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La doppia rete di raccolta e la doppia morale sul gioco

Il fenomeno della doppia rete di raccolta delle scommesse finisce in tv: per la scoperta di uno scandalo tutt'altro che nuovo, ma che deve far riflettere le istituzioni.

 

Dopo quasi venti anni di denunce e segnalazioni, migliaia di sentenze (emesse da Tribunali civili, Tar, Consiglio di Stato, Cassazione e Corte di Giustizia europea), e dopo aver assistito a fiumi di denaro scorrere fuori dai confini italiani, il tema della raccolta abusiva delle scommesse sportive sembra diventare di dominio pubblico. Finalmente, diciamo noi: che di questa materia ci occupiamo da anni, denunciando il disagio degli operatori della rete legale che da sempre si scontrano con il grande problema della concorrenza illecita rappresentata dai punti vendita irregolari. Eppure, prima d'ora, non si era mai parlato di questo fenomeno sui “grandi media”. Fino alla puntata dello scorso 3 ottobre del programma Mediaset “Le Iene”, nella quale, tra una truffa e un raggiro di quelli abitualmente denunciati dalla trasmissione, è comparso un servizio dal titolo: “La grande truffa del gioco illegale”, nel quale si parla, per la prima volta, della “rete parallela” di raccolta delle scommesse sportive.

Denunciando i meccanismi deviati che caratterizzano il sistema italiano: tra l'esistenza di punti vendita illegali o border line, come i tanti centri trasmissione dati ancora presenti nella Penisola o le agenzie completamente abusive, e quella dei cosiddetti “sottobanchi”, cioè dei gestori di centri che accanto alle giocate lecite raccolgono anche qualche puntata su un circuito parallelo, operata via internet verso un sito “punto com”, in maniera non ufficiale: sottobanco, appunto. Due fenomeni gravi che hanno però una caratteristica in comune. Ovvero, l'inconsapevolezza dei giocatori i quali, recandosi in quel punto vendita ed effettuando la giocata, sono in genere convinti di avere a che fare con un'agenzia regolare e autorizzata dallo Stato. Segno evidente di un fenomeno che non ha mai avuto grande eco mediatica, nonostante gli ingenti danni causati all'economia nazionale e alle imprese italiane.
Eppure lo Stato conosce bene quel disagio, come ricorda giustamente l'Agisco – l'associazione degli allibratori– ribadendo come la triste realtà che affligge da sempre gli addetti ai lavori, sia ben nota alle istituzioni: a partire dal Parlamento, che per ben due volte ha promosso una sorta di “sanatoria” per cercare di regolarizzare la rete parallela, non riuscendo in altro modo a contrastare il fenomeno. Come pure alla Guardia di Finanza, che ha annunciato di aver chiuso 715 punti clandestini di raccolta scommesse nel 2016. E lo sa pure l'Esecutivo visto che, già nel 2015, nonostante la compagine governativa fosse diversa da quella attuale (ma neppure di molto), lanciava la regolarizzazione fiscale dei punti vendita rilevando, nella stesura della Legge di Stabilità di allora, l'esistenza di “oltre settemila punti di raccolta scommesse” che operavano senza essere in possesso di una regolare concessione. E chissà quanti di quei punti saranno rimasti ancora oggi in attività. Guardando il servizio de “Le Iene”, nel quale l'inviato del programma televisivo, girando semplicemente per la città di Catania ed entrando in venti punti vendita che gli si trovano davanti casualmente, riesce ad effettuare appena 6 giocate legali, mentre le restanti 14 schedine, giocate ognuna in un punto vendita diverso, risultano tutte irregolari. Per una statistica a dir poco drammatica, qualora fosse confermata anche a livello nazionale. Tenendo conto delle stime governative che hanno portato alla “sanatoria” della rete, che vedevano oltre 7000 punti vendita senza autorizzazione, e prendendo per buono il dato rilevato dall'inchiesta televisiva, secondo il quale, quindi, il 30 percento delle agenzie sul territorio risultano illecite, significherebbe, intanto, che accanto ai 3,4 miliardi di euro raccolti dalle scommesse sportive in agenzia, nel 2016, ci sarebbe un altro miliardo di euro finito in un circuito “nero” e quindi sottratto al fisco. Ma potrebbe anche significare che di quei punti irregolari che risultavano prima del 2015, ne rimarrebbero più di duemila