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Il gioco pubblico tra eccessi e ossessioni

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Tra Manovra e Dignità il gioco pubblico è vittima di un eccesso di norme e di un’ossessione del controllo (e di cassa).

 

Norme, che si aggiungono a norme e preannunciano altre norme. È questo il triste destino del gioco pubblico italiano, da sempre vittima di un eccesso di produzione legislativa, che ne ha causato, nel tempo, le maggiori criticità, i principali squilibri e le notevoli alterazioni di cui è vittima oggigiorno.

E a partire dal primo gennaio 2019 ancor di più: con l’entrata in vigore delle (innumerevoli) nuove disposizioni previste dalla Manovra di Bilancio, che già si aggiungono alle recenti e ulteriori misure disposte dal Decreto Dignità. Per un nuovo scenario decisamente critico e ancora difficile da decifrare.
 
Fin dalle origini del Gioco Pubblico (ormai oltre 15 anni fa) il comparto è sempre stato vittima della stratificazione normativa, chiedendo più è più volte, e a gran voce, un Testo Unico del Gioco, in grado di mettere in pratica quella semplificazione tanto sbandierata da tanti governi, ma mai realmente attuata. Praticamente in nessun settore, figuriamoci nel gioco.
 
Eppure, già diverse legislature or sono, il Paramento aveva chiesto al governo di prendere in mano la situazione, attraverso la celeberrima Legge Delega, divenuta ormai solo un vago ricordo (forse addirittura sconosciuta all’attuale classe dirigente), la quale conteneva un corposo articolo dedicato ai giochi promettendo un intervento risolutivo e, soprattutto, “snellente”.
 
Riproponendo quel tanto agognato Testo Unico che l’industria invocava già nel lontano 2008. Senza mai ottenerlo. Anzi. Al contrario, quello che è accaduto negli anni, è un continuo crescendo di norme, sfociato nella ben nota Questione Territoriale di cui ci occupiamo ormai da troppo tempo. E che rappresenta, purtroppo, ancora il nodo centrale per l’intera industria. Almeno quella del gioco fisico, che rappresenta però oltre il 90 percento del comparto e del suo fatturato. Quindi anche in termini di entrate erariali. Tanto basta, quindi, per rendere necessario, anzi inevitabile, un intervento del legislatore mirato a distorcere una matassa sempre più ingarbugliata e ormai impossibile da risolvere senza un intervento legislativo.
 
Basterebbe una legge (meglio ancora, senz’altro, quel famoso Testo Unico), o una semplicissima riforma, come poteva essere l’auspicato Riordino, per superare le diverse norme regionali, che già in sé fanno acqua da tutte le parti: al punto da vanificarsi da sole, rendendo necessarie proroghe, ripensamenti o modifiche in corsa, a causa della loro impraticabilità, spesso anche al limite della legittimità. Ma comunque in grado di compromettere le attività degli operatori. Almeno di quelli legali.
 
Un intervento, quindi, che diventa tanto più necessario per lo Stato e per l’Erario più che per l’industria: ma anche per le stesse Regioni, divenute vittime si sé stesse, a causa di una battaglia puramente ideologica condotta contro un nemico non ben identificato (e che forse non esiste neppure) indicato come il Gioco Patolgico ma che in realtà trova come unico bersaglio l’industria del gioco e i suoi addetti: visto che gli unici a risentire di queste restrizioni sono gli imprenditori legali, senza alcun beneficio in termini di diminuzione della diffusione delle patologie né tanto meno del numero dei giocatori.
 
Aiutando, al contrario, le offerte di gioco illegali e il ritorno dell’economia sommersa. Contro la quale lo Stato ha ancora molto da fare, anche al di fuori dei confini del gioco. Ma evidentemente continua a non preoccuparsene.
 
In questo senso, pertanto, la manovra economica accoppiata al Decreto Dignità, compie un ulteriore passo all’indietro: non solo perché rende ancora più difficile alle imprese del settore rimanere in piedi a causa dell’inasprimento dell’imposizione, ma anche - e soprattutto - perché nel chiedere ulteriori proventi al gioco, non interviene sulla questione territoriale. Facendo vacillare anche le possibilità di ulteriori guadagni per lo Stato che il governo ha baldamente messo a bilancio per i propri anni (questo sì che è puro azzardo).
 
Finendo addirittura col compromettere i livelli attuali di raccolta, in una vera e propria eterogenesi nei fini, che avrà come culmine la messa in strada di migliaia di lavoratori oggi impiegati dalle imprese del gioco e domani chissà. Altro che manovra del popolo, dunque. E men che meno all’insegna del cambiamento.

 

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