India: la Corte Suprema rinvia l’udienza sul divieto di giochi in denaro

L’industria del gioco online dell'India rimane in un limbo legale, mentre operatori e giocatori attendono chiarezza su una legge controversa che ha paralizzato il settore.
Scritto da Redazione

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L’industria del gaming online in India resta in sospeso, dopo che la Corte Suprema ha comunicato che le contestazioni al divieto di giochi con denaro reale non saranno esaminate prima di gennaio 2026. Il rinvio segue le richieste di revisione giudiziaria urgente da parte di operatori di gioco, che puntano a contestare una legge che ha di fatto bloccato le operazioni in tutto il settore, con tutti gli operatori, in particolare quelli di poker online, che hanno abbandonato il Paese.

L'11 dicembre, una sezione presieduta da Surya Kant – Capo della Corte Suprema dell’India – ha valutato la richiesta di anticipare l’udienza da parte di Head Digital Works, operatore di A23 Rummy. L’azienda, insieme ad altri operatori di giochi con denaro reale, contesta la costituzionalità del Promotion and Regulation of Online Gaming Act, approvato dal Parlamento in agosto. Nonostante gli avvocati abbiano sollecitato un intervento immediato, la Corte ha indicato che la questione sarà rinviata a una sezione a tre giudici e fissata per l’inizio del prossimo anno.

Surya Kant ha commentato la situazione critica del settore, senza scomporsi eccessivamente: "Tutto è fermo… La riprogrammazione avverrà a gennaio. È quello che prometto".

LE CONSEGUENZE PER GLI OPERATORI – La legge, approvata con dibattito parlamentare limitato, proibisce qualsiasi piattaforma online che offra servizi di gaming con denaro reale, senza distinguere tra giochi di fortuna e giochi di abilità come rummy, fantasy sports, poker ed e-sports. Gli operatori rischiano pene fino a tre anni di carcere e multe finanziarie.

I sostenitori della legge sostengono che sia necessaria per proteggere i cittadini dai rischi legati al gioco d’azzardo: secondo il Centre for the Promotion and Regulation of Online Gaming, l’espansione incontrollata dei giochi con denaro reale sarebbe collegata a frodi finanziarie, riciclaggio, evasione fiscale e, in alcuni casi, al finanziamento del terrorismo. La parlamentare Bansuri Swaraj ha definito il settore "un'influenza sociale corrosiva” e ha giustificato il divieto come strumento per impedire agli operatori di mascherare le attività dietro la scusa dell'abilità.

Gli operatori, invece, considerano la legge una forma di paternalismo statale e ne chiedono l’annullamento per incostituzionalità. HDW ha denunciato che la norma ha bloccato completamente le attività: dopo la pubblicazione della legge il 22 agosto, banche e processori di pagamento hanno sospeso i servizi, generando perdite significative e la riduzione del personale da 606 a 178 dipendenti. L’investitore estero Clairvest ha inoltre cancellato un investimento di circa 91 milioni di dollari.

Più in generale, le piattaforme vietate hanno registrato svalutazioni per oltre 840 milioni di dollari, mentre circa 7.000 lavoratori hanno perso il lavoro. Il settore, prima della legge, sosteneva circa 200.000 posti di lavoro e generava un valore annuale di circa 2,75 miliardi di dollari.

QUESTIONI COSTITUZIONALI COMPLESSE – La Corte Suprema ha spiegato che il rinvio riflette la complessità delle questioni costituzionali, poiché la legge tocca la competenza del Parlamento rispetto alle normative statali sul gaming online. La controversia sarà valutata insieme a precedenti casi, come quello di Gameskraft, che hanno posto la questione se siano i singoli stati a detenere l’autorità di regolamentare o vietare il gioco online, oppure se tale competenza spetti al Parlamento a livello nazionale. La nuova udienza è prevista per il 21 gennaio 2026, una volta costituita la sezione a tre giudici.

Operatori e analisti del settore avvertono che i ritardi rischiano di spingere i giocatori verso piattaforme offshore non regolamentate. Di questo parere è Jaya Chahar, Ceo di Jcdc Sports, che ha dichiarato: "Il divieto spinge l’engagement dei fan lontano dalle piattaforme indiane regolamentate verso spazi offshore non regolamentati, vanificando lo scopo della protezione dei consumatori".