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Gioco, As.Tro: 'Storico spesa può aiutare pianificazione'

Disamina dell'associazione As.Tro sulla spesa nel settore del gioco: utile anche a pianificare la programmazione futura.

I dati sulla spesa di gioco oggi disponibili ci raccontano un percorso di “emersione”, che pertanto è fatto di impennate costanti delle giocate lecite, visto che la base di partenza del calcolo è lo zero assoluto dell’era proibizionista ante 2003. Lo sottolinea l'avvocato Michele Franzoso, del Centro Studi As.Tro, che evidenzia, ancor, come gli “studiosi” antagonisti del gioco lecito non hanno difficoltà a documentare il “+ 1000 percento” che ogni anno si sarebbe realizzato nella spesa di gioco (lecito) dal 2004 ad oggi, visto che possono beneficiare di un punto di osservazione della tendenza che è costituito dal periodo in cui lotto e totocalcio esaurivano l’offerta di prodotti statali, e l’intera offerta residuale veniva lasciata all’anarchia del sommerso e degli 800 mila videopoker (non regolamentati) introdotti in Italia a partire dal 1995 (sotto forma di videogiochi).

E’ evidente a tutti, pertanto, sottolinea l'avvocato, che se si sapesse quanto incassava il gioco sommerso si potrebbe paragonarlo agli incassi del gioco “emerso” e quindi verificare (dal 2000 ad oggi) quanti effettivi soldi sono usciti - in più o in meno - dal portafogli degli italiani, per “sfidare la sorte”.
In realtà esiste uno “storico” della spesa di gioco che testimonia come oggi si spenda esattamente (anzi un po’ di meno) lo stesso importo (in termini di potere di acquisto della valuta) rispetto a quanto il Governo stimava che si spendesse – ai soli videopoker - al 30 dicembre 2000.
Questa data è molto significativa, in quanto il “volume stimato” di affari dei videopoker ufficialmente rappresentato dai Ministri dell’epoca, Vincenzo Visco per il Tesoro, Ottaviano del Turco per le Finanze, Enzo Bianco per gli Interni, non era posto alla base di una proposta normativa di “emersione” del fenomeno, bensì di una legislazione più restrittiva e repressiva in materia di videogiochi, finalizzata a vietare – per i videogiochi - anche quella “vincita in consumazioni” che era stata introdotta con la Legge n. 425 /1995, e che proprio la legge Finanziaria del dicembre 2000 (L. n. 388/2000) abolì .
“Il Ministro del Tesoro, Vincenzo Visco, il 30 dicembre 2000 denuncia su “La Stampa – Il Messaggero – Il Corriere della Sera” - che 7-800 mila videopoker stavano aggredendo la legalità fiscale, l’ordine pubblico, la salute pubblica, in 80mila bar con un giro di affari “in nero” di 80mila miliardi di lire l’anno (n.d.a. l’equivalente – in potere di acquisto - di 49 miliardi di euro attuali). (Fonte: http://www.mediamente.rai.it/rasstampa/001220.asp)”
Ben presto (Legge n. 289/2002) ci si accorse del fallimento della repressione abolizionista e della necessità di avviare la “legalizzazione”. La spesa “totale” al gioco lecito nell’anno 2015 è stata di 17,1 miliardi di euro, a fronte di una raccolta lorda di 84,6.
Il videopoker (illegale) restituiva ai giocatori il 40-50 percento del giocato, e da ciò deriva che ai 49 miliardi di euro che caratterizzavano – al 30 dicembre del 2000 - il “volume annuo di raccolta” degli apparecchi (illegali o comunque non disciplinati e fiscalmente non censiti), equivaleva una “spesa effettiva dei giocatori” pari ad almeno 24,5 miliardi di euro !!!!!! (e solo per i videopoker).
Si può agevolmente osservare – pertanto - che l’utenza di gioco ha “negli anni” speso sempre la stessa cifra, ma ha iniziato a distribuirla, con l’accrescere dei prodotti e dei servizi di gioco lecito, tra le varie forme di sfida di sorte che venivano rese accessibili dal circuito lecito e autorizzato (spostando solo il beneficiario finale di detta spesa, dal “nero” all’Erario”).
Le dichiarazioni di 3 Ministri non sono affidabili come i dati dell’attuale M.E.F. e quindi non vi è certezza assoluta che effettivamente vi fosse – al 30 dicembre 2000 – una spesa effettiva di gioco (ai soli videopoker ) di 24,5 miliardi di euro l’anno, ma qualche verifica può essere reperita.
Innanzitutto la “presenza” (già nel 2000) del G.A.P., delle comunità di recupero dei giocatori patologici, e di pubblicazioni che rappresentavano il nesso tra Boom economico degli anni ’90 e l’incuranza della gente rispetto al valore civico e morale del “denaro”, soffocato da una “etica dominante dell’epoca” che spronava verso la ricerca del piacere. A ciò si aggiunge il carico di lavoro dei tribunali e delle preture in particolare, verso le quali si riversavano – ogni anno - migliaia di procedimenti per gioco d’azzardo conseguenti ai sequestri di videopoker, attestanti la “economicità” della attività anche al cospetto di retate – sequestri – processi penali in tutta Italia.
E per finire un piccolo calcolo: Se si dividono i 24 miliardi (almeno) di spesa effettiva del giocatore per gli 800 mila videopoker, si arriva a quantificare un “cassetto medio-annuo netto (in quanto in nero) per apparecchio” pari a 30 mila euro.
Trentamila euro è esattamente il cassetto medio lordo (perché si pagano tasse e prelievi fiscali) di Awp + Vlt (c.a. 16.000 per il primo e c.a. 50.000 per il secondo), ovvero dell’attuale “prodotto lecito”. Perché – quindi – oggi ci sono “milioni di malati” mentre nel 2000 non c’erano ? Semplice. In realtà i malati sono sempre quelli (non erano milioni nel 2000, non lo sono oggi), ma nel 2000 chi si “ammalava” al gioco illegale poteva contare solo sulle comunità di recupero (che offrivano il medesimo servizio proposto agli affetti da dipendenza da sostanza), oppure rassegnarsi alla “clandestinità socio-sanitaria”.
Oggi che il gioco lecito esiste (e ha almeno sostituito il videopoker nei bar), il malato può “emergere”, esattamente come emerge la sua spesa, e può accedere ai servizi pubblici di cura e di sostegno al reddito.
Ciò è positivo; quello che non è positivo - sottolinea in conclusione Franzoso - è “giustificare” chi gioca irresponsabilmente raccontandogli che è colpa dello Stato se si è ammalato di Gap, promuoverne la non punibilità penale per i reati contro il patrimonio, strumentalizzare la malattia per gestire 50 milioni di euro in fondi pubblici da distribuire “senza obbligo di risultato dei progetti allestiti”.
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