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Il gioco pubblico sul filo di lana: tra manovra e riordino

Una settimana decisiva per l'industria del gioco pubblico e le sorti dell'intero comparto, che si delinea tra Parlamento e Conferenza Unificata, passando per il Piemonte.

 


Se è ormai da considerare una tradizione politica tipicamente italiana quella di chiudere l'anno - e pure in extremis - con l'approvazione della Manovra finanziaria, sembra essere divenuta altrettanto tradizionale anche l'usanza di riempire diverse pagine di tale legge di contenuti relativi al gioco pubblico. Soprattutto in fase di stesura del testo globale, attraverso la presentazione di una moltitudine di emendamenti, mirati per lo più a far cassa (ulteriore) dal settore, come del resto giustifica la natura del provvedimento legislativo: e proprio per questo il fenomeno non può e non deve stupire. Stupisce semmai il fatto che le richieste di maggior gettito dai giochi arrivino in parallelo alle richieste di cancellazione dell'offerta dal territorio (spesso, peraltro, anche dagli stessi scranni). Ma l'Italia (e la politica) è anche questa: con le richieste che trovano giustificazione nella logica – cinicamente e politicamente pragmatica - secondo la quale: se proprio dobbiamo tenerci il gioco, allora tanto vale guadagnarci di più.

Un'idea neanche troppo bizzarra, per carità: se non fosse che a supportarla siano in genere delle proposte, quelle sì bizzarre, che invocano provvedimenti irrealizzabili (come gli aumenti del Preu sugli apparecchi che vorrebbero una quota di tassazione superiore agli incassi) o misure inconcepibili (come il divieto di pubblicità, dopo che anche l'Europa si era espressa su questa possibilità, evidenziandone i rischi, legati per lo più all'indistinguibilità tra gioco legale e illegale). E magari dopo che gli stessi movimenti politici avevano mostrato diffidenza o contrarietà rispetto a soluzioni "di sistema", come il piano governativo di riordino del comparto, o l'introduzione della tassazione sul margine per gli apparecchi da intrattenimento, attraverso la quale, probabilmente, si riuscirebbe anche a dar seguito alle varie richieste di maggiore gettito provenienti dalle varie forze politiche, salvo però essere sistematicamente ostacolata in Parlamento.
Uno scenario a dir poco paradossale - ma comunque tradizionale, come detto in premessa – che vede dunque una parte della politica respingere con forza l'intervento governativo sul riordino del gioco, per poi chiedere attraverso una miriade di emendamenti degli interventi mirati a sistemare varie questioni relative al settore. Per riordinare il comparto, appunto, proprio come intende(rebbe) fare il governo. Sarebbe quindi sufficiente far confluire le varie posizioni in un progetto comune e condiviso per trovare soluzioni concrete al fenomeno. Come del resto ha tentato di fare l'Esecutivo – seppur tardivamente - in questi ultimi due anni, proponendo il raggiungimento di un accordo in Conferenza Unificata, dove portare tutti i temi all'ordine del giorno sul gioco, al fine di sintetizzarli in un documento programmatico da attuare nel prossimi triennio e ad ampio raggio. Proponendosi di andare a toccare tutti i segmenti dell'offerta (oltre al gioco fisico e alle slot, già tartassate, anche quello online) e tutti i punti critici. Come peraltro indicato (e teoricamente imposto) dalla “vecchia” Legge Delega e dall'articolo 14 interamente dedicato al mercato dei giochi. Ma nonostante il raggiungimento di un accordo (teoricamente) definitivo, quello dello scorso 7 settembre, si è riusciti nuovamente a tornare indietro, tralasciando gli impegni presi e rimettendo tutto in discussione, come da principio. Anche di fronte alla necessità di sgombrare il campo dai giochi prima dell'ormai imminente campagna elettorale (o forse proprio per questo).
Così, in questo clima farsesco di fine anno, la politica è ancora alle prese con il nodo dei giochi, e gli operatori sempre più appesi ad un filo, soprattutto dopo l'esplosione del “caso Piemonte”, con la Regione che ha disatteso gli impegni presi in Conferenza Unificata: come ha fatto tuttavia anche lo stesso governo, evitando l'emanazione dell'atteso decreto attuativo che avrebbe dovuto sancire in via definitiva le regole dell'intesa, entro fine ottobre. Solo che, senza il riordino, non ci sarà più neppure il comparto, nel medio periodo: e a sparire, con esso, sarà l'offerta di gioco legale, lasciando campo libero pressoché totale all'illegalità, all'evasione e alla criminalità. E a quel punto non ci sarà più nulla da chiedere, in termini di aumenti e di maggiore gettito, nelle prossime manovre finanziarie. Ma non si potrà neppure più chiedere di attuare maggiori strumenti di tutela dei consumatori, se non ci sarà più un'industria di riferimento.
Un rischio troppo grande da correre del quale, forse, si renderanno conto un po' tutti, prima o poi, anche in politica. Ma sarà bene che lo facciano prima possibile, e magari entro la fine dell'anno, quando si potrebbe ancora intervenire per provare a rimettere in sesto (e in ordine) il mercato. Le occasioni ci sono e vengono offerte proprio in questa settimana: con la discussione finale della manovra e la nuova riunione tra rappresentanti di governo ed enti locali prevista per il 21 dicembre, proprio all'indomani della prima udienza di merito del Tar Piemonte, chiamato ad esprimersi sulla legge locale che limita l'esercizio delle slot sul territorio, in maniera pressoché totale e, forse, non sostenibile. Per una settimana assolutamente decisiva per le sorti del gioco pubblico, che attende soluzioni, ancora una volta, sul filo di lana.
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