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Gioco pubblico: la nuova battaglia lessicale e la ricerca di una cultura

Nell'infinita “questione territoriale” sul gioco pubblico, si identifica un nuovo conflitto: quello lessicale, che confonde gli obiettivi e contrasta la diffusione di una vera cultura.

Ormai è guerra, attorno al gioco pubblico. Un conflitto senza armi, è evidente, poiché disputato sul piano politico, istituzionale e (soprattutto) mediatico. Ma con gli stessi effetti, a dir poco devastanti, che si porta dietro ogni tipo di belligeranza. Solo che in questo caso, a farne le spese per primi, sono gli addetti ai lavori di un comparto “scomodo” com’è l’industria del gioco pubblico, contro la quale sono soliti schierarsi tutti, di qualunque estrazione politica e sociale. Proprio per questo lo scontro appare più indolore di quanto non lo sia nella realtà e trova molti meno spazi di rappresentazione sui media, che solo raramente riportano storie dei soggetti feriti a morte dal dilagare dell’onda proibizionista (con l’unica eccezione, forse, della stampa locale piemontese, dove alcuni imprenditori che rischiano di chiudere le proprie aziende a causa del conflitto tra Stato e regioni riescono a far sentire la propria voce). Solo che il disagio non si limita ai soli operatori (che sono comunque cittadini come tutti gli altri, quindi famiglie e persone) ma è destinato ad estendersi rapidamente all'intera popolazione, una volta che gli effetti proibizionisti delle normative di carattere regionale saranno estesi a gran parte del territorio nazionale, limitando le possibilità di installazione di (solo alcuni) prodotti di gioco in percentuali che in alcuni arrivano addirittura al 98 percento.

Assistendo, di fatto, alla scomparsa pressoché totale del sistema del gioco legale e, con esso, di quel baluardo della legalità faticosamente costruito dallo Stato e dalla stessa industria nel corso degli ultimi quindici anni. Con tutte le conseguenze del caso, in termini non solo di occupazione, ma anche di legalità, evasione, sicurezza dei consumatori e ordine pubblico più in generale.
Eppure questi aspetti non riescono ancora ad emergere nel dibattito pubblico - ormai quotidiano - attorno al tema del gioco e della sua regolamentazione. Almeno, non in modo significativo. In una guerra al gioco e un conflitto politico che si sta caratterizzando sempre di più attraverso quella battaglia lessicale a cui si assiste nelle ultime settimane, accanto al balletto delle responsabilità che va in scena da mesi sul piano istituzionale, tra governo ed enti locali. E' evidente dalle dichiarazioni che accompagnano la ripresa dei lavori sul tema del gioco pubblico in Conferenza Unificata. Quando i rappresentanti regionali parlano di “maggiore prevenzione”, “tutela dei cittadini” e di “cura delle dipendenze”, ricordando gli obiettivi delle proprie leggi e restrizioni, è evidente che non si può essere che d'accordo con i loro principi. Ma il problema, come al solito, non è il fine, bensì i mezzi con cui si intende perseguire tali nobili obiettivi: visto che – come dimostra anche la Scienza e non solo la giurisprudenza – molto delle misure introdotte dagli enti locali possono avere effetti collaterali spesso anche gravi, e non solo inutili. Ma nella confusione generale e nel polverone sollevato attorno al tema del gioco pubblico, non sembra più possibile riuscire ad entrare nel merito delle questioni, lasciando campo aperto, anche qui, alle fake news, che caratterizzano sempre più lo scenario politico del nostro paese. Ma in questo scontro lessicale i vari soldati delle Istituzioni si arroccano nelle proprie posizioni annidandosi dietro a costrutti logici, spesso veri e propri sillogismi, secondo i quali il gioco con vincita in denaro (seppure legale, moderato e controllato), sembra arrecare danni sempre e comunque. E senza alcuna possibilità di uscita se non quella della cancellazione dell'offerta (ma solo di quella legale: l'unica a cui le leggi si possono riferire). In questa battaglia senza tregua, giocata a colpi di slogan, moralismi e ideologie (da tutte le parti), non è ancora chiaro chi riuscirà a spuntarla, ma non si riesce più neppure a capire chi è in vantaggio rispetto all'avversario, che in questo caso significa soltanto interpretare le leggi - o gli accordi preliminari pronti a diventare tali, come quello sul riordino – in favore di un soggetto piuttosto che dell'altro. All'indomani dell'ultima riunione della Conferenza Unificata andata in scena la scorsa settimana, nessuno sembra aver capito se, norme alla mano, sono le Regioni a rivendicare un giusto diritto (cioè quello di mantenere inalterate le proprie leggi locali), oppure, al contrario, il governo (chiedendo l'adeguamento delle stesse leggi ai dettami del Legislatore nazionale), in virtù dello stesso testo, cioè dell'Intesa siglata da ambo le parti lo scorso 7 settembre e in attesa di attuazione. Eppure sono stati loro (governo ed enti locali, appunto) a firmare quel documento, condividendolo formalmente, nel merito e nella sostanza. Salvo poi tentare di rimangiarselo o di forzarlo come più opportuno, sulla base probabilmente delle varie esigenze elettorali.
E' in questo clima di confusione generale, nel quale non è ancora chiaro chi farà causa a chi e impugnando cosa (con le Regioni che minacciano di impugnare la manovra, se conterrà l'effettiva clausola che prevede l'adeguamento delle loro leggi agli accordi della Conferenza e il governo, dal canto suo, che lascia intendere la volontà di impugnare leggi regionali perché non conformi ai patti), che diventa ancor più necessaria la creazione  di una (vera) Cultura del gioco e la sua più ampia divulgazione. Non soltanto tra i rappresentanti politici e istituzionali, ma coinvolgendo anche la popolazione, in ottica di gioco responsabile e di educazione al consumo, come ripetiamo da sempre. Nei giorni scorsi abbiamo ospitato – e con piacere – sulle nostre pagine virtuali il contributo del professore Cesare Guerreschi, che ha fornito un ulteriore spunto scientifico proprio sull'importanza di conoscere il gioco e sulla necessità di una cultura su questa materia. Ricordando come “La degenerazione del gioco è il risultato dell'assenza di freno e protezione e si ha quando la barriera tra le regole ideali che lo caratterizzano e quelle confuse che caratterizzano l'esistenza quotidiana diventa sfumata”. Solo elevando il dibattito ed arricchendolo di studi e argomenti scientifici, saremo in grado, come paese, di affrontare un dibattito sano e politicamente concreto sulla regolamentazione (efficace) del gioco pubblico. Nel frattempo, però, è importante mantenere quello che di buono è stato realizzato negli anni (per esempio, l'enorme lavoro di emersione e la bonifica del settore), che non significa il mantenimento dello status quo, anzi: bensì, l'introduzione di limiti e restrizioni che siano tali e, dunque, mirati ad eliminare gli eccessi, e non l'offerta di gioco tout court. Evitando ogni forma di deriva: non solo quella del gioco patologico che riguarda i giocatori, ma anche quella proibizionista o lassista che interessa (rispettivamente) gli enti locali e il legislatore nazionale.
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