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Come giocarsi il riordino: l’azzardo del governo e i nodi al pettine

  • Scritto da Alessio Crisantemi

La moral suasion sugli enti locali è fallita, e il decreto non sembra diventare legge: tutto da rifare per il governo, sui giochi. E ora serve una vera soluzione politica.

 

Quando il governo partorì la proposta di Riordino del gioco pubblico, per poi trasformarla - dopo una gestazione di un anno e mezzo e un travaglio di qualche settimana - nel documento di intesa siglato insieme a Regioni e Comuni in Conferenza Unificata, il principale interrogativo che ci si pose da più parti, in vista della conversione in decreto legge, fu essenzialmente uno: come potrà l’Esecutivo (e in particolare il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan) firmare un decreto che prevede una così forte riduzione delle entrate erariali? E non tanto per via della difficoltà di approccio a livello generale, ma tenendo soprattutto conto del quadro economico ancora così dissestato del nostro paese, al cospetto di un’Europa che continua a chiedere certezze e a manifestare perplessità sui nostri conti pubblici. Come poter spiegare questo impegno a una riduzione del gettito proprio quando la Commissione Ue, al contrario, chiede certezze rispetto al protrarsi della situazione di scarsa crescita della nostra economia? Tanto più che nella recente manovra aggiuntiva, emanata appena qualche mese fa, lo stesso governo era dovuto ricorrere proprio alle entrate dei giochi (e, in particolare, agli apparecchi da intrattenimento, quelli che l’intesa colpisce direttamente) per garantire ulteriori risorse. E mettendole pure a bilancio per i prossimi tre anni.

Un incastro che era subito apparso difficile da realizzare, a meno di un ulteriore intervento successivo da parte dell’Esecutivo che fosse mirato a ridare slancio al settore in modo diverso: per esempio, attraverso l’introduzione della tassazione sul margine, la quale, forse, avrebbe potuto riequilibrare gli ammanchi di cassa con cui si trovano a dover fare i conti gli operatori del settore dopo l’ultimo aumento della tassazione, riuscendo al tempo stesso a dare altre garanzie allo Stato. Ma anche questo scenario non sembra più essere percorribile, dopo l’esclusione del tema dal tavolo dei lavori sulla prossima manovra: come pure, notizia di queste ore, non sembra più percorribile neppure l’intero processo di Riordino del comparto impostato dal governo, confermando quindi i timori di qualche mese fa. A mostrare serie perplessità sull’intesa, non sono soltanto gli stessi enti locali - che pur avendo firmato l’accordo, hanno poi deciso di disattenderlo, come avvenuto in Piemonte e come annuncia di fare anche l’Emilia - ma anche, non a caso, i tecnici della Ragioneria di Stato, preoccupati proprio delle ingenti mancanze di fondi che questo piano comporterebbe.
Uno scenario sicuramente prevedibile, tenendo conto di tutti i vari aspetti sopra descritti, con il governo che si è dimostrato, in questo, il primo vero giocatore d’azzardo. Provando a chiudere una partita che si andava procrastinando da troppo tempo, senza però riuscire a vincerla. Probabilmente l’Esecutivo contava di poter intervenire a supporto di questo processo di riordino con altri ritocchi successivi, magari potendo contare anche su segnali di fiducia e di ripresa dei conti pubblici eventualmente sopraggiunti nel frattempo, che però non sono arrivati. Nonostante i timidi segnali di ripartenza trasformati in “straordinari progressi” nell’immediato dibattito politico, ma fortemente ridimensionati in Europa. Di certo il governo puntava forte - e ancora una volta - sulla moral suasion: cercando cioè di suonare la sveglia a regioni e comuni indicando un percorso virtuoso da percorrere insieme, orientato alla riorganizzazione del settore, intervenendo spontaneamente sulle proprie leggi e provvedimenti locali. Come del resto è indicato piuttosto chiaramente nell’accordo siglato in Conferenza lo scorso 7 settembre, che era stato accettato - più o meno di buon grado - da tutti i rappresentanti delle istituzioni territoriali. Un accordo che - al di là della pubblicazione o meno del decreto attuativo - doveva avere comunque valore concreto, se non altro a livello di indirizzo. Ma evidentemente, le perplessità ricordate in premessa, erano le stesse nutrite da Regioni e Comuni che forse non hanno mai creduto a un vero riordino e a quell’azzardo governativo che sapeva troppo di bluff.
Il risultato, ancora una volta, è la totale incertezza (e a farne le spese, sempre e solo gli operatori), che diventa però ancor più preoccupante in vista della fine dell’anno e dei lavori sulla manovra di bilancio ormai agli sgoccioli, che potevano rappresentare l’ultima possibilità di intervento per rimettere in sesto il settore e avviare davvero la riorganizzazione del settore. Anche se il testo di base della legge - oggi in fase di approvazione in Parlamento e sul quale sembra inevitabile il ricorso alla fiducia, come è ormai tradizione nel nostro paese - contiene una specifica misura dedicata ancora una volta al riordino che potrebbe risolvere o comunque arginare, seppure soltanto a regime, la situazione. Nel frattempo però il sottosegretario Pier Paolo Baretta ha annunciato di voler riportare la discussione in Conferenza Unificata, per provare a superare i conflitti che hanno continuato a manifestarsi attorno al tema sui territori e che hanno portato alla situazione di estrema criticità del Piemonte, che rimane comunque da risolvere. E con urgenza.
Tutta questa storia (squisitamente italiana), contiene pero un’evidente morale e una chiara indicazione: serve una soluzione politica e una presa di posizione forte da parte del governo che non può più continuare ad abdicare, se non in favore del caos e in prospettiva di una vera e propria deregulation che in molti hanno invocato, e a torto, in questi ultimi anni, descrivendo il settore come se fosse totalmente fuori controllo: ma che potrebbe rappresentare il futuro prossimo del comparto senza una soluzione finale a questa interminabile Questione Territoriale.
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