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Covid-19: ristoranti, palestre ma non i giochi, ecco i luoghi di maggior contagio

  • Scritto da Ac

Uno studio su Nature realizzato con i dati dei tracciamenti telefonici prima dell'adozione di restrizioni rivela che ristoranti, palestre, bar e hotel risultano i luoghi più pericolosi. Ma i governi chiudono prima i giochi.

 

 

A un anno ormai dall'esplosione della pandemia di Covid-19 in tutto il mondo si delineano in maniera più chiara le modalità con le quali avviene il contagio e le situazioni nelle quali si corrono più pericoli. Merito della Scienza e dei tanti studi in corso di svolgimento in tutto il mondo, che rappresentano un'autentica risorsa, a tutti i livelli, perché solo attraverso dati scientificamente validi e analisi corrette si possono impostare strategie preventive concrete e razionali, sperabilmente efficaci. Magari con maggiori probabilità di successo rispetto ai mesi precedenti, in cui abbiamo visto fallire diverse strategie, a livello generale. Uno degli studi che ha destato maggiore interesse a livello internazionale è quello pubblicato su Nature nelle scorse ore che ha mostrato quanto, se gestiti nel modo corretto, i dati dei tracciamenti possano essere una miniera di informazioni utili.

In particolare, i ricercatori dell’Università di Stanford, in California, hanno analizzato le localizzazioni anonime dei cellulari di quasi 100 milioni di cittadini americani residenti nelle dieci principali aree urbane, per definire i posti che avevano frequentato  nel periodo compreso tra marzo e aprile; controllando oltre 57mila gruppi di persone in oltre 550mila luoghi di potenziali assembramenti quali ristoranti, palestre, chiese, concessionarie di automobili, negozi sportivi, hotel e motel. Sovrapponendo questi dati e quelli epidemiologici relativi ai vari focolai, hanno dimostrato – come evidentemente atteso - che tutte le volte che si radunano più persone il rischio di contagio aumenta. Delineando tuttavia un elenco di locali da ritenere – dati alla mano – maggiormente pericolosi. Tra le location da ritenere “peggiori” dal punto di vista del contagio ci sono i ristoranti, seguiti da palestre, bar, hotel e motel. Non ci sono, quindi, i locali da gioco, che non risultano in nessun modo fonte di contagio. Anche se, va detto, lo studio si riferisce agli Stati Uniti e a quello specifico periodo preso in esame, quando le misure di distanziamento allora adottate da quelle parti erano diverse da ora.

Non solo. Bisogna anche considerare che negli States la diffusione delle location di gioco è inferiore rispetto ai paesi europei o all'Italia, ma comunque esistente. E il loro ruolo, anche qui, appare del tutto ininfluente dal punto di vista della diffusione del virus. Anche grazie ai criteri di sicurezza adottati già normalmente nelle location di intrattenimento, resi ancora più rigidi dall'emergenza sanitaria.

Tornando allo studio accademico, tuttavia, il programma ha permesso di fare alcune simulazioni interessanti: per esempio, se a Chicago i ristoranti fossero rimasti tutti aperti (a differenza di ciò che è avvenuto nella realtà, dove hanno subito un lockdown), a maggio ci sarebbero stati 600mila contagi in più. Se lo avessero fatto le palestre ce ne sarebbero stati 149mila in più, e viceversa: se le chiusure fossero state di entità maggiore di quanto non sia avvenuto, i casi sarebbero stati meno. I ristoranti, dunque, si confermano luoghi dove, soprattutto quando non si adottano misure molto stringenti, il virus corre. 

Per prevedere in che modo i movimenti delle persone potrebbero influenzare la trasmissione virale, il team di ricerca ha inserito dati di posizione anonimi da app per telefoni cellulari in un semplice modello epidemiologico che stima la velocità di diffusione della malattia. I dati sulla posizione, raccolti da SafeGraph, una società con sede a Denver, Colorado, provenivano da 10 delle più grandi città degli Stati Uniti, tra cui Chicago, Illinois; New York; e Philadelphia, Pennsylvania. Ha mappato il modo in cui le persone si sono spostate dentro e fuori 57mila quartieri verso punti di interesse, come ristoranti, chiese, palestre, hotel, concessionarie di automobili e negozi di articoli sportivi per 2 mesi a partire da marzo.

I RISCHI DELLA VITA IN COMUNITÀ – Ma oltre agli studi di Stanford, negli stessi giorni è uscito anche un altro lavoro sul New England Journal of Medicine, relativo alla vita in comunità, che rappresenta sempre un rischio. I ricercatori della Tufts University hanno controllato 33 superfici in luoghi pubblici quali bancomat, maniglie, cestini della spazzatura, banconi di uffici postali, e trovato Rna di Sars-CoV2 nell’8 percento dei campioni: il virus è quindi diffuso anche nell’ambiente. Hanno poi notato – si legge su MedRXiv - che quando le concentrazioni erano più alte, nella comunità che abitava nelle vicinanze emergevano dei cluster, probabilmente perché qualcuno aveva incautamente toccato una superficie contaminata e si era infettato, trasportando l’infezione tra i suoi contatti.

