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Purché non si parli (bene) di gioco

  • Scritto da Anna Maria Rengo

Il gioco continua a rappresentare un tabù nella politica italiana: al punto da innescare proposte legislative assurde, in una sorta di corsa alla misura più restrittiva.

 

Parlate di tutto, ma non azzardatevi ad affrontare l’argomento gioco, nel nostro paese. Non di fronte a questo governo. Ma neppure davanti al Parlamento, che non sembra proprio avere un approccio migliore nei confronti del comparto. È evidente dagli sviluppi (si far per dire) conosciuti dal settore negli ultimi anni: che lo hanno visto soccombere, legge dopo legge, tra rincari e restrizioni, a cui l’attuale governo ha soltanto inflitto la stoccata finale. E il possibile colpo di grazia. Ma anche quando il governo decide di applicare norme che assimilabili a un vero e proprio “editto bulgaro” e disposizioni al limite della sostenibilità, come quelle contenute nel Decreto Dignità o in quello sul Reddito di cittadinanza, neanche la discussione alle camere sembra invertire la rotta. Non sul gioco, almeno.

Dove, anzi, molto spesso rischia addirittura di peggiorare. Basta scorrere la lista di emendamenti presentati al Decretone nelle scorse ore per farsi un’idea, e anche qualche risata, a volerla prendere con leggerezza. Tra le proposte emendative più curiose riferite al gioco, c’è quella che intende modificare la parte in cui la legge enuncia i casi di esclusione dal Reddito di cittadinanza (ovvero, all'articolo 7 del decreto), che porta la firma dei deputai “Grasso, La Forgia, De Pretis”. In tale formulazione, viene chiesto di modificare il comma 2 dell'articolo, quando dice: “L’omessa comunicazione di variazione del reddito, anche qualora derivante dallo svolgimento di attività lavorativa irregolare, al fine di evitare la revoca del beneficio è punita con le medesime sanzioni di cui al comma 1” (ovvero, Cla reclusione da due a sei anni), sostituendo le parole “anche se provenienti da attività lavorativa irregolare” con “Anche se provenienti da somme incassate con il gioco legale o illegale” (emendamento As 1018). Per un autentico capolavoro, in favore dell'economia sommersa. Nel caso in cui il Senato dovesse approvare una modifica di questo tipo, infatti, il risultato sarebbe a dir poco paradossale visto che, testo alla mano, un cittadino onesto che venisse “beccato” a spendere i soldi messi a disposizione dallo Stato attraverso il Reddito di cittadinanza in un prodotto di gioco, anche dello stesso Stato, sarebbe punibile per una sorta di appropriazione indebita del denaro pubblico, perdendo il diritto di ricevere quel Reddito, perché incompatibile ex lege con la spesa in giochi: cancellando invece la previsione di base che andava a punire un altro tipo di cittadino, questo sì disonesto e diciamo pure criminale, che continui a percepire il Reddito pur avendo altre entrate in nero, perché provenienti da attività irregolari. Per un autentico paradosso che avrebbe davvero dell'incredibile. Al punto da farci sperare che una modifica di questo tipo non potrà mai trovare accoglimento. Oltre a ritenerla figlia di una svista da parte dei suoi firmatari. Tanto più che tra questi troviamo anche un ex Pubblico Ministero come Pietro Grasso, che di attività irregolari e criminali dovrebbe intendersi.
Quello che appare lampante, tuttavia, e oltremodo preoccupante è il fatto che, ancora una volta, il gioco continui ad essere trattato con superficialità, disattenzione e forse anche con un certo menefreghismo, pur rappresentando un'industria che garantisce anche un certo livello di occupazione, oltre ad un elevato numero di entrate erariali, a cui di certo non saprebbe rinunciare nessun governo. Come se ci fosse una sorta di ossessione diffusa negli ambienti politici e istituzionali nell'inserire misure contro il gioco, mirata a mostrare l'attenzione al cittadino o alla salute pubblica, o a chissà cosa. Passando sopra a tutto il resto. Finendo col dimenticare di verificare l'applicabilità e la sostenibilità delle norme che si vanno a proporre o, peggio ancora, come in questo caso, senza neppure preoccuparsi di valutare la coerenza di quanto viene proposto e depositato agli atti. In un malcostume politico sempre più diffuso, che trova la massima espressione proprio nei confronti del gioco. Chissà se una svista così grave si sarebbe mai potuta verificare nei confronti del settore delle automobili, delle navi, del petrolio o di chissà di quale altra industria “di peso” del nostro paese. Nonostante la pluri-menzionata “lobby dell'azzardo” che a detta del governo gialloverde (e in particolare dalla sponda a 5 Stelle) avrebbe poteri smisurati nel nostro paese, condizionandone addirittura lo sviluppo e frenandone la crescita nel corso del tempo (è tutto vero: parole di Alessandro Dibattista). Senza però osservare che, al contrario di altri settori (e altre lobby), quello del gioco rappresenta il comparto con la maggiore pressione fiscale in assoluto, rappresentando anche un unicum in Europa e nel mondo proprio per l'elevato livello di tassazione. Cosa che probabilmente una lobby degna di tale nome avrebbe probabilmente evitato. Come dovrebbe sembrare assurdo, per esempio, che tra le spese proibite dal Reddito di cittadinanza, venga inserito il gioco ma non il consumo di alcolici. Invece, no. Non c'è, e non stupisce. Ma anche questo è il nostro paese. Dove il dibattito politico è ormai talmente tanto contaminato da falsi miti e condizionato da una continua caccia alle streghe, al punto da arrivare alla formulazione di leggi come quelle di cui stiamo parlando e di proposte di modifica come quella, assurda, di cui ci siamo presi gioco in questo articolo. Sperando che possa rimanere un caso isolato. Ma chissà perché, sappiamo già che non andrà così.
 
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