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Piemonte: riaprire il dibattito per evitare derive (e forzature)

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Il gioco torna all’ordine del giorno della Conferenza unificata, con i riflettori puntati sul Piemonte, fino al 20 dicembre, data della prima udienza in tribunale sul tema.

 


Il Piemonte, sul gioco, continua per la propria strada: quella che sembra essere senza uscita, almeno per gli addetti ai lavori. La Regione ha espresso più volte la volontà di proseguire con l’applicazione della propria legge “anti-gioco”, nonostante l’intesa siglata dagli enti locali con il Governo in Conferenza unificata. A ribadirlo, nelle ultime ore, è stato anche il consigliere della Regione Piemonte, Mario Giaccone, eletto nella lista "Chiamparino per il Piemonte" e tra i promotori del provvedimento restrittiva, in un’intervista al quotidiano Vita, in cui ricorda i principi ispiratori della legge.

 

Principi che, come scritto più volte su queste pagine, appaiono assolutamente legittimi, salvo tuttavia rivelarsi incoerenti rispetto al percorso intrapreso dagli enti locali insieme al governo, che ha portato all’intesa dello scorso 7 settembre, poi disattesa nei fatti. Così il problema rimane e la Questione Territoriale continua ad essere irrisolta. Con effetti devastanti per le imprese che operano a livello locale e, quindi, per i loro dipendenti.

In gioco però non ci sono soltanto i destini di quelle aziende e di quelle famiglie (come se non fosse già abbastanza), con il rischio concreto che la scomparsa pressoché totale (perché di questo si tratta, come evidenziato dalle numerose perizie realizzate sul territorio in virtù del cosiddetto “distanziometro”) dell’offerta di gioco legale, è destinata a lasciare campo libero all’illegalità, tornando a generare evasione, mancanza di sicurezza e, quindi, nessuna tutela del consumatore, visto che l’offerta illegale che inevitabilmente andrà a rimpiazzare le slot di Stato, di certo non darà garanzie, a nessuno e da nessun punto di vista.
 

L’EQUILIBRIO DA RICERCARE - Per questo, nonostante le parole condivisibili degli amministratori, nel denunciare il lassismo del Governo degli ultimi anni di fronte alla crescita esponenziale dell’offerta e dei disagi sociali, lo strumento che la Regione ha adottato per far fronte a quella che è ritenuta un’esigenza politica, non risulta quello ideale. Quando il consigliere sottolinea: “Se gli imprenditori del settore giustamente lavorano per avere un utile che dipende dall’utilizzo stesso delle apparecchiature in oggetto ci si domanda come da soli possano regolamentarsi e limitarne l’uso causando in questo caso un danno diretto all’azienda che conducono”, non si può fare a meno di evidenziare che l’industria non ha mai proposto una autoregolamentazione tout court, né tanto meno ha inneggiato alla deregulation: invitando, al contrario, gli amministratori locali a definire misure che potessero rivelarsi sostenibili. Per tutti: imprese, istituzioni e società civile. Quindi, se non si vuole optare per l’auto-regolamentazione (cosa che, comunque, molte imprese e associazioni di categoria hanno adottato, e da tempo, ma che può comunque ritenersi insufficiente agli occhi del legislatore locale), sembrerebbe più opportuno mirare alla concertazione, invece dell’imporre divieti più o meno assoluti. Tanto più che il comparto non è affatto abbandonato a sé stesso, essendo regolato da un ente governativo come l’Agenzia delle dogane e dei monopoli, quindi dal ministero dell’Economia, che potrebbe (e dovrebbe) giocare un ruolo fondamentale nella gestione dei giochi e nella loro distribuzione. Inoltre, come se non bastasse, il Governo (nonostante i propri limiti, carenze e ritardi) ha messo sul tavolo il tema della regolamentazione, sotto il profilo territoriale, portandolo in Conferenza unificata, puntando proprio alla ricerca di quell’equilibrio a cui si faceva riferimento prima. Coinvolgendo tutte le parti interessate, tra cui, non a caso, anche la stessa Agenzia delle dogane e dei monopoli e chiamando addirittura al tavolo anche l’Agcom, in riferimento alla pubblicità.
 

IL PARADOSSO - Tornando a parlare delle aziende, poi, ad apparire ancora più assurdo, per gli addetti ai lavori, non è solo il fatto che si vedranno costretti a chiudere baracca per via di una legge maldestra (regionale), ma anche l’idea che, a due passi dal loro territorio, per esempio nelle regioni limitrofe, i loro colleghi possono continuare ad operare “liberamente” (cioè come prima, sotto le regole dello Stato centrale, e nient’affatto in assenza di regole). Per quella che agli occhi di un imprenditore che ha scelto di investire in questo settore, perché oggetto di riserva di Stato, appare come una duplice ingiustizia.
 

LA POSSIBILE SOLUZIONE - Ora, se la Regione, come ha più volte dichiarato, non ha alcuna intenzione di sospendere la propria legge (né tanto meno di rivederne le restrizioni più stringenti), l’unica via di uscita potrebbe arrivare da un tribunale, dopo i ricorsi presentati da esercenti e gestori del posto (una delle prime udienze sul tema si discuterà il prossimo 20 dicembre), con la politica – centrale e locale – che rimanda ancora una volta la soluzione alla giurisprudenza, affidando ai giudici il ruolo di supplenti. Come al solito, verrebbe da dire. Nello stesso modo, cioè, con cui si è arrivati a questo punto e all’esplosione della "Questione territoriale". Proprio per questo continua a rimanere assolutamente preferibile la ricerca di una soluzione “politica” al problema, attraverso una mediazione tra le parti, invece di arrivare a una sorta di diktat, giuridico o governativo che sia.
 
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