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I giochi ripartono dall'Europa

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Mentre il nuovo governo prende il via e si presenta all'Europa, il comparto dei giochi attende riforme, guardando proprio a Bruxelles.

 

“C’è una sola cosa al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé”, diceva Dorian Gray, celebre personaggio creato dallo scrittore inglese Oscar Wilde (frase poi maltradotta nell'altrettanto celebre "purché se ne parli"). Ed è proprio quello che ha sempre pensato chi lavora nel comparto del gioco pubblico fin dalle sue origini, vivendo periodi di grande distanza dalla politica e di pressoché totale mancanza di attenzione, di fronte alle varie richieste di "aiuto". Richieste che hanno sempre consisitito in proposte di riforma - e non certo di chissà quale favore - che raramente hanno trovato ascolto, se non i rarissimi casi. Con i vari governi che si sono succeduti negli ultimi quindici anni che hanno sempre preferito rimandare il problema, intervenendo, tuttavia, quasi sistematicamente nei confronti dello stesso settore, ma con misure estemporanee e per lo più fiscali, quando non restrittive: col risultato di andare ad aggiungere ulteriore complessità e ancor più normative in un settore già vittima (e da tempo) di una sovrapposizione e stratificazione delle norme  che ne provoca l'ingessamento e ne minaccia l'operatività.

Tutto questo, almeno, avveniva fino a qualche anno fa: prima dell'ultima serie di governi a guida Pd (quelli cioè presieduti dai premier: Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni), quando il gioco è tornato nell'agenda dell'esecutivo e del Parlamento,  in maniera addirittura eccessiva, ma senza portare ad alcuna riforma. Per poi raggiungere l'eccesso assoluto - sia in termini di interesse che di provvedimenti adottati - con il governo guidato da Lega e Movimento 5 Stelle, che ha messo il contrasto (!) al gioco d'azzardo, addirittura, nel contratto siglato tra le due forze politiche, emanando una serie di leggi, sempre punitive, che hanno dato il colpo di grazie al comparto. Facendo rimpiangere agli addetti ai lavori gli antichi tempi di silenzio della politica e di quella giusta distanza, che solo oggi appare davvero corretta e pure auspicabile. Al punto che in questi giorni, con la costituzione del nuovo esecutivo Conte 2, c'è chi vorrebbe soltanto essere dimenticato dalla politica. Almeno per un po' di tempo. Se non altro per poter tornare a operare senza il terrore vissuto negli ultimi mesi, quando si aspettava da un giorno all'altro la capitolazione definitiva o la nuova iniziativa politica mirata a bloccare il settore. Così, ironia della sorte, durante le ultime settimane di infinite trattative tra Pd e 5 Stelle, gli operatori del comparto sono rimasti a guardare i lavori in corso sperando soltanto di non veder comparire la parola "gioco" in nessun documento né di sentirla in uno dei tanti pubblici proclami. Invece, anche questa volta, è toccato leggerla quella parola, e pure ascoltarla. Naturalmente, sempre in ottica negativa e di fenomeno da contrastare, e ovviamente da parte del Movimento 5 Stelle. A tirare in ballo il tema, come al solito, è stato il neoeletto Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, nel suo programma di venti punti proposto al premier Conte all'indomani di quello sottoscritto con il Pd il giorno prima e costituito da dieci punti, dove il gioco non veniva neppure indirettamente richiamato. Un tema poi sparito nel successivo documento, stavolta condiviso con i dem e fatto di 26 punti, dove venivano eliminate alcune parti critiche o comunque non prioritarie, salvo poi riapparire nella stesura ritenuta definitiva, cioè quella del 4 settembre, dove il gioco è tornato ad essere presente. Sia pure in una forma molto più comprensibile e oseremo dire ragionevole, in cui l'azione di contrasto è stavolta definita rispetto al gioco patologico e non al gioco come industria. Se di questo si tratta, così sia scritto e così sia fatto, verrebbe da dire. Essendo una sfida ampiamente condivisa e perseguita dall'intera filiera. E nonostante le misure governative - aggiungiamo pure - visto che le ultime leggi adottate dall'esecutivo gialloverde hanno reso di fatto più difficile contrastare l'illecito invece di agevolarlo: basti pensare al decreto Dignità, che abolendo completamente ogni forma di pubblicità dei giochi non ha fatto altro che mettere sullo stesso livello l'offerta lecita con quella illecita: anche quest'ultima ancora assai presente nel nostro paese, e non solo.
E' proprio questo, infatti, ciò che accade quando si va a legiferare in maniera improvvisa e senza un'adeguata comprensione della materia: anche se in questo caso il rischio non era neppure così recondito e remoto. Anzi, era piuttosto evidente e risaputo, poiché messo nero su bianco dalla Commissione Europea, già nel 2014, in quella famosa Raccomandazione relativa alla pubblicità dei giochi, in cui si suggeriva di "vietare i divieti", proprio per questo effetto collaterale tutt'altro che banale. Un consiglio che è stato seguito da tutti gli Stati membri, nonostante gran parte dei paesi sia internuto in materia di pubblicità del gioco, ma non dall'Italia. O almeno non più, dopo la salita del governo gialloverde, il quale del resto ha sempre dichiarato di fregarsene di quello che pensava o predicava l'Europa, in qualunque campo. Salvo poi soccombere di fronte all'istituzione internazionale, alla quale dobbiamo oggi aggrapparci nella speranza di ottenere la minima flessibilità per evitare una crisi ben più nera di quella già vissuta in questi anni.
Ebbene, forse ancor più paradossale appare dunque la nuova speranza e consapevolezza che sembra ora girare all'interno dell'industria: cioè che oltre al "silenzio" della politica, si possa tornare a seguire la linea dettata dalla Commissione Ue, non soltanto nelle politiche economiche e fiscali a livello generale, ma anche e soprattutto su quelle dei giochi. Ristabilendo, se possibile, un clima di certezze e di tutele che in Italia è stato praticamente accantonato. Di sicuro sui giochi, dove il divieto di pubblicità, contravvenendo alle prescrizioni europee, ha messo a repentaglio l'intera industria e minato la libera circolazione dei servizi che è alla base dei valori comunitari. Come pure, va ricordato, l'impossibilità di procedere con l'emanazione dei bandi di gara per il rinnovo delle concessioni di bingo e scommesse, rappresenza una violazione delle regole vigenti nell'Unione di cui prima o poi ci verranno a chiedere conto. Per questo è importante ripartire. A bassa voce, se non proprio in silenzio, seguendo la linea europea. Riequilibrando le varie storture compiute nel tempo e magari anche impostando qualche riforma degna di tale nome. Che si chiami Riordino o Razionalizzazione, poco importa. Purché di riforma si tratti.
 
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