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Sport e scommesse: un giusto principio, nel modo sbagliato (e letale)

  • Scritto da Alessio Crisantemi

L'introduzione di un prelievo ulteriore sulle scommesse per “salvare” lo sport rischia di far saltare il banco e le migliaia di imprese del settore. Ma c'è un'alternativa.

 

Se lo Stato ha deciso di rinunciare al gioco pubblico e dismettere l'intero settore, la strada intrapresa dal governo è quella giusta. A partire dalle ultime norme, come quella che si appresta a diventare legge nei prossimi giorni, attraverso il cosiddetto “decreto rilancio” (il famigerato “decreto Aprile”, che non ha mai visto la luce nel mese in questione, né tanto meno nella prima metà di maggio), con la quale si andrebbe a inasprire ulteriormente la tassazione delle scommesse sportive, per finanziare il Coni. Come se i recenti e ripetuti rincari introdotti nei confronti di tutti i prodotti di gioco non fossero già stati sufficienti a compromettere le sorti del comparto. Se l'obiettivo è, dunque, quello di far saltare l'intera filiera, in questo modo si potrà certamente centrare il bersaglio. E ci sarà pure – manco a dirlo – chi esulterà per un esito di questo tipo, tenendo conto dei tanti detrattori che ancora esistono nei confronti del gioco, anche durante questo periodo di prolungato lockdown, che ha fatto dimenticate a gran parte degli italiani le attività di gioco “terrestri”, scommesse comprese. Ma sarà bene ricordare fin da subito che la rinuncia a questo settore dell'economia nazionale, non solo significa perdere circa 11 miliardi di euro ogni anno per le casse statali, destinandone – peraltro – una larga parte verso quelle della criminalità: ma vorrebbe dire anche mettere per strada centinaia di migliaia di lavoratori, provocando la chiusura di altrettante imprese, proprio in un momento in cui le vittime della crisi economica saranno già troppe, in tutti i settori.

Se, invece, l'obiettivo dell'esecutivo volesse essere quello di aiutare il mondo dello sport a sopravvivere al momento di grandissima crisi che si prepara da affrontare, il fine è senz'altro nobile, ma il mezzo è completamente sbagliato. Anzi, al contrario, la scelta adottata dal legislatore attraverso la prima formulazione del Dl rilancio, avrebbe l'effetto esattamente contrario, visto che andrebbe a promettere determinate somme al Coni, attraverso il prelievo aggiunto, senza poi riuscire a raccoglierle, per le ragioni sopra elencate. Cioè per la scomparsa del settore legale dal quale si vorrebbe andare a prelevare.

