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Il gioco, unico consumo che si vuol tassare

No alla tassa sulla plastica, sulle merendine o sulle auto aziendali: l'unico settore che si può tassare, in Italia, è quello del gioco.

Una misura ridicola, scandalosa, scellerata. Frutto di una politica ipocrita e inadeguata ad affrontare i problemi del paese. Sono queste alcune delle frasi che abbiamo sentito ripetere più volte in questi giorni da parte della politica, in riferimento alle tasse proposte dall'attuale governo e inserite nella prima stesura della manovra economica. Almeno fino a qualche ora fa. Prima che il ministro all'Economia Roberto Gualtieri annunciasse la retromarcia sulla cosiddetta “plastic tax”, e la viceministra Castelli quella sulla tassa nei confronti delle auto aziendali. Tutto questo, dopo che le opposizioni, dalla Lega a Forza Italia, insieme a un pezzo della maggioranza rappresentato da Italia Viva, hanno espresso un forte dissenso: giudicando - nel migliore dei casi – un “autogol” le misure previste dall'esecutivo, perché ritenute compromettenti per le imprese. Quando non definite, addirittura, “criminali”, come nel caso della tassa sulla plastica, perché rea di provocare la chiusura di tante imprese in un momento di sofferenza economica generale. Nonostante gli appelli all'unità e lo sforzo del premier Giuseppe Conte di compattare le file per l'allestimento di una Manovra particolarmente ambiziosa, ma altrettanto controversa. "Possiamo essere ancora più ambiziosi – dice il primo ministro - dopo i notevoli sforzi fatti con la sterilizzazione delle clausole Iva per 23 miliardi”, appellandosi alle forze di maggioranza nel giorno degli emendamenti in Commissione alla legge di Bilancio. Affermando di non poter accettare “la falsità che questa possa essere descritta come una manovra che aumenta le tasse". La pressione fiscale infatti non è aumentata, secondo Conte, che considera “mistificazioni e menzogne” quelle che parlano di una “manovra delle tasse”.

