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Accertamenti fiscali ai gestori, occhio alle motivazioni

  • Scritto da Davide Giordani, Studio Associato Scardovi & Giordani
  1. Tra le migliaia di avvisi di accertamento inviati dall’Agenzia delle Entrate ai gestori di apparecchi, molti sono da ritenersi illegittimi.

Sono sempre più frequenti gli avvisi di accertamento emessi dall’Agenzia delle Entrate e indirizzati ai gestori di apparecchi da intrattenimento, con i quali gli Uffici rettificano i ricavi dichiarati e conseguentemente il reddito imponibile del contribuente. In molti casi le motivazioni addotte negli avvisi, risultano carenti od inesistenti, limitandosi ad una generica informativa raccolta presso l’Anagrafe Tributaria in merito ai compensi comunicati dai concessionari di rete di riferimento per gli anni oggetto dell’accertamento.

 

Purtroppo, come già ampiamente trattato in questa rubrica, quantomeno fino all’anno 2014 (anno di uscita della Circolare delle Entrate sulle “Nuove metodologie di controllo” da applicarsi al settore delle Sale Giochi e Biliardi), i dati dei compensi dei “terzi incaricati”, certificati da numerosi concessionari, risultavano aggregati per gestori ed esercenti, senza ripartizione delle rispettive quote, nonché gravati dei cosiddetti imponibili forfettari (importi prefissati dall’Amministrazione ai fini dell’assolvimento del Preu, in caso di mancata lettura degli apparecchi e non dei compensi della filiera), “scaricando” pertanto nei rendiconti valori ben superiori a quanto effettivamente percepito dagli operatori. Tali avvisi, privi di motivazioni, devono ritenersi illegittimi. Si ricorda infatti che, per l’ordinamento tributario, tra i vari requisiti che un avviso di accertamento deve avere per affermare la propria legittimità vi è la corretta motivazione. Come previsto dall’art. 7 della Legge 212/2000 (“Statuto del Contribuente”), gli avvisi di accertamento devono, a pena di nullità essere motivati in relazione ai presupposti di fatto e di diritto che hanno condotto alla maggiore pretesa. La funzione della motivazione è quella di rendere immediatamente chiari i ragionamenti (di diritto e di fatto) che stanno alla base della pretesa. È sicuramente da rigettare la tesi che vede l’avviso di accertamento come provocatio ad opponendum, ossia come atto la cui funzione è stimolare il contribuente ad agire in giudizio, avendo compreso solo per sommi capi quale potrebbe essere l’oggetto della pretesa (Cassazione, 17.10.2014 n.22003). Al contempo, poi, è di vitale importanza il principio fondamentale sancito dall’art. 2697 c.c. il quale prevede che “chi vuole far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento” (vedi Cassazione 4.4.2012 n.5374). E’ quindi l’Ufficio che deve attentamente e dettagliatamente provare la propria pretesa; in mancanza gli avvisi non soddisfano i principi fondamentali sopra individuati e quindi devono essere considerati nulli per difetto di motivazione e di prova.

Per esemplificare, si riporta il caso di alcuni avvisi di accertamento in cui l’Agenzia ha motivato la propria pretesa facendo, come detto, un semplice richiamo a informazioni pervenute dalla Direzione Centrale e limitandosi a riportare un sintetico prospetto di (presunti) compensi percepiti dai gestori, senza nulla dire in relazione al procedimento di calcolo analitico che ha portato a detti valori di sintesi e senza alcun esplicito e dettagliato riferimento agli apparecchi da intrattenimento presi in considerazione al fine della ricostruzione dei ricavi. In particolare non è stato indicato se gli apparecchi considerati figuravano collegati oppure no alla rete del concessionario (e dunque se e per quanto gravati da imponibili forfettari) né tantomeno è stata riportata la quota di spettanza del gestore (al netto della quota riservata agli esercenti). A parere di chi scrive, tale fattispecie configura una evidente carenza di motivazione e prova e quindi una probabile dichiarazione di nullità dell’avviso di accertamento in sede contenziosa.

Il fatto poi che gli elementi addotti dall’Ufficio siano caratterizzati da una eccessiva sintesi e genericità, agevola il contribuente in fase contenziosa, il quale può addurre che lo stesso avviso sia lesivo del diritto di difesa del contribuente (art. 24 della Costituzione) e del diritto ad un giusto processo (art. 111 della Costituzione). È importante in ogni caso rilevare come, in sede di accertamento con adesione prima e, in mancanza di positiva conclusione del procedimento, in sede contenziosa poi, il contribuente, oltre alle summenzionate questioni di diritto, debba apportare anche tutti gli elementi e prove documentali a sostegno della correttezza del proprio operato, che possano supportare la difesa anche nel merito. E proprio su questi elementi si dovrà necessariamente esprimere il Giudice, analizzandoli e motivando nella sentenza le proprie conclusioni. Questo principio è confermato da una recente sentenza della Cassazione che ha cassato una sentenza della Ctr avente ad oggetto un contenzioso ai danni di un gestore di slot: “… Sulla base di tali considerazioni, si deve rilevare come le motivazioni della sentenza di appello si fonda su affermazioni del tutto generiche e apodittiche, prive di specificità rispetto all’oggetto del gravame e della controversia dedotta in giudizio. In particolare, la Ctr non ha reso intellegibili le ragioni per le quali sono stati ritenuti ininfluenti i mezzi di prova sottoposti alla sua attenzione dalla parte contribuente, configurandosi pertanto la motivazione della sentenza impugnata come non rispondente ai parametri del 'minimo costituzionale' enunciati dalla giurisprudenza di questa Corte”.

 

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