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Nel calcio e nella pubblicità la nemesi del gioco pubblico

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Il gioco pubblico è da sempre oggetto di critiche trasversali che chiedono il divieto di pubblicità nei media: mentre la Lega Serie A firma un accordo con un bookmaker illegale.

Chi di pubblicità ferisce, di pubblicità perisce. E' questa la nemesi del gioco pubblico. E la dura lezione che, a quanto pare, le società di gaming italiane devono trarre dall'assurda vicenda che ha caratterizzato le ultime giornate e che accomuna (nel modo peggiore, diciamolo pure) il mondo del gioco a quello dello sport. Una sorta di “punizione”, potrebbe sentenziare qualcuno, dopo anni di “eccessi” di promozione delle scommesse sportive nel calcio e sui media, da parte dei bookmaker italiani. Ma la situazione che stiamo per descrivere è particolarmente serie e pericolosa, che non c'è nulla su cui scherzare. Anzi. Come alcuni (ma non tutti) avranno potuto leggere su questo ed altri quotidiani, qualche giorno fa, la Lega Serie A ha pensato bene di siglare un accordo di partnership con una società di gioco con sede a Curacao, che “opera” in Italia attraverso la raccolta di gioco online, pur essendo priva della concessione dei Monopoli di Stato. Un sito web di quelli che nel gergo vengono definiti “punto.com”: come vengono stigmatizzate tutte le offerte di gioco border line che si rivolgono ai cittadini del nostro paese pur non potendolo fare, in termini amministrativi. Quei, siti, cioè, per i quali è previsto il famigerato “oscuramento” da parte dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli per impedirne l'accesso ai consumatori. Solo che in questo caso, addirittura, neanche il blocco Dns riesce a impedire il collegamento al portale di gioco, visto che – come descritto esplicitamente dalla stessa società, a mo' di vanto - “Accessibilità al sito sempre garantita”. Proponendo una serie di “Siti alternativi” ai quali collegarsi, in caso di oscuramento, con tanto di “Random Url” generata dallo stesso portale.

