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Gioco pubblico: non scegliere stavolta è un atto criminale

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Il governo, ancora una volta, ha scelto di non scegliere, sui giochi: ma con le mafie alle porte il rischio è troppo grande.

Riaprire o non riaprire: questo è il dilemma che continua ad assalire una larga parte degli stackeholder dell'economia nazionale. Non il governo, a quanto pare, il quale ha deciso di delegare la decisione (e, in parte, la responsabilità) alle regioni, concedendo una sostanziale autonomia decisione, anche in risposta alle ripetute pressione di alcuni (non tutti) governatori. Ed è a loro che adesso si presenta quindi l'onere della decisione e la difficile scelta dei criteri da adottare. Ma anche quella dei luoghi e delle attività da riattivare. Il dilemma, tuttavia, si presenta anche (e soprattutto, diciamolo pure) per i titolari delle singole attività e per gli addetti ai lavori, i quali devono preoccuparsi della redditività di ogni singolo locale, per un'inevitabile ripartenza col freno tirato, a causa delle restrizioni normative dovute al contenimento del virus, ma anche alla riduzione dei consumi legata a sua volta a vari fattori.

La scelta, tuttavia, non è ancora stata offerta ai titolari di attività di giochi e scommesse. Non a tutti, almeno (come spieghiamo in questo articolo). Per loro, ancora una volta, continua ad esserci una preclusione a monte, rilanciata dall'ultimo provvedimento governativo che rimanda le aperture (almeno) al prossimo 15 giugno. Nonostante la riapertura di tante altre attività – anche oggettivamente più pericolose rispetto a quelle di gioco, in termini di contagio – già avvenuta, come nel caso dei ristoranti, o che comunque potrà avvenire nei prossimi giorni, come palestre e piscine. Poco importa se – documenti alla mano, come dimostrato da associazioni di categoria ed esperti – nei locali di gioco può essere garantita una determinata sicurezza in termini di rischio contagio e di contenimento della pandemia, anche in maniera molto più importante rispetto ad altre attività. Non si riapre e basta. Senza alcuna possibile discussione né, tanto meno, senza alcun confronto con le parti interessate, come invece viene concesso a qualunque altro comparto economico o industriale. Possibile che già oggi possono riaprire ristoranti, ovvero dei locali dove le persone stazionano a lungo, dovendo pasteggiare - con il rischio che lo starnuto di un cliente infetto possa contagiare altri avventori - mentre non può aprire un'agenzia di scommesse, neppure facendo entrare, per esempio, una persona alla volta, che nel giro di pochi minuti fa la sua giocata (in sicurezza) al banco accettazione e se ne va? Ed è solo uno dei tantissimi esempi che si potrebbero portare per dimostrare l'assurdità di una limitazione che non ha più elementi per sussistere. Se non di natura “etica” o, più che altro, di carattere ideologico. Ma se di questo si dovesse veramente trattare, sarebbe opportuno dichiararlo apertamente, per una piena assunzione di responsabilità. Anche se pare difficile poter addurre motivazioni di questo tipo. In primis, perché scomodare l'etica in un contesto di questo tipo, suonerebbe decisamente insolito – e forse pure anacronistico – tenendo conto che durante il lockdown non sono mai stati interrotte le vendite di tabacchi e alcolici. Neppure nei giorni più difficili di restrizioni per i cittadini. Inoltre, ogni tipo di decisione, in questa fase, dovrebbe essere supportata da ragioni assai concrete, tenendo conto che ogni rinvio potrebbe creare delle nuove vittime, in termini di disoccupazione. Visto che la prolungata chiusura dei centri di gioco è destinata a cancellare migliaia di posti di lavori in tutto il paese. Un processo in parte già avviato da molte società e che rischia di esplodere in maniera dirompente nelle prossime settimane. Fino ad oggi, infatti, molte imprese sono potute rimanere in piedi soltanto grazie alle riserve di capitale e di liquidità o attraverso l'iniezione di capitali dall'esterno, per poter fronteggiare una situazione straordinaria e transitoria. Ma è evidente che tale situazione non può durare a lungo: e tre mesi di fatturato azzerato sono già una misura temporale più che sufficiente per radere al suolo qualunque attività. Ed è proprio quello che sta accadendo.

