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Anno nuovo, vecchi problemi: ma nessuna soluzione

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Anche questo anno si apre come tanti altri precedenti, per il gioco pubblico: con un aumento delle tasse, un ritocco del payout (dove possibile) e nessuna riforma, né soluzione.

Ci risiamo. Anche questo anno si apre con i soliti problemi per il gioco pubblico. Ancora alle prese con l’interminabile “Questione territoriale” e in attesa di un irraggiungibile Riordino, o di una riforma più in generale. Mentre a cambiare, ancora una volta, è la tassazione: al rialzo, naturalmente, e su tutti i giochi, per giunta. Con la sola variazione che per gli apparecchi da intrattenimento, almeno stavolta, si è optato per una riduzione del payout. Ma anche questo è un dejà-vu. Lo sanno bene gli addetti ai lavori, che hanno già affrontato, più volte, la stessa situazione: quando i precedenti governi, per racimolare quattrini dal settore, hanno aumentato le imposte abbassando le vincite minime delle slot dal 75 percento delle giocate al 74, ormai diversi anni orsono, e poi al 70, qualche anno dopo. Per poi arrivare all’attuale 68 percento a cui si scende a partire da quest’anno. Toccando però anche le Vlt, adesso, dove le vincite scendono dall’85 all’84. Insomma, il gioco è ormai destinato ad essere sempre meno gradito agli imprenditori (visti i margini, ormai ridotti davvero all’osso e al limite estremo della sostenibilità), e pure ai giocatori: con probabilità di vincita sempre meno accattivanti e che rischiano seriamente di compromettere l’appeal dei prodotti di Stato. A quanto pare, però, il gioco continua a piacere proprio allo Stato: e pure all’attuale governo, al di là dei proclami e della presunta battaglia “anti-azzardo”, condotta evidentemente soltanto a parole, visto che nei fatti il programma economico messo nero su bianco dall’Esecutivo impone un aumento della raccolta (ergo, delle giocate degli italiani) per poter fare fede agli impegni assunti con Bruxelles. Senza contare, poi, che lo stesso governo ha pensato bene anche di introdurre nuovi giochi, come non accadeva ormai da anni: con due lotterie aggiuntive (quella dei corrispettivi, dal 2020, e quella “filantropica”, ancora tutta da scoprire) e un restyling del Totocalcio, dal quale si vorrebbe tirar fuori altri preziosi quattrini.

Per un vero e proprio azzardo di Stato. Politico, però: e pure economico. Visto che l’incremento delle entrate, o anche il solo mantenimento, rappresentano una vera scommessa, a queste condizioni. Soprattutto se non vengono risolti i problemi ricordati in premessa, cioè sul territorio. Oltre a far scomparire l’offerta legale da molte regioni e comuni, a causa di leggi locali spesso inconsistenti e quasi sempre raffazzonate, il rischio ulteriore diventa oggi quello della perdita di appeal del prodotto di gioco, per gli operatori e per i giocatori, i quali potrebbero entrambi tornare a preferire forme alternative a quelle di Stato. Giochi illegali, quindi, o border-line. Andando a cercare, magari, nuove soluzioni ancora sconosciute alle leggi e quindi estranee ad espliciti divieti, mentre le norme locali vanno a vietare le slot di Stato. Proprio come sta già avvenendo in diversi territori dove le legge regionali hanno già imposto pesanti restrizioni. E la criminalità ringrazia, pronta a re-impossessarsi del mercato.
Certo l’attuale governo ha già dimostrato di possedere straordinarie qualità comunicative che gli consentono di domare l’opinione pubblica e mantenere un larghissimo consenso anche di fronte a scelte e decisioni teoricamente impopolari, ma che diventano improvvisamente gradite perché saggiamente comunicate. E lo stesso riuscirà a fare, senza dubbio, anche quando i conti inizieranno a non tornare. Quando cioè saremo di fronte a un eventuale “buco” causato da una perdita di entrate dai giochi: trovando qualche altra “toppa” con un’altra manovra e raccontando agli italiani che la perdita di entrate deriva da una riduzione delle giocate e, quindi, di un fatto positivo, perché vorrebbe dire aver liberato molte persone dal vizio. Senza minimamente citare – qui sì che c’è da scommetterci – la possibilità che la platea dei giocatori può anche essere rimasta immutata e solo parzialmente traslata verso l’offerta illegale. Del resto, sono anni che sentiamo dire, ogni giorno, che in Italia sono a aumentati a dismisura i giocatori e i soldi spesi in prodotti di gioco, guardando le cifre della raccolta (spesso anche confondendole con la spesa reale) che risultano passate da circa 15 miliardi del 2003 ai quasi 100 del 2018: senza mai raccontare che una parte di quella crescita – e probabilmente la parte più significativa, se non addirittura completa – è dovuta all’emersione. E, quindi, allo spostamento della spesa degli italiani da giochi non legali (perché non ancora legalizzati, nei primi anni) a quelli dello Stato: visto che il Fisco può tenere traccia e contabilizzare solo ciò che viene investito in prodotti di Stato, non sulla rete illecita. Eppure, guardando gli stessi dati, è sotto gli occhi di tutti che c’è stata una stabilizzazione della raccolta (e, soprattutto, della spesa) una volta raggiunta la pressoché totale regolamentazione dei giochi. Ma è molto più comodo far finta di niente, a quanto pare. Anzi, oggi diventa addirittura conveniente, almeno in termini politici. Visto che la lotta al gioco d’azzardo è diventata addirittura un tema politico e una promessa da campagna elettorale. Anche se non mantenuta. Del resto, non si tratta certo dell’unica promessa tradita e della prima riforma annunciata e mai realizzata: e di certo non solo da questo governo, il quale - almeno - gode ancora della virtù della giovinezza, potendo permettersi di rimandare gli impegni assunti al domani. Anche se l’incoerenza, sui giochi, è già fin troppo evidente. Ma alla fine, a chi vogliamo che importi, se non agli oltre 100mila dipendenti, a vario titolo, della filiera del gioco pubblico? Eppure, nonostante tutto, il governo attuale è l'unico in grado di poter cambiare le cose, per il settore. Intanto, perché rappresenta la maggioranza in carica all'Esecutivo e sembra anche destinata a durare: ma al di là di questo, è opportuno notare come il governo odierno sia l'unico che sembra avere la possibilità di toccare un settore così “scomodo” come quello dei giochi, forse proprio in virtù delle sopra citate “doti comunicative”. E' evidente nel fatto che è già riuscito a introdurre due nuove lotterie e un nuovo Totocalcio senza che nessuno abbia mosso un'obiezione tra gli elettori: riuscendo addirittura a salvare dal fallimento il Casinò di Campione (che sarà pure una sorta di “atto dovuto” per i suoi dipendenti, ma difficile da far digerire e da accogliere per qualunque maggioranza. Non per quella gialloverde. In questo senso, dunque, bisogna ancora parlare di opportunità per il comparto giochi: perché se il Riordino non arriva adesso, sarà difficile vederlo arrivare in futuro, qualunque cosa ci riservi.
 
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