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Bar e sale giochi: le due facce della riapertura, tra restrizioni e voglia di consumo

  • Scritto da Ac

Per i pubblici esercizi la riapertura non rappresenta una ripartenza, con perdite dell'80% nei fatturati: positivi i segnali dal gioco, ma fino a un certo punto.

Se il periodo di chiusura per il lockdown ha rappresentato una fase durissima per il settore del gioco, tra i più colpiti dalla pandemia con il più alto numero di giorni di astinenza rispetto a qualunque altra attività, un discorso analogo e più generale può essere fatto per il settore dei pubblici esercizi, per i quali la riapertura non si può definire una ripartenza. Anche a causa del fatto che, a mancare (almeno fino al 15 giugno in gran parte d'Italia e anche ben oltre in Lazio e Trentino), sono anche – e soprattutto – le entrate provenienti dagli stessi giochi, con le slot rimaste spente, insieme ad altre tipologie di giochi utilizzati nei bar. Parlando di due settori evidentemente molto legati tra loro, pur essendo stati “slogati”, nelle ultime settimane, dal Legislatore, visto che le attività di somministrazione sono state autorizzate alla riapertura già dallo scorso maggio, ma senza poter offrire gioco. Con le conseguenze sopra descritte. A tracciare un bilancio ben più preciso della riapertura di bar e ristoranti, per, è Ascom Confcommercio Bergamo, attraverso un questionario proposto a ristoratori e baristi di città e provincia: dal quale emerge che i dati confermano la percezione di difficoltà che il settore ha attraversato e sta attraversando.

L’indagine, realizzata dal 17 al 20 giugno, evidenzia come il lockdown abbia modificato le abitudini di esercenti e consumatori, misurando il calo di fatturato e di lavoro che l’emergenza sanitaria ha generato. Tre imprese su quattro hanno fatto ricorso alla Cassa integrazione. Il 6 percento delle attività non ha ancora riaperto. Nella “fase 2” di riapertura (dal 18 maggio a metà giugno), il 43 percento delle attività ha perso più dell’80 percento di fatturato. Delivery e asporto sono stati utilizzati durante il periodo del lockdown dal 59 percento delle imprese (prima dell’emergenza erano il 43 percento), ma dopo il periodo di stop forzato il 27 percento dei nuovi esercizi ha sospeso il servizio. E, tra coloro che proseguono l’attività, registrano una crescita solo il 4,4 percento delle imprese.
 
RIAPERTURA ESERCIZI A SINGHIOZZO - Solo un’attività su due tra bar e ristoranti (il 52,2 percento) ha riaperto il 18 maggio. Il 23 percento ha aperto le porte al pubblico verso la fine di maggio e il 18,6 percento entro la metà di giugno. Il 6,2 percento di bar e ristoranti non ha ancora aperto. Bilanci e fatturati evidenziano la sofferenza del settore: il dato confrontato tra la data di apertura e metà giugno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, evidenzia in quattro settimane perdite superiori all’80 percento per ben il 43,4 percento delle imprese. Il 33 percento degli imprenditori ha perso più del 50 percento, il 17 percento più del 25 percento e il 4,5 percento meno del 25 percento. Le perdite hanno toccato ogni fascia: nel week end il 68 percento, nel pranzo di lavoro infrasettimanale il 64 percento e nel servizio cena infrasettimanale 54 percento. Il 57,1 percento di chi ha riaperto non ha modificato giorni e orari, il 25 percento ha ridotto gli orari e il 12,5 percento ha ridotto i giorni. Il 6 percento non ha ancora riaperto. Il rispetto delle norme di distanziamento e sicurezza hanno portato a una riduzione dei posti troppo alta ed economicamente insostenibile il 16,8 percento delle imprese. Per il 52,2 percento la riduzione dei posti è importante ma ancora sostenibile. Per il 31 percento la riduzione dei coperti è sostenibile per la disponibilità di ampi spazi nel ristorante. Per fronteggiare l’emergenza gli imprenditori della ristorazione hanno messo in campo diversi strumenti: il 45,1 percento ha optato per il servizio di asporto, 43,4 percento per il delivery, il 12,4 percento ha richiesto l’ampliamento degli spazi all’aperto (dehors e altri), l’8,8 percento ha riorganizzato turni e prenotazioni, mentre l’ 8 percento ha esteso le fasce orarie di apertura. Ma il 35,4 percento non ha integrato altri servizi.
Gli intervistati intravedono la possibilità di incrementare l’attività nelle prossime settimane nei week end ( il 62 percento), con i pranzi di lavoro (39 percento) e con le cene infrasettimanali (16 percento)
 