La missione, tuttavia, non è affatto impossibile. Tutt'altro. Se si vogliono ottenere nuove entrate dal comparto dei giochi per destinarli a cause pubbliche, come quella dello sport (cosa che peraltro già avviene, e da tempo, sempre attraverso le scommesse), il governo ha a disposizione gli strumenti per compiere una vera riforma del settore, che sia degna di tale nome, intervenendo sull'intero regime fiscale e introducendo quella che viene definita una tassazione di scopo. Come viene segnalato, richiesto e suggerito da tempo e da più parti. Prendendo a modello il sistema britannico dei giochi, ovvero il meccanismo delle cosiddette “good causes”, di cui abbiamo parlato più volte in questi anni, suggerendone a gran voce un'adozione, anche in Italia. Attraverso un sistema fiscale di questo tipo, infatti, non solo si potrebbe andare a finanziare direttamente e in maniera anche più significativa lo sport, oltre a tante altre “cause” pubbliche, ma si potrebbero anche risolvere le varie anomalie che ancora oggi condizionano il comparto dei giochi e compromettono le attività delle tante imprese che compongono la filiera sul territorio. Con una tassazione di scopo si potrebbe contribuire anche alla fiscalità locale dei territori, risolvendo quella annosa anomalia (seppur esasperata e strumentalizzata ai massimi termini durante questi anni) che vede le regioni e i comuni subire i costi sociali provenienti dal gioco d'azzardo, senza averne nulla in cambio (fermo restando, comunque, il fondo di 50 milioni di euro introdotto dai precedenti governi per la dipendenza, distribuito tra le regioni). Non solo. Se proprio si vuole intervenire seriamente andando a riformare il settore e la sua impostazione fiscale, si potrebbe anche introdurre la cosiddetta tassazione sul margine anche al settore degli apparecchi da intrattenimento: come già fatto negli altri settori del gioco (online e scommesse) e come avviene da sempre in qualunque altro paese in cui esiste un'offerta di gioco terrestre. Uno strumento ulteriore per tentare di tirar fuori cifre ulteriori dal comparto giochi, invece di farlo sparire. Con tutte le conseguenze del caso, poc'anzi ricordate.
Tutto questo, non solo è possibile, ma è anche il momento giusto per poterlo realizzare. Per varie ragioni. Dopo oltre due mesi di lockdown e, quindi, di interruzione pressoché totale dell'offerta di gioco sul territorio, il governo dovrà inevitabilmente introdurre – prima o poi – una disciplina specifica che riguarda anche questo settore, valutando una serie di misure che consentano non solo di riaprire e in sicurezza, ma anche di tenere in piedi le varie attività, sui singoli territori. Occasione ideale, questa, per intervenire anche nei confronti della cosiddetta “Questione territoriale” che da ormai quasi dieci anni affligge il comparto dei giochi e della quale si parla oggi in altre forme, osservando lo scontro che sta avvenendo tra governo centrale e amministrazioni regionali rispetto alle norme di contenimento del virus. E se nel caso della “fase due” il governo – a differenza di quanto avvenuto nei confronti delle tante norme sui giochi, contrarie anche queste, ai dettami normativi che prevedono la centralità del governo sul settore – ha deciso di impugnare le leggi regionali, si potrebbe facilmente inserire nell'armistizio che dovranno siglare prima o poi le due parti anche una riforma del comparto del gioco. Che vada però a beneficio di tutti: come appunto potrebbe avvenire attraverso l'introduzione di una tassa di scopo che tenga conto anche degli enti locali.
Per perseguire un cammino di questo tipo, tuttavia, ci sono altre cose da risolvere e sistemare fin da subito, per evitare la scomparse delle imprese del comparto senza le quali non si può certo attuare nessun percorso virtuoso, né tanto meno generale nuove entrate. Il governo, come prima cosa, dovrebbe affrontare fin da subito la situazione del gioco, insieme a quelle di tutti gli altri comparti economici e industriali del paese che chiedono aiuto e certezze per la fase 2 (o per la “fase 3”, che sembra essere quella più probabile in cui ricadranno i giochi): cosa che non sta avvenendo, in nessun modo, in questi giorni. Gli addetti ai lavori non solo non hanno alcuna indicazione concreta su quando e come ripartire, ma non riescono neppure, nella maggior parte dei casi, ad avere accesso al credito a causa dell'atteggiamento dichiaratamente ostile (poiché messo nero su bianco nei codici etici) di molti istituti bancari. Senza contare, poi, che nonostante le quasi 800 pagine di decreto di (presunto) rilancio dell'economia, non sembra essere neppure contemplato il rinvio o la cancellazione dei versamenti del Preu che le imprese degli apparecchi dovranno eseguire a fine mese, nonostante gli oltre due mesi di entrate pari a zero. Mentre tutti gli altri settori si vedono sospendere gran parte dei versamenti richiesti dallo Stato. Per una disparità di trattamento che non solo grida vendetta da parte degli operatori, ma che li condanna, ancora prima, alla scomparsa.
E sarà bene che il governo, insieme ai tanti detrattori del gioco pubblico, valutino anche questi aspetti, prima di mettere le mani nuovamente sul settore, per evitare di farlo ancora una volta in maniera maldestra, scomposta e – questa volta – sicuramente letale.
 
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