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Uno sguardo al futuro dal Paese che vive di passato

  • Scritto da Alessio Crtisantemi

Di ritorno da Londra l'industria del gioco italiano si ritrova con le solite domande, per via del ruolo perso a livello globale: e non solo nel business.

 

L'Italia è un grande paese, con una grande storia. Quante volte lo abbiamo sentito dire o lo abbiamo ripetuto noi stessi. Ed è certamente un fatto, ben noto anche al di fuori dai confini nazionali. Com'è altrettanto vero, ahinoi, che lo stesso paese è altrettanto noto (anche qui, a livello generale) per la sua scarsa “affidabilità”, dal punto di vista del business e degli investimenti, a causa della continua instabilità politica e dei repentini (e ripetuti) cambiamenti di scenario che lo rendono un territorio su cui è difficile investire. A volte addirittura impossibile. Peggio ancora, negli ultimi mesi, dopo lo scossone provocato dal cambio di governo, che ha creato un'instabilità ancora maggiore e un clima di sfiducia da parte degli investitori e delle industrie – nazionali e internazionali – sicuramente senza precedenti. Al punto da far apparire l'Italia come un paese senza futuro.

Ed è proprio ciò che succede nel settore del gioco pubblico, dove gli stessi fenomeni si verificano in maniera se possibile ancora più accentuata. Anche nel gioco, infatti, possiamo parlare di una storia con un grande passato, ma senza un futuro. O, almeno, con un futuro del tutto indefinito e ad oggi indefinibile.
Uno scenario che diventa ancora più evidente spostandosi all'estero, come avvenuto la scorsa settimana a molti operatori del settore in occasione della fiera Ice di Londra, osservando gli sviluppi in corso negli altri mercati e paesi e i trend seguiti o perseguibili a livello generale. Tutte cose, al momento, impensabili da trasferire e importare in Italia, tenendo conto del clima decisamente sfavorevole nei confronti del settore e della totale mancanza di prospettive che non consente di programmare investimenti e operazioni di medio o lungo periodo, alimentando un senso di inevitabile frustrazione tra gli addetti ai lavori. Peggio ancora, se si pensa che fino a qualche tempo fa (e non parliamo certo di preistoria) l'Italia era considerata, al contrario, una specie di avanguardia nell'industria globale del gaming, proprio per via del suo sistema di regole e gestione del gioco pubblico, al punto da essere presa a modello dagli altri paesi e imitata, dando anche qualche “lezione” di regolamentazione proprio in occasione delle ultime edizioni della fiera di Londra. Ma tutto questo, adesso, è soltanto un ricordo. Proprio come l'immagine del grande paese e della grande cultura di cui ci vantiamo ancora nel mondo, ma che rappresenta, in un certo senso, soltanto il passato. Ma questo non significa che sia scomparsa del tutto la cultura dal nostro paese e che non ci sia nulla di buono in Italia. Allo stesso modo, nel comparto del gioco, non è tutto da buttare. E, forse, non è ancora tutto perduto. Ma serve al più presto una riorganizzazione che, se spera, potrà passare attraverso il riordino promesso dall'attuale governo, ma non ancora attuato. E neppure imbastito. 
Nel caso in cui il governo decida veramente di intraprendere una riforma del settore, attraverso una riorganizzazione o comunque una razionalizzazione, allora sì che torneranno utili anche tutti gli spunti offerti dall'esterno e osservati in occasione della fiera di Londra. Sì, perché oltre al prodotto, c'è anche molto altro: e in questa edizione di Ice come forse non mai, si sono potuti osservare strumenti e soluzioni tecnologiche adottate in chiave di sostenibilità e, quindi, per la tutela dei consumatori e la protezione dei giocatori. Ma si tratta di tecnologie complesse, quindi costose, che richiedono investimenti da parte dell'industria, che non possono essere certo garantiti da una filiera, come quella italiana, ridotta ai minimi storici e minacciata di poter sparire a breve, come quella italiana. Forse in Italia è impossibile pensare di riuscire ad adottare modelli di gestione dell'industria come esistono in Regno Unito e in altri paesi in cui lo Stato e le imprese non solo dialogano, ma lavorano a braccetto per garantire determinati standard di sicurezza, tutela e integrità del mercato, senza pregiudizi o ideologie che tengano i due mondi a distanza. Anche se in teoria il nostro modello concessorio vorrebbe proprio questo: tenendo conto che lo Stato, siglando una concessione, avrebbe individuato i partner che ritiene ideali per poter collaborare su quello specifico mercato, affidandogliene lo sviluppo e la gestione, per proprio conto. Ma solo in teoria, evidentemente. Oppure, anche qui, si tratta della solita differenza tra passato e futuro. Ma il gioco pubblico e il modello concessorio, fino a prova contraria, rappresentano ancora il presente, che è ciò che il governo deve gestire e garantire. Se possibile, anche guardando al futuro. E non ci sembra di chiedere troppo. Per l'industria, e neppure per il paese.
 
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