Polymarket, Fondazione Fair: ‘Mercati predittivi, questione sociale’
Stefano De Vita (Fondazione Fair) analizza il fenomeno Polymarket per riflettere sul confine tra piattaforme previsionali, gamification e gioco responsabile.
Polymarket si presenta ufficialmente come una piattaforma di prediction markets: un sistema in cui gli utenti acquistano e vendono quote legate all’esito di eventi futuri, dalla politica allo sport, dall’economia alla geopolitica. “Il dibattito sulla sua natura giuridica è aperto, ma non è questo il terreno più rilevante su cui ragionare. La questione centrale riguarda i comportamenti che questo strumento attiva, le dinamiche psicologiche che innesca e i rischi che genera per le persone più vulnerabili.”
Lo sottolinea Stefano De Vita, direttore generale di Fondazione Fair, che analizza il fenomeno in un approfondimento pubblicato sul sito dell’ente, nato per promuovere la cultura del gioco responsabile.
Riportiamo integralmente il suo approfondimento.
COME FUNZIONA POLYMARKET
Il meccanismo è semplice. Un utente propone un evento: il suo valore è determinato dalla probabilità che quell’evento si verifichi, su una scala che va da zero a un dollaro. Più il valore si avvicina a un dollaro, più l’evento è considerato probabile. L’utente può seguire in tempo reale l’andamento delle quote, aumentare la propria esposizione dopo una perdita ed è coinvolto emotivamente dall’evoluzione dell’evento. Il perimetro è funzionalmente quello del gioco con vincita in denaro.
A questo si aggiunge una dimensione sociale: un evento può acquistare popolarità grazie alla creatività del proponente, che assume un ruolo da protagonista all’interno della piattaforma. Questo meccanismo amplifica il coinvolgimento e aumenta la capacità di attrazione verso nuovi utenti.
Una parte rilevante dei mercati disponibili riguarda eventi sportivi e il calcio in particolare, come dimostra l’accordo recente tra la Lega di Serie A e Polymarket per il mercato nordamericano. Quando il prodotto si costruisce attorno allo sport, il nome che gli si attribuisce conta meno dell’esperienza che produce. E se quell’esperienza è percepita come una forma di scommessa, diventa centrale la domanda su quali protezioni debbano essere garantite a chi vi partecipa.
Innovazione e tutela non sono dimensioni alternative. Ogni prodotto che genera rischio economico, coinvolgimento emotivo, frequenza d’uso e possibilità di perdita deve interrogarsi sugli strumenti di protezione dell’utente. Se un’attività attiva comportamenti analoghi a quelli del betting, se consente esposizione ripetuta su eventi ad alta carica emotiva, allora i principi del gioco responsabile devono entrare nel disegno stesso del servizio: limiti di deposito, strumenti di autolimitazione, trasparenza sui rischi, messaggi informativi efficaci, pause obbligatorie, controlli sull’età, sistemi di monitoraggio dei comportamenti problematici, procedure di esclusione e canali di aiuto.
Il tema diventa ancora più delicato quando i mercati predittivi incontrano lo sport. Lo sport è identità, appartenenza, passione: un linguaggio popolare e trasversale, capace di coinvolgere anche i più giovani. Integrare meccanismi predittivi e monetari all’interno dell’esperienza sportiva può aumentare l’engagement, ma può anche rendere più sottile la distinzione tra tifo, informazione, intrattenimento e puntata.
UN FENOMENO DA REGOLARE
Il gioco su base concessoria sta attraversando un’evoluzione significativa sul piano della protezione del consumatore: le recenti evoluzioni normative puntano a rafforzare la prevenzione del gioco minorile, a ridurre i rischi di gioco problematico e a contrastare il gioco illegale. La domanda che si pone è se nuovi prodotti digitali che producono effetti funzionalmente equivalenti non debbano essere sottoposti a presidi di tutela analoghi, anche quando utilizzano tecnologie, linguaggi o architetture diverse. Se così non fosse, si configurerebbe un modello operativo al di fuori delle regole: una condizione che non ammette ambiguità.
La posizione di Fondazione Fair è netta: la protezione del giocatore non può essere un’etichetta apposta a posteriori. Deve essere un criterio progettuale, presente nella fase di design dei prodotti, nella comunicazione, nella gestione dei dati, nei modelli di business e nella relazione con gli utenti.
Per questo è necessario un approccio basato su evidenze, ricerca e collaborazione tra istituzioni, regolatori, operatori, mondo accademico e società civile. Non basta vietare ciò che non si comprende. Ma non è sufficiente nemmeno accogliere ogni innovazione come inevitabile o autorizzante di per sé.
UN’OCCASIONE PER IL GIOCO REGOLAMENTATO
Esiste una terza via: comprendere, misurare, regolare, responsabilizzare.
Su questo piano, il settore del gioco regolamentato ha oggi l’occasione di fare un passo avanti concreto. Definire azioni comuni di protezione dei giocatori e comunicarle in modo efficace non significa difendere i ricavi delle aziende: significa tutelare le persone che scelgono di usare quei prodotti. Sarebbe un segnale di maturità del settore e un contributo utile al dibattito pubblico.
Resta infine aperta una questione sul piano della comunicazione. Polymarket opera con la stessa visibilità di un sito informativo legale, senza i vincoli che il quadro concessorio impone agli operatori regolamentati. Anche su questo punto una riflessione pubblica è necessaria.
Nella foto: Stefano De Vita, direttore generale di Fondazione Fair – Crediti fotografici © Roberto Sarzi Amade’