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Riordino giochi: quel bicchiere mezzo pieno ma con troppo vuoto

  • Scritto da Alessio Crisantemi

All'indomani dell'accordo raggiunto tra governo ed enti locali in Conferenza unificata, crescono le preoccupazioni nel settore: per una strada sempre più in salita.

 

Un piccolo passo per il governo ma un grande passo per l'intero settore. E' lo slogan che avrebbe potuto accompagnare (in modo senz'altro evocativo) l'accordo raggiunto dall'Esecutivo con gli enti locali per il riordino del gioco pubblico, dopo due anni si affannosi colloqui e continui rinvii. Così, almeno, speravano di poter stigmatizzare l'evento gli addetti ai lavori, da tempo in attesa di veder terminare l'eterno conflitto tra Stato centrale e le sue diramazioni locali. Ed è proprio questo il tono con cui lo stesso governo prova a tranquillizzare gli animi degli addetti ai lavori, rilanciando i contenuti dell'intesa ed evidenziandone le virtù. Che ci sono pure (e proviamo a evidenziarle nel seguito), nel testo base, ma che non riescono, almeno per ora, a cancellare quella sensazione di occasione perduta dalla mente degli imprenditori della filiera. Tra le ragioni alla base dell'intesa da ricercare con gli enti, in effetti, c'era proprio la necessità – divenuta vieppiù stringente – di arginare la deriva degli ultimi anni che ha visto la Penisola dotarsi di una legislazione completamente disomogenea tra i vari territori: un punto centrale che l'accordo non ha saputo superare completamente, mantenendo non solo la facoltà di intervenire a Regioni e Comuni sulla regolamentazione del gioco (cosa che, in realtà, appariva piuttosto inevitabile, tenendo conto che il Balduzzi prima, e la Legge Delega poi, già imponevano questo passaggio), concedendo addirittura anche il mantenimento delle leggi regionali vigenti. Quelle cioè all'origine e alla base del contenzioso.

Per una “Questione Territoriale” tutt'altro che conclusa e, anzi, ulteriormente rivitalizzata. Senza contare, poi, che in questa potenziale “legittimizzazione” delle leggi locali, sembrano venire meno i principi fondatori del comparto del gioco legale, che il Legislatore aveva circoscritto a una Riserva di Stato, proprio per evitare una disciplina eterogenea sul territorio, che mal si sarebbe conciliata con le necessità di tutela dell'ordine pubblico e sicurezza che si ravvisano in un'attività economica così complessa e delicata.
Sta di fatto però, che nonostante il settore non possa certo brindare al raggiungimento di un accordo, in quanto non risolve parte dei problemi che si prefiggeva di arginare (basti pensare che, ad oggi, continua ad apparire fortemente improbabile riuscire a procedere con i bandi di gara per il rinnovo delle concessioni del gioco terrestre, che erano tra le maggiori priorità e obiettivo dell'intesa), si può (e si deve) comunque cercare di vedere il bicchiere mezzo pieno, e non solo per il “punto e a capo” segnato dall'esecutivo che impone comunque una ripartenza. Nella sintesi fuoriuscita dalla Conferenza, in effetti, vengono stabiliti (o, meglio, ribaditi) dei principi fino ad oggi trascurati, spesso ignorati, dai regolamenti regionali e comunali e dei quali, d'ora in poi, si dovrà necessariamente tenere conto. In primis, la “tutela degli investimenti”: che nell'accordo viene sì citata in maniera fin troppo vaga, ma che deve comunque valere come una garanzia per gli imprenditori che hanno compiuto sforzi e creato occupazione negli anni. Se il testo prevede limiti massimi per la distribuzione dei prodotti di gioco (o, meglio, delle sole slot, a proposito di interventi parziali), vengono comunque previsti, sia pure indirettamente, dei limiti minimi di presenza sul territorio. E' quindi evidente che non potranno e dovranno esserci zone senza slot, con la creazione di “ghetti” riservati all'azzardo, o di “zone a luci rosse”, come le aveva definite più volte il sottosegretario Pier Paolo Baretta, enfatizzando i rischi delle teorie proibizioniste.
E a questo scopo, cioè nella creazione di una “distribuzione omogenea” - che è la vera sfida lanciata dalla Conferenza unificata e nella quale dovranno cimentarsi governo ed enti locali, stavolta insieme, coinvolgendo peraltro anche l'Agenzia delle Dogane e Monopoli -  aiuterà senz'altro quel criterio di selezione introdotto con l'accorso che avrà come base la certificazione dei negozi rilasciata dalla stessa Agenzia. Ha quindi ragione, il sottosegretario, quando parla di un'intesa che “obbliga tutti ad un salto di qualità”. Anche per via dell'altro principio ribadito dal testo, che è quello della tutela dell'ordine pubblico, che dovrà essere considerato nella disciplina del gioco, diversamente da quanto accadeva finora nelle varie leggi regionali o nei regolamenti comunali, esclusivamente mirati al (presunto) contrasto delle dipendenze. Senza curarsi, quindi, degli effetti di alcune restrizioni in termini di sicurezza e illegalità. Ora, invece, si dovranno valutare anche questi aspetti e le leggi che non risponderanno a tali requisiti non potranno considerarsi adeguate. E andranno quindi adeguate. Se ciò avverrà per imposizione del governo o (di nuovo) in via giudiziale, lo vedremo poi. E sarà senz'altro fondamentale, in questo senso, la stesura del decreto attuativo che dovrà avvenire entro la fine del prossimo ottobre.
Ecco quindi che il “grande vuoto” lasciato nel settore dalla conclusione dei lavori della Conferenza unificata, potrebbe essere compensato da quel “mezzo pieno” che si può scorgere guardando nel bicchiere tenuto in mano dall'Esecutivo. Quello che è evidente, tuttavia, è che la difesa di quei sacrosanti principi stabiliti dall'accordo, richiederà una certa fermezza e determinazione da parte del governo, insieme a una buona dose di coraggio, giustificati dalla creazione di uno scenario sostenibile. Ed è proprio questa, probabilmente, la vera nota dolente; o, comunque, la vera preoccupazione degli addetti ai lavori, nel timore di una resa ulteriore, che questa volta sarebbe davvero definitiva. Ma anche ingiustificata.
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