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Più tasse sul gioco, meno tasse per tutti: l’equazione non definita della politica

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Il gioco pubblico continua ad essere oggetto di proclami politici e pre-elettorali: ma troppo spesso in chiave proibizionista.

A meno di un mese dalle elezioni politiche che dovranno dar vita al nuovo governo del paese, si è ormai entrati nel pieno della campagna elettorale, con il dibattito generale incentrato sui programmi politici, tra promesse di vario tipo e gli inevitabili fact checking ad opera di giornali e agenzie. Tra i proclami più gettonati del momento, al solito, ci sono quelli relativi al gioco pubblico: o, meglio, riferiti al non ben precisato fenomeno del “gioco d’azzardo”, che non è dato sapere come venga declinato dalla politica. Come in genere accade, i riferimenti a questo settore sono per lo più contrari, se non addirittura proibizionisti.

Specialmente quelli del Movimento 5 Stelle, notoriamente contrario alla diffusione (o, meglio, anche alla sola esistenza) dell’offerta di gioco nel nostro paese. Ascoltando i leader del Movimento, tuttavia, non è ancora chiaro quale sia la reale linea politica da perseguire nei confronti del settore, rendendo impossibile ogni stima e analisti di sostenibilità. Ascoltando le ultime parole del , Alessandro Di Battista, l’idea sembra essere proprio quella di smantellare in via definitiva l’intero comparto: come dichiarato nelle scorse ore in un’intervista rilasciata a Fabio Fazio sul programma “Che tempo che fa”, il parlamentare pentastellato ha dichiarato di voler abolire tout court l’offerta di gioco - ritenuta “una tassa sulla disperazione”, con particolare riferimento alle slot machine – salvo poi annunciare la volontà di aumentare le tasse sul settore. Che non è proprio la stessa cosa, ma è comunque coerente con quanto dichiarato in precedenza dallo stesso Di Battista e dagli altri esponenti di spicco del Movimento: a partire dal candidato premier Luigi Di Maio, che sul tema aveva già spiegato la volontà di intervenire sulla tassazione del gioco per trovare le coperture necessarie a finanziare il reddito di cittadinanza, da sempre fiore all’occhiello delle politiche perseguite dai 5 Stelle. Del resto, già lo stesso Di Battista aveva sbandierato la linea anti gioco finalizzata a un incremento della tassazione più volte, nei mesi precedenti, in occasione della presentazione del disegno di legge in materia a firma dei parlamentari Giovanni Endrizzi e Massimo Enrico Baroni, aveva auspicato di uniformare la tassazione su tutti i giochi innalzandola al 22 percento per slot, videolottery e online, per gli stessi scopi di politica economica orientata alla cittadinanza. Nessuno ha però spiegato al Movimento, evidentemente, che una tassazione al 22 percento, su slot e vlt, sarebbe una vera e propria manna per gli addetti ai lavori, visto che attualmente il livello di tassazione su questi prodotti di gioco è ben superiore al 50 percento (addirittura, il 66 percento del margine circa per le Awp), mentre sul gioco online è già del 22 percento sul margine. Confondendo, evidentemente, la tassazione “a monte” applicata sugli apparecchi da intrattenimento, vale a dire sulla cosiddetta raccolta, e non sol margine, come avviene sugli altri giochi e, in generale, in qualunque settore economico e produttivo. Segno evidente che sul gioco si continua a fare ancora oggi un’enorme confusione, che di certo non aiuta nessuno: neppure gli stessi politici che si trovano a promettere misure e (presunte) soluzioni decisamente inattuabili. Certo di vie d’uscita, da una situazione di questo tipo, ce ne sarebbero comunque: per esempio quella di introdurre una tassazione sul margine anche sugli apparecchi da intrattenimento, che avrebbe il duplice effetto di consentire, volendo, anche altri potenziali aumenti del prelievo sulle macchine da gioco, ma senza opprimere ulteriormente gli addetti ai lavori, già schiacciati dall’attuale regime e impossibilitati, in molti casi, a portare avanti la propria attività, come evidenziano il boom di cessioni, trasferimenti e interruzioni di attività che stanno caratterizzando la filiera degli apparecchi in questi ultimi mesi. Si tratta pertanto dell’unica possibilità di intervento fiscale realmente realizzabile, ad oggi, nel settore del gioco pubblico e, non a caso, è stata proposta di recente anche dal Partito Democratico, attraverso il sottosegretario uscente all’Economia, Pier Paolo Baretta, attuale titolare della delega riferita al comparto. Ma non è certo questo ciò che pensa il Movimento 5 Stelle, quando parla di “abolire” il settore. Anche se le parole del deputato Matteo Mantero, in un’intervista rilasciata a questo giornale - al di là delle posizioni e senza entrare nel merito delle proposte - sembrano essere più mirate e frutto di un’analisi più approfondita. Ma comunque parziale. Ed è proprio ciò che dovrebbe preoccupare non solo gli addetti ai lavori dell’industria, ma anche i cittadini, visto che da questa chiamata elettorale si è chiamati ad eleggere il prossimo governo, e non un rappresentante locale o un parlamentare europeo, consegnando il futuro del paese nelle mani del nascente Esecutivo. Sia chiaro, però, che l’improvvisazione (perché così appare, ascoltando e leggendo le parole dei leader) rispetto alla materia del gioco pubblico, non riguarda soltanto il Movimento 5 Stelle e, anzi, sembra essere uno dei (pochi) punti in comune che si possono scorgere nelle dichiarazioni di propaganda elettorale di ogni schieramento. Con il Partito Democratico che, dal canto proprio, può vantare una maggiore conoscenza della materia, almeno per ciò che riguarda la compagine governativa: nonostante porti con sé la grave colpa di non averla gestita in maniera adeguata, non essendo riuscito a portare a termine il piano di riordino, dopo i lavori avviati ormai oltre due anni fa, e ancora oggi da completare. Senza essere neppure arrivati a una vera mediazione con gli enti locali. Per una Questione Territoriale divenuta oggi una vera e propria Questione politica. E ancora più urgente.
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