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'Tassa' illecita sulle slot, Cassazione conferma condanne

  • Scritto da Francesca Mancosu

La Corte di Cassazione conferma le condanne per alcuni criminali che estorcevano il 30 percento delle vincite alle slot ai titolari di un esercizio commerciale.

 

"Le due contestazioni di tentata estorsione di cui ai capi 4 e 5 della rubrica integrerebbero non due distinti reati, come ritenuto in sentenza, bensì un unico fatto, in quanto caratterizzate da un'unitaria richiesta, quella avente ad oggetto il 30 percento delle vincite alle slot machines gestite dal gruppo".


Questa una delle motivazioni con cui la Cassazione ha rigettato i ricorsi di alcuni uomini contro la sentenza dalla Corte di appello di Milano che ha in parte confermato e in parte
riformato la decisione di primo grado, emessa dal Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Milano all'esito di giudizio abbreviato nei loro confronti, fra l'altro per il reato di tentata estorsione aggravata anche dall'uso di armi in relazione ai proventi derivanti dalla gestione di slot machine ai danni dei titolari di un esercizio commerciale.


I giudici ricordano che "costituisce consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità quello secondo cui le diverse condotte di violenza o minaccia poste in essere per procurarsi un ingiusto profitto senza riuscire a conseguirlo costituiscono autonomi tentativi di estorsione, unificabili con il vincolo della continuazione, quando, singolarmente considerate in relazione alle circostanze del caso concreto e, in particolare, alle modalità di realizzazione e soprattutto all'elemento temporale, appaiano dotate di una propria completa individualità; si ha, invece, un unico tentativo di estorsione, pur in presenza di molteplici atti di minaccia,  allorché gli stessi costituiscano singoli momenti di un'unica azione (così, tra le tante, Sez. 2, n. 7555 del 22/01/2014, De Cicco, Rv. 258543, e Sez. 2, n. 41167 del 02/07/2013, Tannmaro Rv. 256729). Inoltre, ancor più specificamente, si è affermato che la ripetuta commissione di condotte di minaccia, rivolte a persone diverse per procurarsi un ingiusto profitto senza riuscire a conseguirlo, integra una pluralità di tentativi di estorsione, eventualmente unificabili sotto il vincolo della continuazione, e non un'unica ipotesi di reato tentato, anche perché
l'unicità del fine non basta per imprimere all'azione un carattere unitario essendo necessaria la così detta contestualità, vale a dire l'immediato succedersi dei
singoli atti, sì da rendere l'azione unica (Sez. 2, n. 23396 del 12/01/2017, Guarnieri, Rv. 270310)".
 
 
La sentenza impugnata, conclude la Cassazione, "ritiene la duplicità dei fatti sia perché non è provata l'esistenza di un'organizzazione criminale, sia perché le condotte sono state realizzate separatamente, avevano ad oggetto le somme percepite di volta in volta dai singoli, non da un gruppo, e sono state commesse in tempi diversi.
Alla luce dei principi giuridici richiamati, la conclusione della Corte d'appello, risulta immune da vizi logici o giuridici. Del resto, le ragioni addotte si poggiano su dati fattuali puntualmente esposti in motivazione. Deve perciò concludersi che è corretta la statuizione della sentenza impugnata che ha escluso l'applicabilità della riduzione della pena di un terzo al reato satellite irrevocabilmente giudicato con il rito ordinario, nonostante il reato più grave sia stato accertato nelle forme del giudizio abbreviato. La doglianza concernente l'illogicità della determinazione della pena applicata in riferimento al reato di estorsione giudicato in altro processo, a titolo di aumento per la continuazione, è manifestamente infondata. In effetti, il reato in questione è costituito da una estorsione pluriaggravata consumata in danno dei titolari di un esercizio commerciale, e caratterizzata dalla formulazione di minacce di morte nonché dal conseguimento dell'ingiusto profitto di 1.500,00 euro in contanti. L'aumento è stato determinato in un anno e sei mesi di reclusione, oltre che per la 'caratura criminale' degli imputati, per 'la gravità del fatto', avendo riguardo al pregiudizio subito dalle vittime, in ragione delle gravi minacce subite. Si tratta di motivazione sicuramente congrua ed immune da vizi, anche alla luce del termine di paragone indicato nel ricorso: in disparte da ogni altra considerazione, gli aumenti di quattro mesi, computati a titolo di continuazione per i reati di cui ai capi 4 e 5 della rubrica, si riferiscono a fatti di tentata estorsione, e non di estorsione consumata".
 
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