioco pubblico, rappresentano il risultato di una politica scellerata portata avanti nel nostro paese, tra il lassismo degli ultimi governi e le politiche miopi - a volte del tutto avventate - di alcuni enti locali, che pur inseguendo un fine più che nobile (come la tutela dell'ordine pubblico e della salute), sono finiti con l'imporre limiti insostenibili e quindi proibizionisti, che hanno portato alla totale espulsione del gioco legale dal territorio. A inevitabile beneficio di quello illegale, che continua ad esserci e torna oggi a proliferare, grazie anche alle restrizioni imposte all'offerta di gioco statale.
Non è un caso che gli stessi enti che hanno avviato politiche restrittive nei confronti del settore stiano facendo marcia indietro: non tanto rispetto alle proprie opinioni, quanto, piuttosto, rispetto agli strumenti adottati, che si stanno rivelando inefficaci quando non del tutto inadeguati o addirittura deleteri. In Liguria, nonostante le tante polemiche attorno al tema, la Regione è chiamata a rivedere la propria regolamentazione al fine di scongiurare il fallimento di tante imprese che hanno investito nel gioco in quanto prodotto garantito dallo Stato e non possono essere quindi portate in bancarotta dallo stesso Stato, in qualunque sua declinazione. Anche in Emilia, lo abbiamo appreso nelle scorse ore, la Regione potrebbe rivedere le regole che disciplinano i giochi sul territorio, avendo introdotto restrizioni per giochi del tutto innocenti che si rivolgono ai minori.
Questo non significa tuttavia che in questo scontro aperto tra governo centrale ed enti territoriali ad avere ragione fosse l'Esecutivo, alimentando così la falsa convinzione che la situazione attuale sia da considerare “ideale”, dovendo quindi cancellare o comunque superare le discipline imposte a livello locale. Tutt'altro. Come abbiamo sempre evidenziato, se comuni e regioni si sono sentiti in dovere di intervenire ponendo limiti e restrizioni al gioco pubblico è perché le regole dettate dallo Stato risultano incomplete e, quindi, inadeguate. Quello che però continua ad essere oggettivamente valido e indispensabile è il modello di base adottato dal nostro Legislatore, ovvero quello concessorio, che nel gioco come in tanti altri settori, ha lo scopo non solo di garantire la qualità dei servizi ma anche – e soprattutto – la sicurezza dei consumatori. Va quindi da sé che lo Stato debba sì intervenire sulla regolamentazione del gioco, tenendo conto delle necessità ravvisate dai territori e preservando il principio di Sussidiarietà, ma senza prescindere dalla Riserva introdotta ormai tanto tempo fa e a garanzia di tutti. Le conseguenze che si stanno avendo oggi su varie regioni, dove le leggi locali vengono messe in discussione su più fronti, evidenziano come un riordino del comparto risulti oggi necessario agli stessi enti locali prima ancora che agli addetti ai lavori. Per evitare il degenerare di una situazione che potrebbe portare numerosi disagi nelle comunità, forse anche maggiori rispetto all'eccesso di gioco.
E' quindi giunto il momento di riprendere in mano la situazione per il governo, arrivando a una sintesi dei lavori in Conferenza Unificata, senza aspettare la fine (anche) di questa legislatura. Perché il settore potrebbe non raggiungere questa scadenza e, nel frattempo, rischierebbero di esplodere situazioni di disagio sui territori dove andrebbe scomparendo l'offerta legale. Senza contare, poi, che in questo clima di totale dissesto esistono anche migliaia di imprese che, ci piaccia o no, “vivono” di gioco. Che non sono poi soltanto i gestori diretti dei prodotti ma anche i tanti pubblici esercizi che, in questo caso, rappresentano quello che si è soliti definire l'indotto. Anche se il tema viene troppo spesso dimenticato o messo da parte, occorrerebbe in effetti ricordare che in questo clima di totale incertezza e di impasse istituzionale, ci sono anche le imprese, che attendono di conoscere il proprio destino e che chiedono allo Stato: qualunque sia la “soluzione finale” che intende imporre al gioco pubblico, di tornare a legiferare, consentendo agli enti preposti (e in questo caso, al regolatore) di tornare a dettare quelle norme che risultano urgenti e necessarie per programmare i propri investimenti, e provare almeno a immaginare un domani,
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