Tutti i danni del Covid sull’economia e il rischio di collasso del gioco pubblico
Il 10 percento delle società europee ha riserve liquide per durare solo sei mesi. E le imprese italiane sono tra le più compromesse.
È questo lo scenario (impietoso) delineato dallo studio condotto dall’Associazione dei mercati finanziari europei (Afme) e da PwC, pubblicato su IlSole24Ore di oggi, 21 gennaio, che, oltre alle imprese coinvolte, dovrebbe far venire i brividi anche ai singoli governi. Con particolare riferimento al nostro.
Allo scopo, magari, di individuare e attivare risposte immediate. Tenendo anche conto dell’altro numero particolarmente importante (e altrettanto preoccupante) che emerge dallo stesso rapporto, cioè quello relativo ai “ristori” reali che serviranno: all’interno dell’Unione europea, le aziende colpite dalla lunga pandemia e dai ripetuti lockdown, avranno bisogno di mille miliardi di euro di capitali per risollevarsi dalla crisi. Ovvero, una montagna di soldi, come scrive il quotidiano, per poter colmare la voragine patrimoniale che il Covid-19 ha scavato nei loro bilanci. E di questi mille miliardi, oltre 175 servono alle sole imprese italiane.
Senza contare, poi, che lo stesso settore sconta anche una serie di ulteriori problemi che si trascina dietro da troppo tempo, ben prima del Covid, che ora finiscono col compromettere definitivamente l’attività di tante aziende. Soprattutto quelle di più piccole dimensioni, anche se non solo.
Un tema che viene oggi affrontato, in maniera puntuale, dall’ex senatore Riccardo Pedrizzi, sulle colonne de Il Tempo, all’interno del quale, oltre a sottolineare l’impatto della pandemia sul comparto dei giochi, evidenzia anche, in modo più generale, il “trattamento penalizzante di un intero settore, che pure aveva predisposto un rigoroso protocollo per il contenimento del Covid-19 nelle sale e nei luoghi di accesso ai giochi”.
Dopo aver ricordato le diverse difficoltà che sta affrontando la filiera a causa del Covid, il senatore evidenzia infatti come ai provvedimenti di carattere contingente (Dpcm e altro) si aggiungono anche gli altri fattori collaterali che contribuiscono al calo del gioco legale: gli interventi normativi sull’aliquota delle scommesse, il minor reddito disponibile dei giocatori, la riduzione della rete dei negozi, l’espulsione del gioco legale dai centri urbani in applicazione delle leggi regionali e comunali.
“Da ciò i rischi di chiusura principalmente di piccole imprese familiari di gestione di agenzie di scommesse, esercizi pubblici e sale da gioco di vario genere, che andrebbe ad interessare almeno 30mila addetti (solo per le sale scommesse ci sono in ballo 25mila posti di lavoro diretti)”.
A tutti questi soggetti si aggiungono poi gli addetti impiegati attualmente presso i concessionari, i cui bilanci – come divulgato anche dal direttore dell’Agenzia dogane e monopoli, Marcello Minenna – hanno subito un “impatto profondo” a causa della pandemia.
“La crisi ha dunque effetti diretti sulle imprese e sui dipendenti dei concessionari ed indiretti sui conti dello Stato, perché si tratta di un segmento della filiera che funge da player e da motore dell’intero settore, svolgendo, oltre il ruolo di sostituto di imposta nell’interesse dello Stato, anche quello di garante della legalità, della trasparenza e della regolarità di tutto il processo del gioco”, scrive l’ex senatore.
Individuando, tra le principali necessità del settore, quella di creare un Testo unico che raccolga e sintetizzi tutta la normativa, la devoluzione di una parte delle entrate dei giochi a Regioni e Comuni e l’intensificazione del controllo del territorio per contrastare il gioco illegale.
“Tutte proposte, peraltro – ricorda Pedrizzi – che erano anche contenute nelle conclusioni dell’indagine conoscitiva promossa al Senato della Repubblica e votata all’unanimità da tutte le forze politiche”.
L’unico accenno di contenuto, nel merito, è stato avanzato nelle scorse settimane dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli con la delega chiesta dal Dg Minenna, che a questo punto, forse, rappresenta l’unica speranza – comunque concreta– di salvezza per il settore.
Ma bisogna fare presto. E, soprattutto, prima ancora della riforma, serve un intervento serio e concreto anche in termini di ristoro, per garantire alle imprese di uscire dalla crisi e provare a ripartire. Altrimenti non ci sarà più nulla da riordinare.