ancora attivi. Si tratta di pura statistica, per carità: e come tale, può lasciare il tempo che trova. E' pur vero, tuttavia, che il numero di punti vendita irregolari potrebbe nel frattempo anche essere aumentato rispetto a prima, come sospettano alcuni, tenendo conto degli sterili effetti in termini di emersione portati dalle due sanatorie, visto che il fenomeno è stato tutt'altro che debellato, com'è evidente dai fatti. Senza bisogno di ricorrere alle statistiche, infatti, è sufficiente fare lo stesso esercizio dell'inviato del programma televisivo, girando tra i punti vendita, per valutare la situazione attuale. La quale, anzi, potrebbe risultare ancor più grave, tenendo conto di altri aspetti soltanto sfiorati dal servizio, come l'esistenza, in molti casi, anche di slot machine – se non addirittura di Vlt – all'interno di questi punti vendita illeciti (o "diversamente autorizzati"). Per un'altra pratica del tutto illegale, ma comunque esistente, in un modo o nell'altro, sul territorio.
Certo, va detto, il servizio televisivo ha omesso, dimenticato o, probabilmente, semplicemente ignorato vari aspetti. Come per esempio la differenziazione che andrebbe fatta tra “sottobanchi”, centri trasmissione dati, operatori senza concessione ma vittime, secondo la giurisprudenza europea, di una “discriminazione” da parte dello Stato italiano, e così via. Ma è comunque utile per portare all'attenzione generale un fenomeno ancora sconosciuto dal grande pubblico e assolutamente da sconfiggere ed arginare. Suscitando anche qualche riflessione in più. La più evidente, anzitutto, è che lo Stato non ha ancora concluso la sua “battaglia” contro il gioco illegale, anzi. Se il comparto del gioco pubblico era stato costituito proprio allo scopo di contrastare i fenomeni illeciti presenti sul territorio, è dunque evidente che l'obiettivo della totale bonifica non è ancora stato centrato e rimane molto da fare. Una circostanza tutt'altro che banale e della quale dovrebbero rendersi conto tutti, oggi, non solo tra i cittadini, ma anche – e soprattutto – tra le istituzioni. Nonostante la diffusione del gioco risulta oggi probabilmente eccessiva – come ricordato più volte dal sottosegretario all'economia Pier Paolo Baretta, che ha sempre rimarcato come, sull'onda del contrasto al gioco illegale, si sia finito con l'esagerare nella distribuzione del gioco – è pur vero che l'offerta attuale continua ad essere evidentemente ancora inadeguata rispetto alla domanda dei giocatori, visto che continuano ad esserci tante giocate ancora oggi effettuate su circuiti illeciti. Due facce della stessa medaglia, dunque, ed entrambe non possono essere ignorate, per un fenomeno che deve essere affrontato nella sua complessità: senza esclusioni, né omissioni. Se è vero che l'offerta legale è eccessiva, è altrettanto vero che la domanda è ancora superiore e continua a trovare risposte nei circuiti illeciti. Per un problema di ordine pubblico e sicurezza, quindi, e non solo di natura fiscale o di concorrenza illecita. Se davvero si vuole affrontare il tema del gioco in maniera completa ed efficace, quindi, bisogna tenere conto di tutti questi aspetti. Se l'obiettivo è quello di ridurre la domanda e, quindi, la spesa degli italiani, bisogna lavorare sulla prevenzione e sull'informazione e non sulla chiusura dei punti vendita legali, perché abbiamo sotto gli occhi il risultato. Se si vuole evitare l'espansione ulteriore della rete del gioco, come chiesto da più parti al governo, allora è evidente che bisogna lavorare sulla qualità, puntando a innalzare il livello: come del resto sembra essersi prefissato l'Esecutivo, ascoltando le parole dello stesso sottosegretario. Ma la sfida qualitativa non riguarda soltanto gli addetti ai lavori e i titolari dei punti vendita, ma deve interessare e coinvolgere, di nuovo. anche le istituzioni: in primis, lavorando anche sulla qualità (oltre alla quantità) dei controlli: perché se esiste ancora oggi una quantità così diffusa di punti vendita illeciti o irregolari, è evidente che qualcosa non funziona anche dal punto di vista del monitoraggio e del contrasto all'evasione. E di fronte a una realtà di questo tipo, la chiusura dei centri storici alle sale da gioco, non può certo essere una soluzione ideale, anzi.
