“La capziosità con cui in Italia ci si ostina a distinguere i termini ‘gioco d’azzardo’ e ‘gioco pubblico’ o ‘lecito’ è un po’ il paradigma del paese, un tempo Bel, oggi tristemente avvitato su se stesso e sui suoi sofismi”. A riproporre il tema è il portavoce dell’Anit Gianfranco Bonanno, secondo il quale, come si legge in un editoriale pubblicato sul sito dell’Associazione nazionale per l’incremento turistico, “non si capisce come si possa operare una distinzione così improbabile tra gioco d’azzardo – quello praticato nei casinò – e gioco pubblico e lecito – quello disponibile negli esercizi pubblici o via internet".
"Una scorrettezza, prima che un’alchimia, sul piano giuridico e semantico, che è possibile rinvenire perfino nelle pronunce della Corte Costituzionale (v. ad esempio sentenza 300/2011, pag.6, terzo capoverso)”.
Bonanno sottolinea come “entrambi sono autorizzati dallo Stato: entrambi dunque sono pubblici e leciti. Nel primo caso, i casinò, la legittimità è da rinvenire nelle norme emanate durante il periodo fascista, che attribuiscono al ministero dell’Interno l’onere della vigilanza, qualificandosi tali attività come particolarmente sensibili all’infiltrazione criminale e all’ordine pubblico. Nel secondo caso, il regime concessorio cui sono sottoposti i giochi di sorte, ‘liberalizzati’ nel 2006 con il decreto Bersani e incrementati con esemplare ‘bipartisanismo’ dall’amministrazione Tremonti, è regolato dal ministero delle Finanze attraverso i Monopoli di Stato. Parimenti entrambe le tipologie di gioco sono d’azzardo, in quanto in esse ricorre sia il fine di lucro sia l’alea. Il termine azzardo qualifica infatti l’oggetto dell’attività, appunto una particolare tipologia di gioco, per distinguerla da altre categorie quali i giochi di ruolo, di società, di abilità (scacchi) e via ludendo… Il termine pubblico definisce invece la natura dell’attività, che è pubblica perché regolamentata dallo Stato. La liceità è la logica conseguenza di quest’ultima attribuzione. Ma perché i termini ‘pubblico’ e ‘lecito’ sono utilizzati solo per i giochi ‘Bersani’, peraltro gestiti da operatori privati, e non per i giochi da casinò amministrati da società pubbliche controllate da enti locali? Sorvolando sull’ipocrisia che trasuda da questo approccio dogmatico – dietro il quale si annidano prosaici interessi di cassa -, sciogliere questo arcano non è puro esercizio retorico ma è utile a inquadrare in modo corretto una problematica che sta togliendo il sonno agli amministratori pubblici di mezza Italia. La proliferazione incontrollata delle sale gioco sul territorio è oggi uno degli allarmi sociali più evidenti: sia sotto il profilo dell’ordinata convivenza civile, sia per i riflessi etici ed economici, sia infine sotto l’aspetto sanitario. Una normativa organica e ‘laica’ sulla materia, che faccia a meno di artifici linguistici e manicheismi insostenibili, servirebbe a sgombrare le aule dei tribunali amministrativi e civili da contenziosi senza fine (in alcuni casi, come quello delle black slot, anche senza esito positivo per lo Stato), liberando risorse pubbliche, magari da destinare a precisi scopi sociali, e a fare dell’industria dell’intrattenimento un comparto produttivo realmente efficiente e assai più tollerabile dalla comunità dei cittadini”.

















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