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La dignità che continua a mancare al comparto

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Nonostante il primo decreto varato dal governo gialloverde invochi un'impalpabile dignità, a non essere ritenuti degni di tanto sono gli operatori del gioco.

 

Non c'è dignità per le imprese del gioco gioco pubblico. E per i loro lavoratori, sempre più figli di un Dio minore. Al di là dei ripetuti proclami del nuovo governo e dei continui riferimenti a una non ben precisata dignità (il termine più abusato dell'anno e della nuova legislatura), da restituire, in teoria, alla totalità delle cittadinanza, ciò che continua a mancare per i cittadini che operano nel comparto dei giochi è proprio un trattamento dignitoso da parte dell'Esecutivo, e delle Istituzioni più in generale. Anzi, a prendersi gioco di questi lavoratori e delle loro imprese è stato proprio il decreto che porta quel nome, con il quale si sono aumentate le tasse sugli apparecchi da intrattenimento – ancora una volta – oltre a mettere il bavaglio all'intera industria, introducendo un divieto totale di ogni forma di pubblicità e comunicazione. Come se si trattasse di un settore illecito, non di un braccio operativo dello Stato, che si muove attraverso l'esercizio di concessioni pubbliche, com'è in realtà.

A rendere ancora più insopportabile l'intera situazione, per gli addetti ai lavori, è il fatto che pure altre Istituzioni considerano questa industria non solo scomoda, ma neanche degna di considerazione. E' evidente dal trattamento riservatogli dalle varie amministrazioni locali e in particolari dalle regioni, che ha portato all'interminabile Questione Territoriale, interamente basata su un pregiudizio di fondo che sta portando alla deriva non solo l'industria, ma anche quelle stesse comunità locali, laddove l'offerta di gioco legale viene rimpiazzata da quella illecita, con evidenti disagi sia in termini di pubblica sicurezza che dal punto di vista del rischio di gioco problematico, oltre alla ri-generazione di un'economia sommersa, tanto faticosamente combattuta fino ad oggi attraverso la creazione di un'offerta legale. Ma tant'è. 
In questo scenario di totale incertezza e di estremo sconforto per le imprese del gioco pubblico (e, in particolare, per quelle che operano nel segmento degli apparecchi da intrattenimento, il più bistrattato in termini di tassazione, restrizioni e pregiudizi), ci si mettono pure le Authority a prendersi gioco di questi lavoratori. Non può certo sfuggire, a un gestore di slot, la notizia di questi giorni che vede l'Agcom - Autorità garante delle comunicazioni – intervenire ancora una volta nel settore della telefonia disciplinando ulteriormente le regole di trasparenza e portabilità in favore dei consumatori. Introducendo nuove tutele, attraverso le nuove linee guida varate per garantire agli utenti maggiore protezione e meno spese. Ovvero, nei casi in cui l’operatore cambi unilateralmente le condizioni contrattuali, il cliente ha diritto di recedere senza pagare nulla. Andatelo a dire ai gestori di apparecchi, che da troppo tempo chiedono l'introduzione di analoghi regimi anche nel loro settore, nei rapporti tra titolari di macchine da gioco e concessionari, ma senza successo. Eppure, leggendo le parole dell'Agcom, sembra così naturale l'intervento dell'Authority in questi campi: “L’attività di vigilanza – ha già spiegato il commissario Agcom, Francesco Posteraro - ha fatto emergere profili critici legati alla prassi degli operatori di imputare agli utenti costi di recesso non commisurati al valore del contratto e alle reali spese sostenute per la disattivazione della linea e per il trasferimento ad altro operatore”. Da qui le nuove “Linee guida sulle modalità di dismissione e trasferimento dell’utenza nei contratti per adesione” che tengono conto della legge Concorrenza. Proprio quello che invocano da tempo i gestori di apparecchi. Anche se, nel caso dei giochi, è un altro Garante che deve intervenire e non certo quello delle Comunicazioni: ma non è certo un caso che le associazioni che rappresentano i gestori hanno deciso di rivolgersi direttamente all'Antitrust, per rivendicare quello che rivendicano un loro diritto. E il tempo ci dirà se a ragione.
Intanto, però, anche la stessa Agcom è chiamata ad esprimersi nei confronti del gioco pubblico e ancora una volta a causa del Decreto Dignità: con il divieto totale di pubblicità disposto dal decreto dello scorso luglio già indicato in apertura, sono emersi una serie di dubbi interpretativi nel settore che solo l'Autorità potrà dirimere, attraverso l'emanazione – anche qui – di specifiche linee guida. Peccato però che ancora una volta, anche di fronte a questa autorità, i tempi sembrano essere molto più lunghi del previsto. O, almeno, maggiori rispetto a quelli entro i quali si è soliti ottenere dei riscontri, quando si tratta di altri mercati. Ma forse è soltanto una coincidenza. Oppure una semplice impressione degli addetti ai lavori del gioco pubblico, frutto della crescente frustrazione, dovuta a quell'insostenibile condizione di cittadini di serie b, alla quale nessuno vorrebbe mai rassegnarsi. E men che meno, quei cittadini che alla pari degli altri (e forse molto più di altri), svolgono lavori onesti, producendo ricchezza e occupazione, nonostante tutto. E nonostante le Istituzioni, verrebbe da dire.

 

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