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Errare è umano: perseverare è peggio

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Nonostante l’evidenza di una politica errata sul gioco pubblico, dimostrata da varie decisioni regionali, del Consiglio di Stato e di Agcom, si continua a fare propaganda contro il settore.

“So che ci sono tante persone che manifestano contro di me perché abbiamo finanziato Quota 100 e Reddito di cittadinanza aumentando la tassazione sul gioco, che è diventato il più tassato d’Europa. A chi si lamenta io rispondo tienila spenta così tanta gente spenderà i propri soldi nei negozi, nell’economia reale invece che buttarli lì dentro”.

Con queste parole il vice premier Luigi Di Maio – nonché, si badi bene, ministro dello Sviluppo Economico – continua a fare propaganda politica attaccando il comparto del gioco pubblico e i suoi lavoratori. Esercenti compresi. Pur spiegando, tuttavia, che “non è colpa loro, sono stati strumentalizzati da grandi compagnie multinazionali che sono venute a fare il bello e il cattivo tempo in questo Paese, a fare ciò che volevano con il gioco d’azzardo”.
 
Parole che, a sentirle da chi non si è mai occupato di gioco, né si preoccupa di approfondirne le peculiarità (visto che, diciamolo pure, della materia sembra interessare davvero a pochi, ad eccezione di alcuni politici e qualche movimento), possono apparire giuste, condivisibili, o quanto meno non sbagliate.
 
A meno che non si voglia andare oltre all’apparenza del pubblico proclama, provando a ragionare su quali altre destinazioni possono fare quei denari tolti al gioco pubblico.
 
Cioè quello legale. Sì, perché prima di essere destinati verso la cosiddetta “economia reale” (fermo restando che ognuno può decidere di spendere i propri soldi come vuole, chi in discoteca, chi al bar o nello shopping, oppure in un prodotto di gioco), quegli stessi soldi potrebbero anche essere spesi in altre economie, “grigie” se non addirittura “nere”, attraverso altri prodotti di gioco non gestiti dallo Stato.
 
Che di certo non farebbero altro che proliferare in assenza di un’offerta di Stato o comunque di fronte a un riduzione drastica dell’offerta legale perché resa non più conveniente dal susseguirsi di norme restrittive o speculative. In un Paese che continua a dimostrare di non essere in grado di abbattere l’evasione e contrastare efficacemente l’illegalità.
 
Eppure il governo, volendo estendere il discorso anche ad altri ministeri e all’intera Presidenza del Consiglio, dovrebbe avere tutti gli elementi a disposizione per capire che le politiche condotte fino ad oggi sui giochi non risultano efficaci, né tanto meno adeguate alla realtà del Paese.
 
È evidente dalla recente pronuncia del Consiglio di Stato sul rinnovo delle concessioni del betting, nella quale viene spiegato come sia impossibile (insensato?) procedere a una gara senza prima aver risolto l’annosa Questione Territoriale, che lo stesso governo, al contrario, ha in qualche modo legittimato con i suoi ultimi provvedimenti, dove la frammentazione viene addirittura aumentata coinvolgendo i Comuni e non solo le Regioni.
 
Come pure è evidente dai numerosi rinvii o modifiche adottati da vari legislatori regionali (l’ultima, quella della Puglia) che si vedono costretti e intervenire sulle proprie leggi, in fase di attuazioni, per renderle concretamente attuabili o comunque sostenibili.
 
Ma è altrettanto palese dalle Linee Guida redatte dall’Autorità garante delle Comunicazioni rispetto al divieto di pubblicità disposto dal decreto Dignità, nelle quali vengono fissati dei paletti che richiamano inevitabilmente i criteri di ragionevolezza, proporzionalità e coerenza normativa chiaramente ignorati dalla norma primaria.
 
Tutto questo mentre diverse pronunce di Tribunali amministrativi e civili segnalano incoerenze nell’applicazioni di leggi di carattere regionale, magari anche rievocando l’antica Intesa siglata in Conferenza unificata e mai attuata.
 
Eppure, nonostante tutto questo, il governo continua ad alimentare la promessa di un futuro migliore, perché libero dai demoni del gioco d’azzardo (ma solo quello legale) o dalle influenze delle lobby.
 
Certo sono ben lontani i tempi in cui si prometteva (addirittura!) l’abolizione totale del gioco e la cancellazione di un’intera industria. Mentre quello che sta succedendo è che l’industria continua a esistere, pur perdendo pezzi, in termini di occupazione, a causa di certe leggi, mentre tutto intorno altre industrie tagliano facilmente la corda dal nostro paese. Ma noi continuiamo a parlare del gioco. Non solo sbagliando, ma perseverando.

 

 

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