Tra gli aspetti di cui bisognerà tenere conto e che emergono dalla messa in onda di quel servizio di Italia 1, tuttavia, è che occorre lavorare anche (e molto) sulla comunicazione. Per fare in modo che certi fenomeni siano conosciuti da tutti, ed affrontati quindi in modo opportuno. Se i cittadini sapessero, per esempio, che possono controllare la validità delle proprie giocate semplicemente verificandole in maniera immediata sul sito dei Monopoli di stato, forse ci sarebbero molte meno puntate sulla rete parallela. Allo stesso modo, se i rappresentanti degli enti locali e delle istituzioni più in generale, sapessero dell'esistenza di una tale realtà, probabilmente prenderebbero decisioni diverse in termini di regolamentazione del gioco pubblico. Non si può fare a meno di ricordare, infatti, che il settore è in attesa da quasi due anni di veder bandite le nuove concessioni per la raccolta di scommesse sportive per via del conflitto tra stato centrale ed enti locali che impedirebbe di fatto, ai nuovi titolari di concessione, di poter aprire i propri punti vendita sul territorio o anche semplicemente di rinnovare le autorizzazioni di quelli già esistenti, per un aspetto ancora più paradossale. E tutto questo avviene proprio mentre si aspettava da anni l'emanazione del nuovo bando di gara proprio per sconfiggere e superare i disagi della “doppia rete” di raccolta. Per un clamoroso cul-de-sac dal quale lo Stato non riesce ancora oggi ad uscire. Comunicando in maniera opportuna la realtà di questo settore, inoltro, si potrebbero evitare anche molte delle levate di scudi e delle crociate anti-gioco condotte nel nostro paese. Si pensi per esempio alla campagna portata avanti da alcuni quotidiani e televisioni, ormai qualche anno fa, contro il rilascio delle nuove concessioni dell'esercizio del “poker live” che causò un'interruzione dei lavori da parte del governo e dei Monopoli, anche se una legge primaria chiedeva (e chiede ancora, in realtà) di regolamentare questo settore, sottraendolo al sommerso. Nonostante le tante buone ragioni per effettuare quella gara pubblica (il fenomeno esisteva ed esiste ancora e non si trattava quindi di creare nuovi giocatori, ma si sottrarli al circuito illecito), il processo mediatico causò l'interruzione di quello amministrativo. Lasciando il tutto com'era e, quindi, mantenendo un segmento del gioco fuori dal controllo dello Stato. In un procedimento analogo, per giunta, a quello che sembra viversi in questi giorni per quanto riguarda la liquidità condivisa, di cui si è iniziato a parlare molto, anche al di fuori del settore, ma sempre senza approfondire davvero la questione. Continuando a galleggiare sulla superficie. Ma col rischio, pensando ancora alle scommesse e alla rete parallela, di veder affondare un intero comparto. E con esso, quel presidio di legalità costruito (nonostante le falle appena descritte) nel corso degli anni, che dovremmo rinforzare ed estendere, invece di minarlo alle fondamenta, come stanno facendo alcuni territori. In questo senso, torniamo a dirlo, il Riordino dei giochi previsto dal governo, nonostante le varie criticità, rappresenta senza dubbio un'opportunità. Ma bisogna saperla cogliere.
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