Per questo, stavolta, lo Stato non può scegliere di non decidere. Come in parte ha già fatto, buttando per l'ennesima volta la palla avanti, al prossimo 15 giugno. Senza volersi preoccupare di una serie di tematiche che riguardano i giochi. Più che una scelta, in realtà, si tratta di un vero e proprio azzardo: solo che la posta in gioco è decisamente troppo alta. Oltre al futuro delle imprese e dei tanti lavoratori fino ad oggi impiegati nella filiera del gioco pubblico (come se non fosse già abbastanza) bisogna infatti considerare le altre conseguenze a dir poco devastanti in termini di ordine pubblico e di sicurezza a cui si andrebbe incontro nel caso in cui dovesse perdurare questa situazione di blocco e, peggio ancora, se dovessero saltare le imprese che rappresentano l'offerta di gioco di Stato sul territorio e che hanno sempre rappresentato un baluardo della legalità sui territori. Come spiegato da più parti e, in particolare, come evidenziato anche dal Capo della Polizia Franco Gabrielli, che senza mezzi termini ha dichiarato che "La chiusura delle sale giochi e l’interruzione delle scommesse sportive e dei giochi gestiti dai Monopoli di Stato potrebbero aumentare il ricorso al gioco d’azzardo illegale". Un allarme che non può e non deve rimanere inascoltato da parte del governo il quale, ignorando questo tema, si renderebbe complice della ristrutturazione dell'imprenditoria criminale. Del resto, come dimostrato da più parti, la situazione di crisi diffusa e conseguente al lockdown, ha già provocato una "riorganizzazione" progressiva da parte della criminalità organizzata, con il rischio concreto che possa sostituire con le proprie "imprese" malavitose quelle legali che al momento non sono in condizioni di poter operare. E se ciò vale per qualunque tipo di attività ed economia, per il gioco vale in maniera ancora più accentuata, visto che la criminalità, oltre a poter cannibalizzare le imprese legali, può fare molto di più. Come è emerso già con chiarezza dai fatti di Palermo, dove durante il lockdown è stata allestita addirittura una corsa di cavalli clandestina nel cuore della città, dimostrando che oltre a poter offrire scommesse clandestine, in sostituzione dello Stato, le mafie sono in grado addirittura di creare eventi “sportivi” ad hoc su cui scommettere, in assenza di eventi ufficiali nei palinsesti ordinari. E se la legalizzazione dei giochi e delle scommesse era stata condotta dal Legislatore, ormai oltre quindici anni fa, proprio per reprimere l'offerta illecita, la dismissione della rete legale avrà l'immediata conseguenza di riconsegnare questo business alla criminalità. E anche questo, come detto, è già un fatto, e non soltanto un'opinione.

Per questo, lo Stato, ha il dovere di intervenire, sui giochi. E dovrebbe farlo, peraltro, a livello centrale, quindi attraverso il governo, e non attraverso i singoli enti locali, come invece sta accadendo per ogni altra attività. Superando quell'annosa “questione territoriale” che ha già causato fin troppi problemi non solo alle attività del comparto, ma anche ai singoli territori e alla sicurezza dei giocatori. In questo senso, peraltro, la pandemia offre un'occasione unica, che è quella delle riforme: mai come adesso si ha infatti la possibilità di prevedere un vero riordino o una riforma strutturale dell'intero settore, approfittando della prolungata pausa e del reset provocato dal lockdown. Visto che bisognerà in ogni caso ripartire da zero, o giù di lì, in termini di business e di raccolta, sarà questa l'occasione per ripartire anche dalle fondamenta della regolamentazione. Adesso o mai più.

 
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