Ma come è possibile tutto ciò? Dal punto di vista dell'operatore, è facile spiegarlo. Anzi, ancora una volta, viene descritto proprio dalla stessa società, che sul proprio sito scrive: “possiede una regolare licenza per il gioco a distanza rilasciata da Curaçao eGaming ed ha il diritto di operare online in tutto il mondo, con eccezione di Regno Unito e Usa. In seguito alle numerose censure di alcuni governi fra cui Italia, Turchia, Russia e Cina (che riconoscono solo le licenze nazionali), con conseguente oscuramento del sito principale” la stessa società “ha aperto e continua ad aprire centinaia di siti alternativi con l'obbiettivo di aggirare suddette censure e permettere ai propri iscritti di continuare a scommettere in libertà senza dover modificare la connessione al proprio computer”.
Sul punto, nulla da aggiungere, se non ricordare quanto previsto dalla legge (ma solo sulla carta, a quanto pare). Ovvero la 401/89 che all'articolo 4, parla di “Esercizio abusivo di attività di giuoco o di scommessa” stabilendo che: “Chiunque esercita abusivamente l'organizzazione del  giuoco  del lotto o di scommesse o di concorsi pronostici che  la  legge  riserva allo  Stato  o  ad  altro  ente  concessionario,  è punito  con  la reclusione da sei mesi a tre anni.  Alla  stessa  pena  soggiace  chi comunque organizza  scommesse  o  concorsi  pronostici  su  attività sportive gestite dal Comitato olimpico  nazionale  italiano (Coni)”.  Aggiungendo anche che “E` punito altresì con la reclusione da sei mesi a tre anni chiunque organizza, esercita e raccoglie a distanza,  senza  la  prescritta  concessione, qualsiasi  gioco  istituito   o   disciplinato dall'Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato”.
Quello che appare assurdo (e ingiustificabile, pure), in realtà, è l'atteggiamento del mondo del calcio e dei media, di fronte a tale scempio. Soprattutto dopo che, appena qualche mese fa, avevamo assistito a un vero e proprio processo mediatico e ad una levata di scudi generale - con tanto di risvolti politici e istituzionali - quando una società di gioco titolare di una concessione aveva osato sponsorizzare la Nazionale italiana di calcio. Con una serie di indignazioni provenienti da qualunque direzione, al punto da suscitare qualche perplessità anche all'interno dell'industria del gioco, circa l'opportunità di una sponsorizzazione di questo tipo. Adesso, invece, arriva la beffa. Che vale non tanto e non solo per quella società concessionaria che ha subito attacchi ripetuti per la sua iniziativa di marketing, ma per l'intero comparto: visto che, dietro all'accordo siglato tra il bookmaker estero e la Lega Serie A, si ravvisano una serie di pericoli, e non soltanto delle evidenti contraddizioni, che vanno a danneggiare l'intera industria, insieme ai consumatori. E che vale la pena ricordare. Anche per via della mancata indignazione dell'opinione pubblica.
I paradossi, tanto per cominciare, sono molteplici e pure evidenti: si pensi per esempio al divieto di promozione di giochi con vincita in denaro in televisione invocato da più parti e adottato, in anticipo, dalla Rai, che qualche tempo fa si è autodisciplinata su questo tema bandendo dai propri canali le società di gioco. Salvo poi ritrovarsi, seppure indirettamente, a promuovere sui propri canali satellitari l'offerta illegale, per via delle schermate che compaiono durante le partite di Serie A il brand del bookmaker non autorizzato. Va inoltre fatta una semplice e inevitabile constatazione, riguardo alla (apparentemente) insuperabile difficoltà a distinguere ciò che è legale da ciò che non lo è. E già questo è particolarmente grave, dopo tanti anni di esercizio dell'offerta legale, e di battaglia all'illegale, che dovrebbe aver insegnato qualcosa, e invece no. La prima domanda che sorge spontanea è, quindi, se le Istituzioni pubbliche abbiano o meno consapevolezza, non solo delle dimensioni, bensì delle caratteristiche dell'illegalità nel settore del gioco con vincita in denaro, nonostante il lavoro svolto dal X Comitato sulle infiltrazioni criminali nel gioco lecito ed illecito ed i dati che emergono dalle relazioni annuali della Direzione Nazionale Antimafia, senza considerare i contributi degli organismi deputati relativamente ai rischi di riciclaggio e i dati degli interventi della Guardia di Finanza. Tanto più dopo che l'onorevole Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia, aveva affermato (sostanzialmente e poco chiaramente) che molte società italiane hanno sede e autorizzazione a Malta e riciclano in Italia.
Ad ogni modo, in un momento storico in cui è dichiarata e ritenuta preminente l'esigenza di tutelare la salute pubblica, risulta doveroso ricordare che la pubblicità delle attività autorizzate di gioco con vincita in denaro è soggetta ad una specifica disciplina e che la pubblicità di attività non consentite, e sanzionate dalla legge penale di cui all'art. 4 L. 401/89, è anch'essa penalmente rilevante e sanzionata dal comma 2 della medesima norma che testualmente recita: "Quando si tratta di concorsi, giuochi o scommesse gestiti con le modalità di cui al comma 1, e fuori dei casi di concorso in uno dei reati  previsti  dal  medesimo, chiunque  in  qualsiasi modo dà pubblicità al loro esercizio e' punito con l'arresto fino a tre mesi e con l'ammenda da lire centomila a lire un milione. La stessa sanzione si applica a chiunque, in qualsiasi modo, dà pubblicità in Italia a giochi, scommesse e lotterie, da chiunque accettate all'estero”. Ne deriva che se, come pare, la società straniera che ha siglato l'accordo con la Lega Serie A è priva dell'autorizzazione dei Monopoli di Stato, la sua attività non può essere oggetto di promozione pubblicitaria in alcuna forma, inclusa la pubblicità in occasione degli eventi calcistici. E', quindi, auspicabile una presa di posizione della Lega nonché di tutte le istituzioni pubbliche e non pubbliche che hanno già mostrato in passato grande sensibilità al tema della pubblicità delle società di betting.
Per una questione che non riguarda soltanto il mero principio né tanto meno la sola salvaguardia delle imprese del gioco legale e dei loro investimenti, ma che rientra nell'esigenza di tutela dei consumatori: i primi ad essere danneggiati di fronte a una situazione di questo tipo, con una promozione che va ad esaltare l'indistinguibilità tra l'offerta lecita ed illecita, con tutti i rischi che questo comporta. Sul punto vale anche la pena ricordare l'esistenza di una Raccomandazione da parte della Commissione europea che riteneva sbagliato pensare di vietare la pubblicità del gioco (legale) proprio per la necessità di consentire la distinzione dell'offerta ai consumatori, in un comparto dove esiste ancora un'attività illegale: ancora difficile da arginare, come dimostrano i fatti.  Mentre risulterebbe, al contrario, decisamente semplice evitare di promuoverla e, quindi, esaltarla. Ma non in Italia, evidentemente. E di certo non nel mondo del calcio.
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