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Cosa c’è di meglio di un caffè

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Il governo apre alle consultazioni, seppure informali (e senz'altro tardive) con le imprese, che rimbalzano tra due ministeri: ma è pur sempre un inizio.

 

Finalmente una buona notizia. O, almeno, un buon auspicio. Che vede il governo, dopo infinite richieste, aprirsi alle imprese. Anche se, per ora, sono state aperte soltanto le porte dei Ministeri, ma è già qualcosa: prima quelle del Viminale, dove il vice premier Matteo Salvini ha ricevuto nello scorso fine settimana le rappresentanze degli imprenditori italiani, alle quali aveva promesso di poter dedicare qualche minuto per un caffè; poi a schiudersi sarà anche l’uscio del Ministero dello sviluppo economico, con l’altro vice premier e ministro, Luigi di Maio, che accoglierà le stesse sigle. In quello che i ministri hanno definito “un percorso comune che parte dal lavoro, stop burocrazia, sviluppo infrastrutture per il rilancio dell’economia e del Paese”, meglio stigmatizzato dai quotidiano come un tentativo di pace con le imprese. Comunque la si voglia intendere e guardare, si tratta sempre di un passo in avanti.

Piccolo, ma comunque significativo, rispetto ai muri che erano stati eretti nei vari ministeri fino a qualche giorno fa e che avevamo ridotto ai minimi termini il confronto e il dialogo tra i loro rappresentanti e il mondo delle imprese. Ovvero con il paese, e di quello che ne rimane, al di là dei social.
Tuttavia, nell’incontro al Viminale, Salvini, affiancato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, ha riempito quattro pagine di appunti. Promettendo che era lì “per ascoltare e per modificare in corso d’opera quello che si riuscirà”. Anche se, verrebbe da dire, sarebbe bastato accoglierli prima ed evitare di scrivere misure critiche come quelle previste dal Decreto Dignità prima e dalla manovra poi. Ma tant’è.
Davanti al ministro leghista erano seduti il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, e i vertici di altre 14 associazioni di rappresentanza delle categorie produttive, dagli artigiani ai commercianti, dagli agricoltori alle cooperative, che si sono mobilitate a Torino in favore della Tav e, più in generale, per politiche economiche orientate alla crescita. Illustrando le istanze che riguardano ben 3 milioni di imprese, che generano il 65 percento del Pil e impiegano circa 13 milioni di persone.
Com’era inevitabile, il nodo centrale è stato quelle delle grandi opere e delle infrastrutture: tenendo conto anche della distanza evidente di Salvini e con lui dei governatori, sottosegretari e parlamentari leghisti sul tema dagli alleati pentastellati.
Non si è quindi parlato in nessun modo di giochi (e ci mancherebbe altro, diciamolo pure), ma non si può non notare come in gran parte delle organizzazioni rappresentate, tra gli associati si contano moltissimi imprenditori del gioco pubblico italiano. Basti pensare alla Federazione Sistema Gioco Italia, che aderisce a Confindustria, come pure l’associazione dei concessionari Acadi. Ma tenendo anche conto dei tanti lavoratori e imprese aderenti a Confcommercio, Confesercenti, Cna (tutte sigle presenti all’incontro) e così via, che operano direttamente o indirettamente nel gioco: dagli artigiani attivi nella manifattura, agli esercenti che rappresentano i rivenditori del gioco è così via.
E ora gli stessi organismi incontrano Luigi Di Maio, tenendo bene a mente le parole di Salvoni che ha spiegato come “il 2019 si profila più difficile del 2018 e del 2017”. Sottolineando che il dialogo con i corpi intermedi è utile perché “Il Paese deve essere compatto”.
Anche se risulta sempre più difficile esserlo, visto che gli stessi ministro sembrano sempre più spesso portatori di divisioni più che aggregatori: portando allo scontro sulla Tav, tra favorevoli e contrari, come pure sulla Tap, sugli immigrati, sul culto, sulla famiglia e perché no, pure sul gioco d’azzardo, visto che gli imprenditori di questo settore vengono considerati dei cittadini di Serie B o come una sorta di “untori sociali” da tenere a debita distanza.
Di certo la buona notizia, oltre all’apertura del governo, è l’unione tra le imprese dimostrata nel fronte comune realizzato dalle sigle ora ricevute dai due ministeri. Ed è questa la prima lezione che dovrebbero apprendere i rappresentanti delle associazioni che rappresentano il gioco pubblico, da sempre in conflitto o comunque distanti quando si tratta di far fronte a situazioni critiche, anche di fronte ad obiettivi cruciali e battaglie teoricamente comuni come il rischio di scomparsa del settore. Anche se la scorsa settimana il comparto degli apparecchi ha scritto una bella pagina di storia in relazione al confronto di filiera, con la convention promossa da un concessionario alla quale hanno aderito tutte le sigle, a mancare l’appello sono sempre e comunque gli attori del segmento online, per un’altra divisione evidente che continua ad esserci all’interno del comparto. E che forse, oggi, l’industria non può più permettersi. Chissà se anche in questo caso potrà bastare un caffè per far tornare a sedere attorno allo stesso tavolo le imprese del "fisico" (di ogni sigla e categoria) e quelle dell’online. Ricordando le ultime parole di Salvini, riguardo all’importanza dell’unità. E provando a guardare il futuro. Perché se quel caffè non verrà mai consumato, di certo la prossima bevanda sarà molto più amara. Per tutti.
 
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