LA SCUOLA COME MODELLO - Un altro tipo di comunità sotto osservazione è naturalmente quella delle scuole, da cui emerge, tuttavia, un quadro particolarmente positivo. Secondo un articolo pubblicato sempre su Nature, nel quale si fa il punto sulla situazione in aree molto diverse, dall’Australia agli Stati Uniti, nelle settimane della riapertura (in settembre), da nessun Paese sono giunti segnali negativi, anzi. Soprattutto quando, come in Italia (espressamente citata, con le sue 65mila scuole), sono state prese opportune precauzioni, i focolai estesi sono stati una rarità, e i tassi di contagi tra docenti e ragazzi non sono risultati essere molto diversi da quelli della popolazione generale. Tra gli esempi particolarmente virtuosi e da imitare, c'è poi quello del grande campus dell’Università dell’Illinois di Urbana-Campaign, dove è stato impostato un programma di test a tappeto, che verrà mantenuto fino a quando la pandemia non sarà passata. Fino dalla riapertura tutti, studenti, docenti e personale, si devono sottoporre a un test rapido salivare 2-3 volte alla settimana, per un totale di circa 10mila test al giorno. Come riferito su Chemical & Engineering News a fine ottobre, quando il sistema era stato ormai totalmente implementato, ed erano già stati effettuati oltre 600mila esami, l’incidenza delle infezioni era scesa allo 0,47 percento del totale: un valore invidiabile, e lontanissimo da quelli della popolazione generale statunitense e non solo (Milano, al momento, è attorno al 3,5 percento, l’Italia all’1,8 percento). Il che dimostra che prevenire si può, con i test diffusi e regolari. E che questo permette di tenere le scuole aperte, ma potrebbe anche andare in favore di tante altre attività economiche. 

Del resto, lo stesso studio uscito su Nature si proponeva proprio di capire come risolvere i problemi e, in particolare, “Come impedire ai ristoranti di guidare le infezioni da Covid”, individuando strategie per limitare la diffusione nei locali pubblici. Con il modello che rivela come la riduzione dell'occupazione nei luoghi di ritrovo possa ridurre significativamente il numero di infezioni.

Il modello "ha indicazioni concrete su quelle che possono essere misure convenienti per contenere la diffusione della malattia, limitando allo stesso tempo i danni all'economia", afferma Thiemo Fetzer, economista dell'Università di Warwick a Coventry . "Questo è il punto debole della politica". Ed è anche la causa di tanti (e davvero troppi) problemi, aggiungiamo noi. Sì, perché se è vero, come sembra emergere da questi studi, alcune chiusure di attività economiche si potevano evitare o comunque contenere o disciplinare in maniera alternativa, la situazione che si sta vivendo in Italia come in altri paesi, impone delle responsabilità. Anche nel caso del gioco pubblico, essendo stato questo uno dei settori maggiormente colpito dalle restrizioni e il primo ad essere chiuso dal nostro governo. Nonostante nessuna evidenza di criticità dal punto di vista dei contagi.

IL GIOCO NON ESSENZIALE – Nel nostro paese, in realtà, la scelta che è stata fatta nei confronti del gioco, com'è evidente, è completamente politica e in nessun modo scientifica. Come è emerso chiaramente anche in Tribunale, dal verdetto del Tar Lazio d ieri il quale ha messo nero su bianco che la decisione di chiudere le attività di gioco è stata “dettata e ispirata dall’intendimento di garantire il necessario distanziamento sociale con sacrificio di alcune attività economiche individuate. Non tanto sulla base di un giudizio di intrinseca non meritevolezza degli interessi, ma in considerazione del fatto che non sono idonee a fornire agli utenti i beni o i servizi di oggettiva primaria importanza”. Ribadendo, pertanto, il criterio della “necessità” di alcuni beni di consumo: anche se il criterio con cui è stata valutata tale “importanza” delle attività economiche non sembra supportato da alcun dato scientifico. Ma questo tipo di valutazione non viene fatta neppure dai giudici capitolini e non solo dai tecnici di Palazzo Chigi. Del resto, a interrogare il Tribunale laziale, in questo caso, sono stati gli operatori del gioco: ma se lo avessero fatto gli addetti ai lavori di altri comparti il risultato probabilmente sarebbe stato lo stesso, visto che qualunque cosa che viene chiusa più essere giudicata di primaria necessità o meno, fino a prova contraria. E, quindi, se non vengono utilizzati dati e criteri scientifici a supporto delle decisioni che vengono adottate. Per questo è da accogliere positivamente la diffusione che stanno avendo questi studi accademici, a livello internazionale, nella speranza generale che possano essere presi in considerazione dai governi per la determinazione delle linee politiche da adottare per il contenimento del virus. Anche se tutti sembrano ormai affidarsi e riporre tutte le speranze quasi esclusivamente sul vaccino.

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