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Riordino giochi: ora i conti iniziano a non tornare

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Il Fisco italiano ha chiuso il primo semestre 2017 con un -1,1% sulle entrate dai giochi pubblici. Un “buco” che può compromettere i piani del governo.

 

Adesso è ufficiale. Tra manovre e manovrine, lo Stato è riuscito a compromettere i propri conti, riguardo ai proventi del gioco pubblico. E non solo quelli delle aziende che operano nel comparto. Come avevamo preventivato, stimato e documentato già nelle scorse settimane su questo Quotidiano, la raccolta del gioco pubblico – e, in particolare, quella degli apparecchi da intrattenimento, i più redditizi per l’Erario – si sta contraendo durante l’anno corrente, al contrario di quanto stimato dell’Esecutivo nella stesura della Manovra Bis, con la quale prometteva nuove entrate dai giochi attraverso un rincaro della tassazione. Invece, tutto ciò non può accadere, e a dimostrarlo – adesso – è il Fisco, con i dati ufficiali della semestrale 2017 che rivelano una diminuzione dell’1,1 percento delle entrate da gioco. Un aspetto messo in risalto puntualmente anche dal Quotidiano economico IlSole24Ore, che ha approfondito la materia in questi giorni, rivelando le contraddizioni dell’azione governativa e i rischi per la tenuta del sistema e dei conti pubblici.

Non serve un grande sforzo, in effetti, per rendersi conto che se il calo si è palesato già nei primi mesi dell’anno, di certo il conto economico non potrebbe non migliorare nel secondo semestre, mettendo seriamente a rischio i 10 miliardi che il mercato dei giochi assicura ormai ogni anno allo Stato. Non solo, quindi, i proventi “aggiuntivi” che il governo prometteva a Bruxelles con la manovrina, giustificandoli col rincaro del Preu. Bisogna infatti tenere conto degli altri tavoli tenuti aperti dall’Esecutivo sui giochi, come continuiamo a ripetere da mesi: in primis, quello della Conferenza Unificata, in virtù del quale è fuoriuscita la riduzione progressiva delle new slot, che toglierà dalla circolazione il 35 percento degli apparecchi in circolazione. Ma ci saranno anche le prime leggi regionali e i primi regolamenti comunali ad entrare in vigore, rivoluzionando l’attuale composizione territoriale del mercato dei giochi, con pesanti ripercussioni occupazionali sull’intero comparto.
Insomma, un bell’enigma che il governo dovrà tentare di risolvere, con il “buco” nei conti statali che rappresenta un ulteriore fardello in vista dell’attesa riunione della Conferenza Unificata del 7 settembre, annunciata come quella “risolutiva” per i giochi. Nonostante il sottosegretario all'Economia, Pier Paolo Baretta, minimizzi sui risultati fiscali, giustificando al quotidiano di Confindustria che “le oscillazioni sulle entrate sono da ritenersi fisiologiche”. Che sarà pure vero, non c’è dubbio, anche se la storia del comparto ci insegna che in quattordici anni non era mai accaduto nulla di simile, anzi. E non si può neppure far finta che il prossimo “taglio” non interferisca con la raccolta, visto che delle oltre 142.600 slot da rottamare, come noto, circa 125mila saranno tolte da bar e tabacchi e 17mila dagli esercizi generalisti secondari (alberghi, edicole, ristoranti, stabilimenti balneari) già a partire da quest’anno.
La questione da risolvere, comunque, rimane quella del rapporto tra Stato ed Enti locali, basata a sua volta su quello tra giochi e salute pubblica. Che vede come oggetto del contendere proprio la diffusione delle slot sul territorio, guidando la riduzione di cui sopra. E’ quindi evidente che la soluzione in grado di portare il sistema in quello stato di “equilibrio” più volte invocato dallo stesso Baretta, potrà passare soltanto per una mediazione, in un esercizio di dialettica dove il sottosegretario dovrà rispolverare tutte le doti e le esperienze di buon sindacalista che lo hanno contraddistinto nel tempo. Ma non basta. Servirà anche uno sforzo e una prova di maturità da tutte le parti in causa, per poter chiudere la partita. L’industria, da un lato, dovrà capire – a tutti i livelli – che è ormai impensabile di veder rimanere inalterato il mercato in cui opera, conservandolo intatto nel futuro, nella sua strutturazione attuale: anche se da questo punto di vista, va detto, gran parte della filiera ha già mostrato grande serietà nel proporre al governo soluzioni alternative, mirate alla sostenibilità e non al mero mantenimento dello status quo. Dall’altro lato, però il grande sforzo dovrà arrivare dai rappresentanti degli enti locali, i quali dovranno mostrare concretezza di fronte ai rischi ai quali si sta andando incontro, non solo in termini di tenuta erariale ma anche di presidio dell’illegalità: quindi, non soltanto nell’interesse (comune) dello Stato centrale, ma anche rispetto al proprio, e agli scopi da essi stessi perseguiti. Perché nel ritorno dell’offerta illegale, non ci saranno certo garanzie per i cittadini né contro le dipendenze né tanto meno in termini di sicurezza e sul rischio frodi. Un punto, quest'ultimo, che se non altro riesce ad essere garantito dall’offerta di gioco legale. A prendere coscienza, infine, dovranno essere anche quegli schieramenti politici o singoli rappresentanti di partito che – magari dietro le quinte – continuano a preferire le soluzioni postume, invocando un rinvio alle prossime legislature per gli interventi sui giochi, lasciando così la “patata bollente” del riordino ai governi futuri. In perfetto stile italiano. Adesso, però, non è più tempo di giocare, è il caso di dire. E’ tempo di riforme, invece, e non solo di un parziale riordino.
 

 

 

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