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Giochi e politica, la difficile costruzione del noi

  • Scritto da Alessio Crisantemi

In politica e nel gioco si parla spesso di collettività e interesse pubblico, ma senza riuscire a costruire nulla in questo senso.

Noi siamo stati i primi a occuparci di gioco patologico. Dicono gli amministratori di alcune regioni italiani. Noi i più bravi, i più solleciti, i più concreti, ribadiscono altri. Mentre il governo, con instancabile caparbietà, continua a evidenziare i propri sforzi all’insegna del bene comune e a tutela della cittadinanza. Per un’altra forma del “noi”, forse più aulica, ma allo stesso modo sterile, purtroppo. Sì, perché nonostante i tanti proclami e le varie azioni (senz’altro troppe) degli enti locali, nulla si è riusciti a costruire, in questi anni, rispetto al gioco pubblico e al bene comune. Solo a distruggere. Andando a scalfire un’industria senza dubbio complessa e ad alto rischio, come quella del gioco, ma comunque portatrice di occupazione. Compromettendo, al tempo stesso, l’offerta sul territorio, senza ridurre i rischi per i consumatori, ma andando a scalfire e sabotare, al contrario, quell’unici baluardo rispetto al gioco illegale che solo un’offerta di Stato può rappresentare. Finendo così col minare alle fondamenta l’intero sistema confessorio e quella riserva di legge ancora vigente sul comparto, ma solo sulla carta: ormai pressoché superata dai fatti e sbugiardata dalle leggi regionali. E forse mai davvero difesa dallo Stato e dal Legislatore. In una promozione, diretta o indiretta e più o meno esplicita, del “proibizionismo come sistema”. Nonostante i rischi e malgrado le esperienze, ma tant’è.

Tutto questo, dunque, senza giungere a soluzioni concrete e ben lungi da una vera costruzione del “noi”. Per un’autentica distopia, tipica della cosiddetta “questione territoriale”, che lascia sgomenti. In uno scenario che ricorda il celebre romanzo dello scrittore russo Evgenij Ivanovič Zamjatin (“Мы”, che tradotto significa proprio “noi”), nel quale un'organizzazione statale individua nel libero arbitrio la causa dell'infelicità:pretendendo di controllare matematicamente le vite dei cittadini attraverso un sistema di efficienza e precisione industriale di tipo tayloristico. 

Adesso però il paese è ormai preda (quindi vittima) di una spudorata campagna elettorale all’insegna del populismo e caratterizzata da una generale sfrontatezza, che proprio sul tema del gioco sembra trovare i principali appigli. Quasi fosse l’unico “risultato” (si fa per dire) che una compagine politica possa essere in grado di proporre quale resoconto della propria missione istituzionale. “Noi i primi (o i più bravi) a intervenire contro il gioco”, si diceva in premessa. Ed è proprio questo il refrain degli ultimi mesi in molte giunte e consigli regionali o comunali. Ma anche in dibattiti politici di stampo governativo o parlamentare. A conferma del fatto che della regolamentazione del gioco (come pure del bene comune) tutti ne parlano, ma in pochi sanno davvero come doversi muovere.
Non è un caso, né tanto meno un mistero, che la Questione territoriale continui a tenere banco, senza mai raggiungere una qualunque soluzione. In un’assurda quanto  sterile concezione del “noi”, che fatica a diventare “insieme”. Ne è una prova il protrarsi dei lavori della Conferenza Unificata, dai quali è stato prodotto un mero documento di (presunta) intesa, dal carattere evidentemente informale e tutt’altro che condiviso, visto che le parti che lo hanno sottoscritto continuano a interpretarlo in modo diverso. Tanto da far  intendere, in maniera ormai chiara, che la faccenda non si risolverà certo in questa legislatura, ormai agli sgoccioli e già contaminata dal clima pre-elettorale, in cui le promesse sostituiscono le decisioni, spostando in avanti le soluzioni. Non servirà l’incontro del prossimo febbraio tra governo e regioni (ammesso che ci sia) per uscire dall’impasse e non basterà la clausola inserita nella Legge di Bilancio sull’adeguamento delle norme locali per invertire la rotta. Quello che è peggio, tuttavia, è che pure le considerazioni politiche di questa deriva proibizionista sono rinviate al futuro. È del tutto evidente, infatti, che non arriveranno prima del prossimo governo le valutazioni economiche e occupazionali sull’impatto delle restrizioni territoriali: con verdetti troppi scomodi per essere valutati prima di un’elezione, ma troppo importanti per non essere considerati, prima o poi. E a farne le spese, saranno sempre gli stessi: i cittadini, cioè noi.
 
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