Andatelo a dire alle imprese del gioco. E, in particolare, a quelle che operano nel settore degli apparecchi da intrattenimento, dove la pressione fiscale raggiunge l'incredibile livello del 74 percento (nel caso delle Awp), diventando evidentemente insostenibile per le imprese, condannandone molte alla chiusura garantita. Peccato però che di fronte a questa situazione specifica, per quanto evidente e alla luce del sole, non ci sono state levate di scudi da parte della politica. Anzi, a dirla tutta, nessuno sembra proprio volersene occupare. Neanche quegli stessi soggetti politici che ritengono la tassa sulla plastica una patetica scusa per fare cassa, facendola passare per una misura mirata disincentivare i consumi ritenuti nocivi. E neppure chi applicava tale principio contro la tassa sulle merendine o sulle bibite gassate (anche quella ben presto rientrata), sembra volerlo mutuare nel caso del gioco. Anche se in questo caso al chiusura delle aziende e la perdita di posti di lavoro è uno scenario concreto e reale, a quanto pare inevitabile, poiché scaturisce da dieci aumenti delle tasse in cinque anni, e non solo da quest'ultima manovra: mentre in tutti gli altri campi, dalle merendine alla plastica, il danno economico è sempre evidente, mentre le conseguenze sulle economie aziendali sono tutte da dimostrare. Ma nessuno vuole correre questo rischio, a quanto pare. E ci mancherebbe altro, ci sentiamo di aggiungere. In questo caso, peraltro, non è soltanto una battaglia delle opposizioni visto che, nel caso specifico della plastic tax, a denunciarne i rischi ed evidenziarne l'assurdità è anche un pezzo della maggioranza, e non solo per il ruolo determinane del partito di Matteo Renzi, visto che le maggiori aziende di packaging della Penisola che andrebbero a subire l'impatto della norma si trovano in una regione governata dal Partito Democratico, ovvero l'Emilia-Romagna. Con il presidente Stefano Bonaccini che è subito intervenuto per evitare la sciagura nell'economia locale. Eppure – ironia della sorte – in quello stesso territorio si sta verificando una sciagura ben più grave nei confronti delle imprese del gioco pubblico, dovuta – in questo caso – non  soltanto alle leggi governative e ai ripetuti aumenti della tassazione di cui sopra, bensì dal combinato disposto delle recenti manovre economiche e delle norme regionali che, come noto, hanno introdotto pesanti restrizioni riguardo alle possibilità di esercizio e installazione dei locali da gioco che colpiscono tutte le attività. Dalle scommesse agli apparecchi da intrattenimento. Condannando, in questo caso davvero, molte aziende del posto a chiudere baracca. Senza che nessuno si prenda la briga di affrontare la situazione in maniera seria e approfondita, valutando eventuali proroghe, correzioni o modifiche alle norme vigenti. Se così facessero, invece (a partire dalla stessa Amministrazione guidata da Bonaccini), potrebbero scoprire che oltre ai presunti o più o meno evidenti disagi causati dal gioco con vincita in denaro, dietro a queste attività operano aziende sane, spesso anche illustri e di grande livello, che si preoccupano non soltanto del benessere personale ma anche di quello della comunità in cui vivono e lavorano. Visto che ogni azienda è fatta da imprenditori e si compone di persone, dipendenti, lavoratori, che oltre a non avere nessuna colpa di fronte a un eventuale eccesso dell'offerta (essendo questa governata da leggi dello Stato), devono anche subire un trattamento di questo genere dalla politica e dalle amministrazioni locali. Come se fossero imprese figlie di un dio minore o, peggio ancora, come se si trattasse di organizzazioni criminali. Eppure, dietro a tante di quelle attività, ci sono anche quelle stesse aziende che offrono intrattenimento e momenti di felicità a famiglie e bambini attraverso altre forme di gioco: come le attrazioni per bambini, i videogiochi o i calcetti. Ma nessuno si pone delle domande, quando si tratta del gioco. Tutti pronti a invocare il Demone dell'azzardo, senza curarsi della reale situazione economica, sociale e occupazionale. E in nome di un non ben definito interesse pubblico o della presunta tutela della salute, che tutti sanno invocare, ma in pochi sanno dimostrare, né tanto meno affrontare con cognizione di causa a in modo efficace. Che il gioco con vincita in denaro abbia raggiunto una presenza massiccia nel nostro paese, a tratti eccessiva, lo scriviamo da tempo. Ma la soluzione a una distorsione di questo tipo passa per la riorganizzazione del comparto e per la razionalizzazione dell'offerta, mentre a nulla servo l'adozione di diktat normativi o leggi punitive, come l'inasprimento delle tasse agli operatori o le limitazioni di carattere locale. Anzi, al contrario, l'unico effetto che possono avere tali misure, oltre al già citato danno occupazionale, è il rischio di un ritorno del gioco illegale, con il plauso della criminalità, che da tempo attende alla finestra un passo falso dello Stato per tornarsi ad occupare di una florida economia che lo stesso Stato era stato in grado di sottrargli in larga parte attraverso la regolamentazione avviata nel lontano 2003 e progressivamente consolidata, fino all'inversione di tendenza che ha portato a rinnegare gradualmente quegli straordinari risultati conseguiti negli anni dal nostro paese e ancora oggi riconosciuti a livello mondiale, in termini di emersione e controllo del comparto, al punto da ispirare tanti altri paesi ad adottare regole analoghe. Almeno fino ad oggi. In futuro, di certo, non potrà accadere. Non più. Dopo oltre quindici anni di applicazione di un modello regolamentare divenuto riferimento nel mondo intero, l'Italia rischia di smantellare completamente l'industria del gioco, tra urgenze di cassa e miopia legislativa. Per una parabola discendente di cui nessuno sembra rendersi conto, eccetto le imprese che oggi rischiano la bancarotta. Nel silenzio generale.
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