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Solo l'Accademia può salvare il gioco pubblico

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Il gioco è sempre più materia di studio all'Università e negli istituti ma non nella politica.

Forse molti di noi, durante l'adolescenza e la pubertà, ci siamo sentiti ripetere dai nostri genitori che se avessimo voluto realizzare qualcosa nella vita avremo dovuto studiare. E lo stesso ci veniva detto - e viene detto ancora oggi ai giovani - che se si vuole cambiare in meglio questo nostro mondo, si deve essere in grado di capire i problemi, le cause e gli effetti di Ogni fenomeno, per poterne individuare soluzioni idonee. Ancora una volta studiare, dunque. Parole sante, non v'è alcun dubbio. Per un insegnamento che non smetterà mai di essere attuale.

Tanto meno efficace. Peccato però che non ci arrivi un grande esempio dalla politica, troppo spesso impreparata di fronte a temi anche molto importanti per la nostra vita quotidiana. Ne è una prova il modo in cui viene trattato - e da sempre - il comparto del gioco pubblico. Un settore assai controverso, è evidente: ma da qualunque parte si guardi al lavoro compiuto dagli ultimi governi nei confronti di questo settore non si può fare a meno di essere critici. E insoddisfatti. Sotto tutti gli aspetti. Vale per il più radicale degli esponenti del fronte "anti-gioco" fino al più liberale individuo vicino all'industria o appartenente ad essa. Qualunque sia il modo di pensarla, sui giochi, in Italia, non si può essere in nessun modo soddisfatti. Colpa dei troppi errori commessi nel tempo che hanno portato un'industria florida e virtuosa come quella conosciuta fino ad oggi, sull'orlo di una crisi generale che rischia di portare alla chiusura delle imprese; mentre parte del paese grida al proibizionismo e il governo, al contrario, promette una riduzione ma mette a bilancio ulteriori entrate dai giochi. Per un cul-de-sac che avrebbe del paradossale, se non fosse che in Italia siamo fin troppo abituati a questo tipo di dibattiti assai sterili ma alquanto pericolosi.

Il problema, diciamolo pure, è proprio la mancanza di studi approfonditi sulla materia, e di ore di studio dedicate a questa industria da parte di chi deve scrivere le leggi. Altrimenti non si spiegherebbero i così tanti errori e i successivi interventi di recupero che si sono susseguiti nel tempo. Il più clamoroso, probabilmente, è stato il prelievo straordinario di 500 milioni imposto dalla stabilità del 2015 e cancellato da quella del 2016 perché inapplicabile. Anche se oggi rischiamo di segnare un nuovo capitolo della collana delle Leggi sbagliate, con la "manovra-bis" già approvata dal governo e pubblicata in Gazzetta, che il Parlamento sembra essere costretto a modificare proprio nella parte sui giochi per non dare il via allo smantellamento di un comparto industriale che potrà pure non piacere, ma che in questo momento è comunque in grado di garantire grande occupazione in un momento in cui non è affatto semplice la situazione lavorativa dell'intero paese.
Che il governo abbia scritto troppo frettolosamente le misure relative al gioco pubblico è piuttosto evidente: pur essendo andato avanti ostinatamente per la propria strada anche di fronte ai vari "warning" lanciati dalla Corte dei Conti e dai Monopoli di Stato. Così oggi appare quanto meno curioso sentire rappresentanti dello stesso governo - a partire dal vice ministro all'Economia Morando - che ragionano sulle criticità delle nuove aliquote sul gioco fisico, ipotizzando una ripartizione degli aumenti anche sul gioco online. Per evitare squilibri che rischiano di alterare le condizioni del mercato, dice. Difficile dagli torto. Non a caso, nelle ore immediatamente successive, si è iniziato a sentir parlare da più parti di spostare l'inasprimento dell'imposizione anche sul gioco telematico che sarebbe "favorito" rispetto al terrestre. Una riflessione legittima, perché no. Anche se l'industria aveva espresso fin dal primo momento le proprie perplessità rispetto a una manovra che andava a penalizzare esclusivamente un segmento del gioco, cioè quello degli apparecchi. Ma non - si badi bene - nei confronti di quello online, ma rispetto a tutti gli altri prodotti di gioco, e la faccenda è ben diversa. Tra l'altro, se il rischio palesato dal vice ministro è quello di un pericoloso squilibrio tra gioco fisico e virtuale dal punto di vista della tassazione, lo stesso tema era già stato evidenziato qualche anno fa, quando una precedente manovra interveniva sulla tassazione dei giochi, ma in maniera del tutto opposta: introducendo cioè la tassazione sul margine per il settore delle scommesse e per quello dell'online, con un'aliquota diversa tra scommesse "a terra" e quelle "in rete" ma in favore, allora si, del gioco fisico (18 percento contro il 22). Senza che nessuno, all'epoca, avvertisse dei rischi di distorsione del mercato.
Ma anche la semplice osservazione di considerare il gioco online "favorito" rispetto a quello fisico per via dell'aliquota inferiore, oltre ad essere scontata è anche del tutto superficiale. La realtà, infatti, è che il settore del gioco online non è favorito dalla attuale tassazione (che, come detto, è persino superiore a quella del fisico nel segmento del Betting), ma è sottoposto a un regime fiscale più efficiente che è in grado di garantire risultati sia all'Erario che alle imprese. Attraverso la cosiddetta tassazione sul margine, e non sul cassetto, come avviene ancora oggi per le slot. Per questo sarebbe importante studiare e capire le caratteristiche di un settore così altamente complesso e delicato: per riuscire a decifrare correttamente le necessità e tradurle in leggi efficaci per ottenere i risultati desiderati. Quando si iniziava a parlare di aumento dell'imposizione ulteriore sulle slot, questo Quotidiano aveva evidenziato i rischi e le perplessità di un'azione di questo tipo, suggerendo come unica possibilità, quella di introdurre una tassazione sul margine anche per gli apparecchi che avrebbe portato a generare entrate maggiori. Ma il governo non sembra voler considerare questa strada. Anche se nella proposta di riordino presentata in conferenza unificata, in realtà, si faceva riferimento a questo passaggio, sia pure in maniera vaga e senza dubbio timida. Al punto da non essere neppure considerata in fase di stesura della manovra.
Per questo diciamo oggi che bisogna studiare a fondo il settore, creando una cultura del gioco pubblico.
In questi giorni la necessità diventa sempre più evidente. E non solo per via degli strafalcioni di Palazzo Chigi e delle possibili toppe al vaglio del Parlamento, ma lo vediamo anche dai dibattiti che si stanno realizzando sul settore. A partire da quello della scorsa settimana, in cui la Fondazione Bruno Visentini, supportata da una lucida analisi del presidente di Ipsos Ferdinando Pagnoncelli, ha messo in risalto i limiti e le incongruenze della trattazione politica di questa materia. Mente questa settimana si apre con il gioco pubblico oggetto di studio all'Università di Bologna ("Il gioco lecito tra regolazione e tutela dei diritti"), dov'è inevitabile, anche qui, mettere in luce le tante storture, ma potendo anche ascoltare preziose indicazioni per una riflessione più approfondita e mirata di una questione troppo importante per essere dominata dall'ignoranza. Che la legge, peraltro, non dovrebbe ammettere. Almeno in teoria.
 
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