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Tra manovra e riordino: la via giusta da seguire sui giochi

Nella settimana decisiva per il riordino dei giochi iniziano i lavori di stesura della Manovra fiscale: un duplice scenario che preoccupa la filiera.

 

Il “sentiero è stretto e le risorse limitate”, ha detto il Ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, parlando della prossima Manovra di Bilancio che il governo (e il paese) si prepara ad affrontare. Con tutta la prudenza del caso. Specificando, però, che “non dovrà far danni”. Ed è proprio quello che si augurano gli italiani, e in particolare, gli operatori del gioco lecito: quelli che i veri danni li hanno subiti, e non pochi, dalla precedenti manovre economiche. Specialmente chi opera nella filiera degli apparecchi da intrattenimento, la più colpita dalle revisioni di politiche economiche e fiscali degli ultimi mesi, pensando al rincaro della tassazione disposto dalle ultime leggi finanziarie – come si chiamavano un tempo – e sopratutto dalla recente Manovra aggiuntiva, che ha portato alle stelle il Preu e la cosiddetta “tassa sulla fortuna”, che dopo essere stata incrementata su tutti i giochi dove è possibile la sua applicazione, raddoppierà il prelievo sulle vincite superiori ai 500 euro a partire dal prossimo mese anche sulle Vlt. Andando così a ridurre al minimo ogni marginalità per gli operatori, ma anche quelle per i giocatori, col rischio di una seria perdita di appeal dei prodotti di giochi sul pubblico, oltre a quello di una riduzione del gettito erariale.

Come si sta già verificando, del resto, guardando i risultati economici del settore nel primo semestre. Segnali importanti, di cui dovrà tenere conto il governo, nel portare avanti le proprie politiche economiche, e non solo. In una duplice partita che l'Esecutivo è chiamato a giocare in questi giorni, con uno sguardo alla cassa e un altro ai territori. Alla ricerca di un equilibrio che possa garantire una tenuta globale, se tutti i fronti. Sì, perché proprio nel momento in cui in via XX Settembre si avvia la stesura della prossima manovra, sembra arrivare a conclusione il tavolo di confronto con gli enti locali per il riordino del comparto giochi. Atteso come non mai dall'industria, ma al tempo stesso temuto, per via delle misure predisposte dall'Esecutivo che mal si conciliano con quelle fiscali di recente emanazione. Tanto più che si andrebbero a sommare alla riduzione del numero di apparecchi in circolazione già disposto dal governo e la cui attuazione inizia proprio in questi giorni, dopo la pubblicazione in Gazzetta del primo settembre del decreto ministeriale che ne stabilisce i criteri e la loro applicazione. Giusto qualche ora prima della riunione “decisiva” della Conferenza Unificata che dovrebbe scrivere la parola “fine” sul riordino giovedì 7 settembre. Nell'auspicio generale, degli addetti ai lavori, che la fine decretata dal (presunto) riordino si possa riferire al contenzioso tra Stato ed Enti locali, e non all'intero settore, come temono alcuni.
Nei piani predisposti dall'Esecutivo nella proposta depositata in Conferenza, in effetti, si scorgono alcuni riferimenti relativi alla tutela degli investimenti compiuti “dall’intera filiera del gioco lecito”, affidando alle Regioni e agli Enti locali il compito di ridurre ulteriormente i punti vendita che ospitano giochi, fino ad arrivare al loro dimezzamento, adottando però nei propri piani urbanistici, criteri che “tengano anche conto della ubicazione degli investimenti esistenti”, e “consentano una equilibrata distribuzione nel territorio allo scopo di evitare il formarsi di ampie aree nelle quali l'offerta di gioco pubblico sia o totalmente assente o eccessivamente concentrata”. Ma non è chiaro quanto possa essere temporalmente valido il principio espresso in caso di nuovi bandi di gara: mentre risulta imprescindibile garantire ai futuri partecipanti ai bandi la certezza del luogo in cui potranno operare. Si pensi per esempio alle sale bingo, che per caratteristiche strutturali non possono essere traslocate se non attraverso un totale azzeramento degli investimenti e dell’avviamento realizzati nel corso degli anni. Inoltre, non è chiaro come si possa pensare alla riorganizzazione totale dei punti vendita senza interrompere la raccolta e senza andare ad intaccare i valori occupazionali garantiti dalla filiera (con circa 8mila occupati diretti nella distribuzione degli apparecchi più il relativo indotto). Tutto questo perché il principio di tutela della filiera viene rimandato a una successiva e ulteriore intesa tra governo ed enti, che chissà quando potrà arrivare. Meglio sarebbe, invece, l'ipotesi di censire in maniera puntuale l'attuale rete del gioco, fissando i locali ad oggi operativi e applicare le limitazioni alle nuove aperture, in modo da evitare i problemi di rinnovi e subentri che già oggi rappresentano uno dei principali problemi che si riscontrano nei territori in cui sono in vigore leggi regionali “anti-gioco” e che stanno affollando i tribunali amministrativi della Penisola.
Oltre a definire i criteri definitivi sui quali basare il riordino, tuttavia, il governo dovrà preoccuparsi di rimettere in sesto i conti economici dovuti alla filiera, tenendo conto della diminuzione della raccolta erariale di cui si parlava poc'anzi, e dei rischi in termini di competitività e appetibilità di prodotto. Sì, perché se la perdita di appeal sui giocatori può apparire come una virtù, tenendo conto che la necessità di ridurre la diffusione delle dipendenze che – almeno in teoria – è alla base della cosiddetta “questione territoriale”, in realtà il rischio concreto è che non si realizzi una diminuzione dei giocatori, bensì una mera migrazione dalla rete legale verso quella completamente illecita, in modo diametralmente opposto a quanto è avvenuto negli ultimi quindici anni, con la progressiva regolamentazione del gioco. Che sarà stata pure eccessiva, non c'è dubbio, ma sacrosanta nei principi e del tutto necessaria.
Ciò detto, il governo dovrà soprattutto resistere dalla tentazione di mettere nuovamente mano alla leva fiscale nei confronti di questo settore, visto che al Ministero si ragiona su una manovra per il 2018 che si aggira tra i 22 e i 25 miliardi di euro, dove non tutte le coperture sono state ancora individuate. Ma che stavolta non potranno venire dai giochi. Anche se i 15,2 miliardi di euro di clausole di salvaguardia da disinnescare (che prevedono, tra l'altro, un nuovo aumento dell’Iva e delle accise), continuano ad apparire più importanti dell'industria del gioco. Ma nel caso in cui dovesse saltare l'intera filiera, verrebbero vanificati anche i presunti progressi degli ultimi mesi in termini di occupazione, con migliaia di nuovi disoccupati da ricollocare. Per questo la partita dei giochi appare ogni giorno sempre più difficile. Nonostante i presunti progressi della Conferenza unificata. Nonostante la chiusura di quel tavolo risulti sempre più urgente. Tanto più adesso, con la manovra economica che dovrà essere presentata entro metà ottobre. Data in cui i conti dovranno necessariamente tornare. Per il bene di tutti.
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