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Frammenti di gioco da ricomporre, e riordinare

Settimana decisiva per il comparto del gioco pubblico con il governo chiamato a ricomporre i frammenti di un settore ripartendo dalla Conferenza.

 

Ci siamo. Per l'industria del gioco pubblico è questa la settimana decisiva in cui si decide il futuro. Con il governo chiamato a ricomporre i pezzi di un settore sempre più frammentato a livello regolamentare. E diviso, pure, nella sua rappresentanza. Ma questa è un'altra storia. Quello che conta di più, in questo momento (e che urge, ora più che mai), è arrivare alla stesura del decreto attuativo dell'accordo sancito in Conferenza Unificata, la cui emanazione è prevista entro il 31 ottobre, e che dovrebbe arrivare proprio quel giorno, o giù di lì. Un provvedimento che è chiamato a dare il "la" ai lavori di riordino del comparto, impegnando il governo a risolvere il grande puzzle del gioco pubblico, nel tentativo di ridare centralità allo Stato nella sua regolamentazione. Pena, la scomparsa dell'offerta legale sui territori e, quindi, di quel presidio di legalità mantenuto fino ad oggi nei locali pubblici italiani proprio grazie alla rete statale. Tanto basta (o, almeno, dovrebbe bastare) per far auspicare una soluzione definitiva alla Questione Territoriale che dal 2011 affligge questa industria e con essa l'intero paese, per un verso o nell'altro. Tra chi grida, cioè, alla scomparsa del gioco dal territorio, e chi rivendica il diritto di impresa e la libertà di operare sotto le regole sancite dallo Stato che, invece, le regioni hanno sovvertito nel tempo.

Alla base del conflitto, però, ci sono ragioni ben precise che non risiedono nella mera dialettica o nell'esercizio delle singole opinioni. Dietro al dibattito, sempre più accesso, sul gioco pubblico e la sua regolamentazione (che in molti contesti fa rima con espulsione) si individuano principi sani e per lo più condivisibili (quando non strumentali, come però spesso accade) come la tutela della salute pubblica e dei soggetti più deboli. Principi sacrosanti, verrebbe da dire, i quali non a caso rappresentano i capisaldi della nostra Costituzione. Insieme, però, agli altri principi sfiorati poc'anzi: come il diritto di impresa o quello al lavoro, visto che la scomparsa dell'industria del gioco invocata da alcuni, creerebbe problemi non banali anche in termini di occupazione.
Da qui la necessità di trovare quella quadratura del cerchio che il governo ricerca da tempo, di cui si intravede un accenno nell'accordo dello scorso 7 settembre siglato tra governo ed enti locali (nel senso più ampio della definizione). Quello, cioè, da attuare proprio in questi giorni attraverso l'attesissimo decreto ministeriale.
Ad attenderlo, però, non è soltanto l'industria - che nonostante i limiti e le restrizioni inflitte dall'intesa, ha urgente bisogno di certezze e stabilità - ma anche gli stessi territori, che devono uscire dall'impasse generata da quella che potremmo definire una "iper-regulation", generata dalla solo appetente deregulation che aveva portato molte regionali a intervenire con i propri Legislatori locali. Aggiungendo complessità a un settore già altamente complesso e iper-regolamentato, appunto. Seppure in maniera non ottimale, o comunque non soddisfacente, com'è evidente dagli effetti, ma comunque tutt'altro che esente da leggi, regolamenti, vincoli e restrizioni.
Per questo la Conferenza unificata ha prodotto un accordo mirato al riordino del comparto che significa prima di tutto riordino delle regole. Non è un caso che la vecchia Legge delega, ispiratrice dell'intero percorso politico e istituzionale degli ultimi anni sui giochi, aveva tra i propri punti cardine proprio il riordino normativo, puntando ad un Testo Unico del settore, forse non del tutto abbandonato, né dimenticato, ma soltanto nascosto all'interno di un'intesa più ampia come quella di cui si attende l'effettiva attuazione. Questo, infatti, è ciò che si dovrebbe attendere, e non solo auspicare, dalla prossima emanazione del decreto. Che dovrà stabilire i principi cardine della nuova regolamentazione, senza limitarsi alla mera enunciazione dei punti vendita autorizzabili sul territorio o dei singoli apparecchi. Come ha del resto lasciato intendere il vice ministro all'Economia, Luigi Casero, che nel rispondere a un'interrogazione sui giochi ha spiegato come "le leggi regionali non sono ancora operative e, prima della loro entrata in funzione, potrebbero essere anche oggetto di proroga, in ordine alla effettiva entrata in vigore, a seguito dell'accordo raggiunto tra governo ed enti locali". Ribadendo come "Tale accordo, infatti, prevede espressamente che le leggi regionali e i regolamenti comunali si adegueranno a quanto previsto dell'accordo stesso".
Per un segnale - e, forse, qualcosa di più - che potrebbe già rincuorare gli addetti ai lavori, specialmente quelli del Piemonte, dove fra qualche settimana si dovrebbero staccare le macchine in virtù della legge locale, che la Regione non sembra intenzionata a modificare. Anche se non sfugge a nessuno l'ulteriore levata di scudi di alcuni territori, capitanati dalla "solita" Lombardia, che hanno espressamente dichiarato di non volersi adeguare a nessuna volontà "centrale" sul tema giochi, minacciando altre battaglie, civili e legali. Specialmente adesso, sulla spinta dell'onda "indipendentista" fuoriuscita (o, meglio, cavalcata) dalle urne del referendum. Ma l'accordo parla chiaro (purché non lo faccia sottovoce), provando anche a suggerire al buon senso: il vero grande assente della situazione, almeno fino ad oggi. Da qualunque parte la si voglia guardare.

 

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