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Come ti riduco il gioco pubblico

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Dopo la Conferenza unificata e la Manovra fiscale, il settore è in fase di transito caratterizzata dall'alta complessità normativa che rende necessario un intervento governativo.

Si fa presto a parlare di riduzione dell'offerta di gioco e di riordino. Un'altra cosa è farlo davvero. E in maniera efficace: in modo tale, cioè, da riorganizzare un intero comparto, venendo incontro alle esigenze delle Regioni e degli Enti locali, delle parti sociali, ma senza determinare la chiusura di imprese, ovvero creando disoccupazione. E senza compromettere le entrate erariali: che vorrebbe dire commettere un altro delitto, di questi tempi. È per questo che la partita del governo sui giochi si sta facendo più difficile del previsto, nonostante l'accordo di massima siglato con gli stessi soggetti istituzionali in Conferenza Unificata. Ma vale anche (e soprattutto) per i Monopoli di Stato, chiamati ad attuare le disposizioni dettate dalla politica, con evidenti difficoltà, causate da una matassa che si fa sempre più ingarbugliata e ogni giorno più difficile da districare. Non solo per la solita differenza tra la teoria e la pratica che da sempre lascia emergere perplessità interpretative e oggettive difficoltà operative nel tradurre delle leggi in norme. In un settore come quello del gioco pubblico, da sempre caratterizzato da un eccesso di regole e un surplus di norme (alla faccia della presunta deregulation di cui parla qualcuno), e reso ancor più impraticabile dalla stratificazione normativa che gli enti locali hanno soltanto peggiorato, ma che già esisteva, diventa ormai difficile applicare qualunque nuova disposizione. Soprattutto delle limitazioni.

Non è un caso, infatti, che l'ormai semi-dimenticata Legge Delega approvata nel lontano 2014 dal Parlamento, nel muovere i primi passi verso il riordino del settore, indicava tra i capi saldi della (presunta) riforma la necessità di arrivare a un Testo Unico dei giochi, allo scopo di razionalizzare la normativa vigente. Invece, purtroppo, quel passaggio cruciale - e oggi sempre più necessario - non è ancora stato compiuto, né tanto meno considerato, finendo addirittura con l'essere completamente dimenticato: e non certo per l'industria, che lo invoca ormai da anni. Ma tant'è. E oggi ci si trova di nuovo a fare i conti con una complessità normativa crescente e ancor più opprimente, anche per lo stesso Legislatore.
Se l'accordo siglato tra Governo e Regioni si propone di risolvere tutti i problemi riscontrati finora nella gestione del gioco, la realtà sembra essere ben diversa nei fatti. Basta guardare quello che accade sui singoli territori, dove la strada intrapresa dalle rispettive amministrazioni sembra ben lontana dall'inversione di rotta. Anzi. In Piemonte è già iniziato il conto alla rovescia per l'espulsione definitiva dell'offerta (quella legale, naturalmente) che avverrà tra un mese circa. In barba all'accordo sottoscritto in Conferenza unificata che prevede la riorganizzazione congiunta, che passa dalla “uniformità territoriale” dell'offerta alla “tutela degli investimenti esistenti”. Ma non nella realtà, a quanto pare. E lo stesso sembra destinato ad accadere anche in altri territori come l'Emilia, o come la Lombardia, che ha sempre detto di non avere intenzione di cambiare rotta. Anzi.
Ma i problemi emergono anche in fase attuativa e, quindi, da un punto di vista amministrativo e non soltanto in chiave politica. Ne è una prova la difficoltà con cui i Monopoli stanno gestendo la riduzione del parco macchine dettata dalla vecchia legge di Stabilità, poi ribadita (e anticipa) dalla recente Manovra Bis, e tradotta in norma dal decreto dello scorso 25 luglio, che ha già richiesto diverse note interpretative da parte dell'amministrazione. Colpa del Legislatore che, anno dopo anno (e di manovra in manovra), continua a rintuzzare con nuove misure il calderone dei giochi, finendo col restringere notevolmente le possibilità di intervento. Pensando alle slot, in effetti, senza guardare il Prelievo erariali e l'interminabile serie di rincari che si è succeduta nel tempo, non si può fare a meno di osservare come il Legislatore abbia prima disposto la limitazione delle istallazioni fissando un numero massimo di apparecchi in circolazione (ovvero, di nulla osta a disposizione), che ha portato all'istituzione del cosiddetto “basket di sistema”: poi è stato diminuito il numero di slot installabili (e, quindi, di nulla osta attivabili), che dovrà essere per giunta ulteriormente limitato entro il prossimo aprile. Tutto questo, naturalmente, in corso di svolgimento delle attività, facendo quindi saltare eventuali operazioni realizzate durante quel periodo (per esempio, se un operatore aveva effettuato acquisizioni o rilevato noleggi, si è visto costretto a rinunciare o a rimandare nel tempo l'operazione a causa della mancanza di nulla osta). Senza contare, poi, che a ingarbugliare ulteriormente la matassa è la vicenda che sta vivendo il concessionario di rete Global Starnet (peraltro uno dei maggiori in termini di numero di apparecchi), che in vista della potenziale perdita della concessione, dovrebbe causare la fuoriuscita di migliaia di gestori e il conseguente spostamento di macchine dalla propria rete, verso quella di altri concessionari. Operazione anche questa resa pressoché impossibile proprio dalle limitazioni di cui sopra e della mancanza, di nuovo, di nulla osta. Per una sorta di paradosso all'italiana che non è certo il primo, nella gestione dei giochi, e probabilmente neanche l'ultimo.
Certo, va detto, il governo ha il merito di aver mostrato, alla fine (e nonostante tutto) una buona dose di coraggio nel prendere il toro per le corna e provare a chiudere la partita della “Questione Territoriale”. Complice, probabilmente, l'avvicinarsi delle elezioni che impone di sgombrare il campo dalla materia gioco entro la fine della Legislatura, che ha imposto una insolita sollecitudine in una vicenda che si è protratta nel tempo. Purtroppo però in politica non bastano le buone intenzioni per risolvere i problemi reali e dopo i lavori preparatori che hanno portato a una presunta mediazione, è il momento di passare ai fatti, mettendo nero su bianco i criteri attraverso i quali riformare davvero il comparto. Con tutto il coraggio che serve per cambiare le normative locali che risultano inadeguate ai principi scritti nell'accordo del 7 settembre, laddove necessario. Per il raggiungimenti di quegli obiettivi che lo stesso governo si è impegnato a raggiungere, insieme alle regioni e agli enti locali. Che saranno pure ambiziosi, ma sicuramente alla portata. Purché ci si voglia davvero arrivare.
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