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Piemonte: solo il buon senso può salvare il settore (e l'economia)

  • Scritto da Alessio Crisantemi

All'indomani dell'emanazione dell'ordinanza del comune di Mirabello Monferrato si riaccendono le polemiche in Piemonte: tra buon senso e ideologie.

Ha fatto discutere (e non poco) dentro e fuori il settore, la decisione presa dal sindaco di Mirabello Monferrato di intervenire motu proprio sulla disciplina dell'esercizio del gioco pubblico sul territorio di sua competenza, attuando disposizioni meno rigide di quelle dettate dalla Regione, pur agendo comunque in attuazione della stessa Legge regionale. In un evidente esercizio di buon senso, dettato (dichiaratamente) dall'esigenza di contemplare tutte le esigenze di carattere pubblico: comprendendo, quindi, non soltanto quelle di contenimento delle dipendenze, ma anche quelle di carattere economico e occupazionale. Difendere le attività economiche del posto, del resto, significa comunque tutelare la cittadinanza, visto che le imprese sono fatte di persone, dunque di cittadini, che non sono certo da ritenere "figli di un Dio minore" solo perché il ramo di attività in cui hanno scelto di operare (o ci si sono ritrovati anche casualmente, come nel caso di molti addetti e dipendenti) è quello del gioco. Visto che, andrebbe pure ricordato, il gioco rappresenta comunque un settore di competenza statale che gli operatori rivendono in suo nome e per suo conto, proprio come avviene per altre attività. E come le altre andrebbe trattato. Con maggiori precauzioni, probabilmente (e forse neanche tante di più rispetto agli alcolici o ai tabacchi), ma comunque non attraverso divieti o “espulsioni”, come avviene in Piemonte. Una riflessione che è stata affrontata anche dal sindaco di Mirabello, com'è evidente dal testo dell'ordinanza in cui il primo cittadino spiega di intervenire con un provvedimento di questo tipo: "ritenuto necessario adottare un provvedimento a tutela della comunità locale", limitando l'uso degli apparecchi, ma "senza impedire del tutto il loro utilizzo per non menomare la libertà d'impresa, fintanto che tale attività sarà annoverata tra quelle consentite dalla Legge".

Quasi come a voler dire: “Chi siamo noi per decretare la chiusura di imprese, quando queste operano in ragione di una legge statale?”. Ma senza lasciare campo libero alle aziende o possibilità illimitate all'offerta di gioco (sepure legale), ma introducendo comunque dei limiti di funzionamento agli apparecchi, proprio come consentito dalla legge locale. Evitando, però, l'effetto espulsivo provocato dal “distanziometro” regionale. Per questo – senza entrare nel merito delle specifiche decisioni del sindaco, non necessariamente ideali o immuni a critiche o osservazioni tecniche, che non spetta a noi stabilirlo – la posizione del piccolo comune piemontese appaiono convincenti, perché figlie di un approccio ragionevole e dettato, semplicemente, dal buon senso. Magari anche dovuto a logiche di “autotutela”, intravedendo qualche anomalia procedurale nell'introdurre certi limiti, che i sindaci non devono necessariamente recepire turandosi il naso e coprendosi gli occhi, specie di fronte ai troppi rischi che la scomparsa dell'offerta legale può comportare.
Eppure, nonostante questo, la presa di posizione del sindaco sembra aver causato non pochi mal di pancia all'interno della Regione, che arrivata a questo punto sembra voler proseguire a pieno ritmo con l'attuazione delle propria legge, nonostante tutto. Durante le ultime ore, in effetti, sui vari comuni del territorio sono continuate le ispezioni da parte delle forze dell'ordine nei locali, per valutare l'effettivo spegnimento degli apparecchi e per eseguire le rilevazioni del caso, anche a livello “metrico”. Seppure arrivando, in pochi casi, all'erogazione di sanzioni. Ma sono ore in cui si alternano anche i provvedimenti da parte delle amministrazioni (alcune delle quali attueranno la legge regionale a partire dal primo dicembre): come quello del Comune di Alessandria, che nel recepire le eccezioni da parte di gestori ed esercenti sulla mancata “mappatura” del territorio, respinge al mittente ogni accusa - in una nota a firma del direttore dell'Ufficio Polizia Amministrativa della Direzione politiche economiche abitative e protezione civile - ricordando di aver assolto a tutti i propri doveri, avendo disposto le limitazioni temporali all'esercizio del gioco, come richiesto dalla Regione, avendo valutato l'inserimento di ulteriori luoghi sensibili a cui applicare le disposizioni previste (ma senza individuarne altri) ed andando ad esprimere le "proprie funzioni di vigilanza e controllo sull'osservanza delle disposizioni" come previsto dalla stessa legge.
Per una matassa che si fa sempre più ingarbugliata e diventa quindi vieppiù difficile da districare. Per farlo, occorrere usare tutto il buon senso del caso, ma a tutti i livelli: superando le battaglie di quartiere e le ideologie che rischiano soltanto di compromettere l'economia locale (e nazionale, pure) e il futuro dei cittadini. Ma soprattutto, senza neppure raggiungere l'obiettivo di maggiore tutela dei consumatori che la stessa Regione si è prefissata, visto che la scomparsa del gioco legale verrà inevitabilmente rimpiazzata da altre forme di gioco alternativa alle legalità che certo non possono dare maggiore sicurezza, anzi. Una mano in direzione di una soluzione definitiva, tuttavia, dovrebbe arrivare anche (e soprattutto) dal governo: al di là del decreto attuativo della Conferenza unificata che continua a sfuggire e non solo a farsi attendere, la novità più rilevante potrebbe essere caratterizzata dalla conversione in legge dell'approvanda manovra di bilancio che contiene, come noto, una voce espressamente dedicata alla cosiddetta “Questione Territoriale”, stabilendo che gli Enti locali dovranno adeguarsi ex lege ai dettami stabiliti dalla stessa Conferenza Stato, Regioni ed enti locali in materia di gioco. Sempre che il settore e il sistema legale del Piemonte resistano fino a quel giorno in cui la legge entrerà in vigore.
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