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Espulsività e indistinguibilità: in Piemonte il paradosso della legalità

Mentre la politica scopre il fenomeno delle fake news, il comparto del gioco pubblico – da sempre vittima della disinformazione – soccombe in Piemonte, insieme alla legalità.

 

Regolamentare invece di proibire. Limitare anziché vietare. Prevenire al posto di criminalizzare. Nell'epoca in cui impazza il dibattito sulle “fake news”, per via dell'impatto che le campagne mirate di disinformazione possono avere in politica, specia in vista delle prossime elezioni, diventa inevitabile osservare come lo stesso fenomeno si verifichi anche – e da lungo tempo – nei confronti del gioco pubblico. Un settore da sempre sottoposto a campagne politiche e mediatiche (non necessariamente organizzate) distorsive, spesso fuorvianti, seppure nel silenzio generale. Ad eccezione delle sterili difese d'ufficio provenienti dall'industria, a cui nessuno vuole dare peso, stigmatizzandole a una sorta di lamento proveniente dalla “lobby dell'azzardo” o alla voce ipocrita degli "untori del popolo".
Così, mentre la politica continua a preoccuparsi unicamente di sé stessa e del proprio futuro, più che a quello del paese e dei cittadini, continuano a saltare pezzi di industria, parti della nostra economia, frammenti di paese. Anche dove tutto questo sarebbe decisamente evitabile. Dunque, facilmente risolvibile. Come nel gioco pubblico, appunto. Se in alcuni comparti industriali la crisi sembra apparire inevitabile e potenzialmente irreversibile, magari perché figlia di evoluzionii tecnologiche, cambiamenti di modelli o di esigenze dei consumatori, in quello del gioco lo scenario è del tutto differente. E pur nella difficoltà di governare in maniera ideale un settore così altamente complesso e dalle notevoli ripercussioni – in termini economici, sociali e sanitari – l'unico aspetto che si dovrebbe poter escludere sarebbe proprio quello di mettere in crisi del comparto. Essendo molteplici i modi in cui poter intervenire per gestirne gli effetti e limitarne gli eccessi. Proprio come previsto, peraltro, dall'attuale governo, attraverso un piano di riordino che però tarda ad arrivare.

Nel frattempo dai territori - e dal Piemonte in primo luogo - viene messa in pratica una logica distruttiva figlia di un malcostume politico e, probabilmente, influenzata anch'essa dal fenomeno delle fake news. Ascoltando i proclami degli organi regionali – in Piemonte come del resto nelle altre regioni e territori dichiaratamente “anti-gioco”, sono tanti i sillogismi e i paradossi che si riscontrano a supporto delle politiche di restrizione (leggi divieto). Partendo proprio dalle antinomie indicate in premessa. Nonostante l'amministrazione locale parli di una regolamentazione del settore a livello locale, quello che avviene in realtà, con l'introduzione della legge regionale, è la creazione di una sorta di “zona franca” che esula dalle leggi dello Stato, andando di fatto a “de-regolare” il settore, ponendo un freno a quello legale e finendo quindi col favorire la diffusione di quello illegale. Senza contare, poi, che il freno in questione diventa un divieto assoluto più che una limitazione, tenendo conto che in molti comuni – come dimostrato dalle varie perizie poste agli atti delle amministrazioni – si verifica un “effetto espulsivo” del gioco legale che diventa non più installabile in aree addirittura superiori al 98 percento del territorio. Tutto questo questo in un'ottica di “maggiore prevenzione”, come viene più volte ricordato nei dibattiti pubblici, quando invece, anziché formare e informare – come richiesto da una seria campagna di prevenzione – si preferisce più semplicemente puntare il dito contro il settore e i suoi addetti, criminalizzando la filiera e delegittimando un'intera industria. Peggio ancora, senza alcun beneficio per il territorio e per i cittadini. Per un autentico elogio del paradosso. Ma tant'è. Del resto, scriveva Nietzsche: “I fatti non esistono, esistono solo le interpretazioni”. E proprio a queste sembra essersi affidati, negli ultimi anni, nel portare avanti una battaglia puramente ideologica, come quella contro il gioco pubblico, ma i cui risultati sono decisamente concreti e ora tangibili: partendo dal Piemonte e ben presto anche in molti altri territori. Ma siccome non sempre la maggioranza è nel giusto, diceva Bertrand Russel, è opportuno soffermarsi a riflettere su quello che sta avvenendo in quella parte d'Italia dove il gioco legale viene espulso ex lege.
Oltre ai rischi ed ai risultati del tutto controproducenti già ricordati poc'anzi (come la concessione del campo libero all'offerta di gioco illegale o la perdita di preziose entrate erariali più volte ribadita nelle scorse ore anche dallo stesso governo) è bene osservare l'ulteriore effetto (e paradosso) che si sta palesando in queste ore in Piemonte, dopo lo spegnimento di circa il 70 percento degli apparecchi da intrattenimento della zona. Quello, cioè, dell'indistinguibilità dell'offerta legale da quella illegale. Basti pensare a ciò che dovrebbe capire un avventore di un bar del posto che trova davanti a sè le macchine spente, accompagnate da uno di quei cartelli di cui sono tappezzate le slot piemontesi in queste ore, in cui viene spiegato che i giochi sono diventati fuori legge. Quegli stessi giochi, cioè, che comporteranno pure dei rischi, come ci dicono gli esperti di patologie, ma che il Legislatore aveva introdotto, ormai più di dieci anni fa, proprio per arginare la diffusione – sempre più massiccia – dei famigerati “videpoker”, in una messa in sicurezza del settore e dei locali pubblici del paese. Già, i videopoker: quelli sì, davvero illegali, e senza dubbio portatori di tutti quei disagi che vengono oggi associati alle slot di Stato (in primis: il rischio di gioco patologico), ma con effetti a dir poco devastanti e rischi ben più elevati rispetto a quelli che possono essere provocati dalle new slot, con puntate di un euro, vincita massima di 100, e payout di almeno il 70 percento delle giocate. Contro parametri non definiti e del tutto aleatori (quando non manovrati a piacimento dell'offerente) come quelli che caratterizzano le slot illegali. E c'è una bella differenza tra una slot "illegale" perchè l'esercente non rispetta distanze imposte dal Comune (e non legittimate dallo Stato centrale), e una veramente illegale, per definizione, perché non conferme alle disposizioni di legge ed ai parametri massimi e minimi di giocata e vincita.
Concetti e distinzioni imprescindibili, fondamentali e centrali in ogni discussione relativa al fenomeno del gioco pubblico in Italia, ma pressoché sconosciuti dall'opinione pubblico, e troppo spesso dimenticati (o ignorati) dalla politica, proprio come avviene oggi in Piemonte. Dove vengono addirittura superati da questa operazione di pulizia generale del comparto, che sta cancellando quasi completamente un pezzo di offerta del gioco lecito, spazzando via, per giunta, anche moltissime imprese e cancellando posti di lavoro: alimentando ulteriore confusione tra i cittadini, rendendo indistinguibile la legalità dell'illecito. Altro che guerra alle fake news. Quello che manca davvero è una realpolitik.
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