Crisi climatica: i videogiochi ‘spiegano’ come cambia anche il cibo

Scritto da Daniele Duso
Nuove produzioni videoludiche raccontano realtà complesse come spostamenti forzati, risorse scarse, cambiamenti dell’alimentazione causati dall’impatto del clima.

La ricerca internazionale mostra un legame sempre più diretto tra crisi climatica, migrazioni forzate e alimentazione. Ogni anno circa 30 milioni di persone sono costrette a spostarsi a causa di alluvioni, incendi, frane, temperature elevate e siccità. Questi fenomeni non modificano solo le rotte migratorie, ma cambiano anche ciò che le comunità possono coltivare, cucinare e mangiare.

Le città che accolgono nuovi flussi devono gestire risorse alimentari più scarse, mentre le aree rurali perdono colture tradizionali. In questo contesto, anche i videogiochi diventano strumenti utili per comprendere come il cibo cambi insieme alle persone che migrano.

GIOCHI CHE MOSTRANO COME CAMBIA IL CIBO

Nel 2022 è uscito Half‑Earth Socialism, un titolo che inserisce la migrazione nel quadro più ampio della sostenibilità globale, compresa la trasformazione dei cibi. Il giocatore interpreta un leader politico che deve evitare il collasso dell’umanità in un mondo con risorse alimentari sempre più scarse. Le scelte del giocatore influenzano la disponibilità di cereali, proteine e colture essenziali. Se non si gestisce l’ansia sociale legata ai movimenti migratori e alla scarsità di cibo, si perde potere e si fallisce la partita. Il gioco invita a mantenere atteggiamenti positivi verso i migranti e confini aperti, mostrando come la diversità culturale possa arricchire anche le tradizioni alimentari. Tuttavia, non affronta la dimensione emotiva del cibo come elemento identitario nelle migrazioni.

STORIE DI CHI MIGRA E DI COSA MANGIA

Un approccio più umano arriva da We. The Refugees: Ticket to Europe, uscito su Xbox nel 2026. Il giocatore veste i panni di un reporter che raccoglie testimonianze lungo un viaggio dall’Egitto all’Italia. Il titolo si ispira alle storie reali dei residenti dell’ex campo di Moria. Qui il cibo diventa parte del racconto: pasti improvvisati, razioni insufficienti, piatti tradizionali che diventano impossibili da preparare. Le mafie libiche e siriane appaiono talvolta “amichevoli e civili”, mostrando come anche il cibo possa diventare merce di scambio. Il gioco ricorda il peso del clima, con notizie sulla “apocalisse climatica” e ambientazioni segnate da caldo estremo che rendono difficile conservare alimenti o accedere all’acqua. Il risultato è un racconto complesso che unisce conflitti, vulnerabilità e trasformazioni alimentari.

UNA FAMIGLIA TRA DUE MONDI

Sulla stessa linea c’è Venba, del quale abbiamo parlato qualche settimana fa. Il gioco racconta la storia di una famiglia tamil che lascia il Tamil Nadu per costruire una nuova vita in un altro Paese. Il cibo diventa un ponte tra passato e presente. Ogni ricetta è un frammento di memoria che si ricompone attraverso gesti semplici. Il giocatore prepara dosa, idli, puttu e biryani senza istruzioni precise. Ricostruisce ricette incomplete, come accade ai figli della diaspora che recuperano tradizioni attraverso tentativi, errori e affetto.

QUANDO IL CLIMA MOLTIPLICA I CONFLITTI E CAMBIA LE DIETE

We. The Refugees si inserisce nella stessa linea narrativa di Bury Me My Love, dove il giocatore aiuta Nour a fuggire dalla Siria mentre il marito Majd resta con la madre anziana. Qui la migrazione nasce dal conflitto, ma il clima agisce come “moltiplicatore di minacce”, aggravando siccità, sovraffollamento urbano e tensioni sociali. Le conseguenze si vedono anche nel cibo: meno acqua significa meno raccolti, meno varietà e più dipendenza da prodotti industriali. Questi giochi mostrano come le crisi ambientali amplifichino le cause della migrazione forzata e cambino le abitudini alimentari delle comunità. Il videogioco diventa così un mezzo per comprendere dinamiche globali complesse, ridurre la distanza emotiva tra chi fugge e chi osserva da lontano e raccontare come il cibo cambi insieme alle persone.

Crediti fotografici @Krzysztof Hepner (Unsplash)