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Giochi e Manovra: una (non)riforma implicita, dettata dalla cassa

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Con la manovra di bilancio e il decreto Fiscale, il Governo impone una razionalizzazione (forzata) del mercato: monca, sbilenca e del tutto raffazzonata.

Si fa presto a parlare di riordino. Altra cosa, invece, è farlo davvero, mediante una riforma degna di essere considerata come tale.

Anche di fronte alla evidente e dichiarata necessità di intervenire con una ristrutturazione generale del comparto del gioco pubblico, più volte invocata da vari tribunali e pure dal Consiglio di Stato - che ha ritenuto impraticabili le gare per il rinnovo delle concessioni senza prima risolvere la Questione territoriale – il Governo di turno non è riuscito ad attuare una vera e propria riforma senza resistere alla tentazione di passare prima per l'ulteriore inasprimento della tassazione.
 
Introducendo persino nuovi balzelli e andando addirittura ad avviare una nuova modalità di gioco, con la cosiddetta “lotteria degli scontrini”.
 
In barba alle continue e ripetute promesse di voler liberare i cittadini dal “Demone dell'azzardo”, come continua a professare una parte della maggioranza, salvo poi agire in maniera opposta.
 
Com'è evidente dall'aggiunta di una nuova lotteria, con la scusa del contrasto all'evasione o della volontà di disincentivare i consumi, come si vorrebbe far credere, motivando in questo modo la scelta di un ulteriore rincaro delle tasse sulle slot.
 
Solo che l'aumento delle imposte ricade soltanto sulla filiera, almeno per ora, andando a ridurre al minimo le marginalità della filiera e rendendo quindi pericolosamente anti-competitiva l'offerta di gioco legale, con il rischio sempre più forte che alcuni di quegli imprenditori che rischiano di abbassare la saracinesca perché strozzati dal fisco, decidano di optare per l'illecito.
 
Eppure il Governo ha ben capito che stavolta non ci sono più denari da far uscire dal settore: proprio per questo ha deciso di introdurre nella manovra 2020 una serie di misure che oltre a puntare dichiaratamente alla cassa, andando anche ad anticipare la gara per il rinnovo delle concessioni per gli apparecchi, propone anche delle non meglio definite “regole uniformi per tutto il territorio nazionale in ordine alla distribuzione dei punti di gioco”.
 
Demandandone la stesura al ministro dell'Economia e delle Finanze, sentito il ministro dello Sviluppo economico e il ministro dell'Interno.
 
Ancora una volta, dunque, a suonare la sveglia all’Esecutivo sono le mere esigenze di cassa e ancora una volta, ahinoi, la risposta è quella di mettere una toppa attraverso la legge di bilancio.
 
Invece di realizzare una vera e propria riforma e quell'agognato riordino del comparto più volte citato in vari provvedimento e mai attuato.
 
Altro che razionalizzazione e semplificazione, altro che Testo unico dei giochi: al contrario, invece di semplificare, si aggiungono norme, su norme, su norme, aumentando esponenzialmente la complessità in un sistema già altamente complesso.
 
Eppure nel testo della manovra si parla praticamente di tutto: dalle gare per l'online a quelle delle slot, passando per i nuovi criteri di distribuzione agli aumenti del prelievo e delle tasse delle vincite. Misure, peraltro, accompagnate dalle altre (numerose) contenute nel decreto fiscale che parla di maggiori controlli, delle nuove slot “da remoto” e del registro unico degli operatori.
 
Per una duplice trattazione che si propone quasi antitetica rispetto al millantato riordino di cui sopra.
 
E, peggio ancora, del tutto raffazzonata, incoerente e confusionaria. Tra numeri che non tornano e gare che si dovrebbero susseguire tra loro, intercettando gli stessi diritti, ma senza una logica di fondo.
 
Né tanto meno una continuità, visto che il testo di legge introduce peraltro anche una riduzione di fatto del numero di apparecchi e di punti vendita.
 
Nel frattempo, però, il settore rischia davvero di andare a picco. In primis, perché se anche si dovessero superare una volta per tutte le diverse restrizioni regionali (e sul punto, bisognerebbe capire come, visto che i dettami costituzionali non ammettono certo una cancellazione d'emblée delle leggi vigenti, anche se di carattere locale), il tutto avverebbe nei prossimi anni, come pure la (presunta) razionalizzazione dell'offerta dettata dal nuovo schema concessorio previsto dalla manovra.
 
E nessuno, oggi, scommetterebbe di arrivarci, a quella data. Soprattutto a causa dell'inasprimento della tassazione il quale, a differenza delle altre norme, sarebbe in vigore già da febbraio 2020. Senza che il Governo abbia (per ora) previsto una riduzione del payout, andando così ad azzerare i margini degli operatori.
 
Per questo, ancora una volta, la politica sta perdendo l’occasione di mettere le mani seriamente sul settore, in ottica di stabilità e, soprattutto, di sostenibilità.
 
Anche se ne avrebbe l’occasione, sia a livello strettamente politico che normativo, avendo a disposizione tutti gli strumenti legislativi e pure diverse emergenze che giustificherebbero anche un carattere di urgenza nella trattazione della materia.
 
Invece, anche questa volta, l’unica esigenza a cui il Governo si dimostra sensibile è quella della cassa e per arrivare a una vera riforma, probabilmente, dovrà prima saltare il banco.
 
Quando inizieranno a mancare le entrate dai giochi già messe a bilancio e promesse all’Europa, con l’illegalità che nel frattempo avrà ripreso il terreno perduto nel corso degli ultimi quindi anni. Allora sì che a quel punto sarà davvero troppo tardi.

 

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