IL GIOCO TIENE (PER ORA) – Diverso è invece ciò che sta accadendo nei giochi, per varie ragioni. In primis – aspetto certamente non banale – per via del ritardo con cui hanno potuto rialzare le saracinesche le sale da gioco e riaccendere le slot nei locali dove sono installate. Se le attività di ristorazione e somministrazione sono ripartire già dalla metà di maggio, per i giochi si è dovuto aspettare il 15 giugno (e neppure ovunque). E nonostante l'evidente “difetto competitivo” di questi locali rispetto agli altri e alle diverse attività di intrattenimento più in generale, è da rilevare come il fatto di riaprire per ultimi abbia in qualche modo agevolato il ritorno del pubblico negli ambienti di gioco, con i visitatori ormai abituati a tutte le restrizioni, limitazioni e prescrizioni ormai obbligatori in tutti locali, con le quali si sono dovuti scontrare, al contrario, le altre attività. E' del tutto evidente, infatti, che i primi giorni di riaperture sono stati fortemente condizionati dalla scarsa propensione all'uscire di casa e a chiudersi in ambienti chiusi da parte dei consumatori: cosa che è ormai da ritenere evidentemente superata giunti alla fine di giugno. E anche per questo le sale da gioco sono ripartite, a quanto pare, col piede giusto. Come spiega a GiocoNews.it Paolo Gioacchini, presidente del Consorzio Rei e vice presidente dell'associazione As.Tro: “Sicuramente è ancora troppo presto per tracciare un primo bilancio della ripartenza – spiega – non avendo ancora il dato della prima quindicina e, soprattutto, mancando ancora all'appello qualche regione, come il Lazio. Quello che possiamo però rilevare è che, nei primi giorni di attività, la frequentazione dei locali di gioco sembra essere superiore rispetto alle nostre aspettative. Ma va detto che tutti noi ci aspettavamo davvero uno scenario nefasto”, afferma Gioacchini. “Quello che temevamo, come operatori, era che le paure potessero prevalere sulla voglia di consumo degli italiani. Soprattutto in un settore particolare come quello del gioco. A quanto pare, invece, l'Italia sta perdendo sotto il profilo dei consumi, a livello generale. Segno evidente della grande voglia di tornare presto alla normalità”.
Ora però, secondo il presidente Rei, sarà molto importante valutare cosa succederà nel lungo periodo, “visto che noi viviamo degli effetti diretti dell'economia generale e quindi anche dell'occupazione. Com'è evidente, ma non troppo, se c'è grande incertezza economica e se si perdono posti di lavoro, gli italiani non spendono. Vale per la moda, per il turismo ma vale anche per il gioco. Visto che la grande 'fake news' che vedrebbe il gioco come un settore anti-ciclico, è già stata smentita da tempo dai fatti. Basta guardare i numeri degli ultimi anni. E anche questa volta succederà lo stesso”.
 
LA RIPARTENZA - Da uno sguardo generale sui locali di gioco e sui pubblici esercizi più in generale, le frequentazioni sembrano quindi aver ripreso livelli analoghi a quelli del periodo precedente alla pandemia. Un dato incoraggiante, quindi, rispetto agli scenari nefasti immaginati o temuti dagli addetti ai lavori: ma comunque non proprio “roseo” come si potrebbe immaginare. Occorre infatti ricordare che, prima dell'emergenza provocata dal virus, la raccolta del gioco era già stata fortemente compromessa e ridimensionata da alcuni fattori: con le Vlt che avevano registrato una diminuzione anche del 30 percento delle giocate a causa dell'introduzione della tessera sanitaria e della nuova tassazione, mentre anche le Awp erano destinate a diminuire a causa del nuovo payout, inferiore al precedente. Quindi, nel migliore dei casi, anche un ritorno alla normalità pre-covid, vorrebbe dire una riduzione rispetto al passato. Ma di questi tempi, sarebbe già un qualcosa di positivo. Anche perché, al di là delle regioni in cui non si gioca ancora, anche in quelle in cui i locali sono aperti, non tutti gli apparecchi possono raccogliere giocate come prime, tenendo conto delle restrizioni di accesso ai locali e alle nuove norme sulle distanze che impongono spesso la riduzione del numero di macchine, che raggiunge anche il 30 percento a livello generale. Ciò significa che in una sala in cui si trovavano 10 apparecchi, adesso a funzionare sono circa 7 slot (o vlt).
Nei prossimi giorni, quindi, sarà interessante rilevare l'andamento dei pubblici esercizi più in generale, attualizzando indagini come quella realizzata da Ascom e riportata in premessa, per capire quanto e come le attività di gioco avranno aiutato gli esercenti a ripartire.
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