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Fase 3 e giochi: si riparte, anzi no

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Quando il buon senso lascia il posto all'improvvisazione: è ciò che accade nella disciplina della ripartenza dei giochi, relegata alla Regioni, che rilanciano la Questione territoriale.

Dopo sette giorni di dibattiti e discussione relativi alla ripartenza delle ultime attività rimaste ancora fuori dalla “fase 2” di uscita dal lockdown, il fine settimana non ha affatto portato consiglio. Anzi, semmai, ha ulteriormente peggiorato la situazione, almeno per quanto riguarda il gioco pubblico. Con i governatori delle diverse Regioni, a cui è stato demandato il diritto/dovere di disciplinare la riapertura dei locali di intrattenimento e la riattivazione dei vari prodotti e servizi di intrattenimento nei pubblici esercizi, che hanno agito in maniera del tutto disomogenea e, a quanto pare, decisamente estemporanea. Al punto da dare vita a situazioni anomale e, in qualche caso, pure irrazionali. Come quella relativa al Lazio di Nicola Zingaretti, per il quale la ripartenza dei locali di gioco potrà avvenire soltanto a partire dal primo luglio, cioè ben 15 giorni dopo rispetto alla restante maggioranza dei territori. Anche se, pur sforzandosi, è davvero difficile trovarne una ragione, tenendo conto che ad oggi, nel Lazio come nel resto della Penisola, sono ormai ripartite praticamente tutte le attività, comprese quelle ritenute più “a rischio” come le discoteche, le fiere, i congressi e le cerimonie, mentre non è possibile entrare in un locale di gioco.

Compresi quelli di metratura più elevata, come ce ne sono a bizzeffe sul territorio, senza neppure distinguere sulla base di criteri di sicurezza che un determinato locale o attività sia in grandi di garantire o meno, bensì attuando ancora una volta una pura discriminazione nei confronti del gioco pubblico. Con l'ulteriore beffa, per gli addetti ai lavori, che dovranno continuare a vedere dei locali di metrature ridottissime dove è quasi impossibile garantire le distanze interpersonali che operano senza problemi, pur dovendo tenere chiuse le proprie sale, anche laddove esistono le condizioni di operare nella massima sicurezza e tutela della salute. Invece, purtroppo, ancora una volta si vede il buon senso lasciare il posto all'improvvisazione, con la politica sempre più impegnata nell'unica direzione di cercare un consenso tra gli elettori prima di ogni altra cosa, al punto da prendere decisioni dettate da chissà quale ideologia, piuttosto di entrare nel vivo dei problemi. Anche di fronte a un'emergenza assoluta come quella attuale, provocata non solo dal coronavirus, ma anche – e soprattutto – dal lockdown imposto dal governo, che nel caso dei giochi ha superato addirittura i tre mesi. Portando le imprese del comparto sul lastrico e a rischio fallimento, tenendo anche conto della mancata copertura della cassa integrazione per il mese corrente, che rende ancora più difficile per le imprese rimanere in piedi. Ma senza che il governo – e neppure il governatore Zingaretti, insieme a qualche collega – se ne siano accorti o se ne vogliano accorgere. Al punto che gli operatori del luogo hanno subito minacciato una manifestazione generale, per dare voce al dramma che le imprese del gioco stanno vivendo e che diventerà ancora più accentuato col passare dei giorni, quando vedranno concludersi un altro mese a fatturato zero e con i costi fissi che dovranno continuare a onorare.
Ma il Lazio non rappresenta neppure un caso isolato. Non solo per via di quelle regioni che hanno spostato la ripartenza dei giochi qualche giorno più avanti rispetto alle possibilità previste dal Dpcm dell'11 giugno, fissando il via libera al 19 giugno: quanto, piuttosto, per la decisione assunta dal Trentino Alto-Adige che ancora una volta assume il ruolo di protagonista nelle misure “contro” il gioco pubblico, stabilendo addirittura come data di ripartenza il prossimo 14 luglio. Proprio in quel territorio in cui la politica aveva preteso (e in parte ottenuto) condizioni straordinarie rispetto al resto della Penisola per anticipare la ripartenza dell'economia sul territorio, invocando i propri poteri speciali, come ha fatto la provincia autonoma di Bolzano.
Eppure i governatori dovrebbero ben sapere cosa significa per le imprese rimanere chiuse anche soltanto un giorno di più, dopo così tante settimane di serrata generale, che ha prosciugato ormai completamente le casse di ogni piccola e media impresa, di qualunque settore e peggio ancora per quelle dei giochi, per le quali il lockdown si è protratto ben più a lungo di altri settori. Quello che forse non sanno gli stessi amministratori regionali, e che continuano ostinatamente a ignorare, è invece il rischio al quale stanno sottoponendo i propri territori, quindi i cittadini e i lavoratori, perpetrando queste politiche ostinatamente restrittive e discriminatorie nei confronti del gioco. Non solo in termini economici e occupazionali, che pure dovrebbero interessare: ma anche in termini di ritorno dell'illegalità. Un problema, peraltro, che nel Lazio si fa sentire in maniera ancora più significativa rispetto al Trentino, ma che riguarda comunque l'intera Penisola. Se da mesi si continua a sottolineare, in varie sedi e numerosi dibattiti, quanto sia elevato il rischio di veder prosperare la criminalità organizzata a causa della mancanza di liquidità che caratterizza molte imprese italiane, è del tutto evidente quanto il segnale di allarme continui a rimanere inascoltato. Visto che in un settore particolarmente esposto al rischio illegalità, come quello del gioco, per via dell'elevata movimentazione di denaro contante, si continui a ostacolare la ripartenza delle imprese legali. Col risultato che, oltre ad accentuare la crisi di liquidità per queste imprese, si finisce al tempo stesso con l'alimentare l'offerta di gioco illecita, anche questa gestita – abitualmente o per l'occasione – dalla malavita. Come sta accadendo già da diverse settimane, con i centri di scommesse irregolari o del tutto clandestini che stanno diventando il punto di riferimento per tanti scommettitori e tante altre forme di gioco illegale che stanno tornando alla ribalta. Al punto da assistere anche alla riorganizzazione di vere e proprie bische clandestine, in sostituzione delle sale slot che continuano a non operare.
E' strano, tuttavia, che una classe politica così attenta alla comunicazione e – in particolare – ai trend che emergono dai social network, che sembrano influenzare l'agenda governativa in maniera forse più significativa rispetto alle altre istanze dirette delle categorie, non si accorga che in quelle stesse pagine virtuali albergano ormai migliaia di “vetrine” di giochi illeciti. Con svariate foto di schedine che testimoniano scommesse giocate in centri evidentemente illegali (visto che quelli di stato sono rimasti chiusi) che circolano in rete, in barba a qualunque legge di Stato o restrizione regionale. E pure di fronte all'ancora vigente divieto di pubblicità e promozione dei giochi, disposto dal decreto Dignità, che continua ad essere legge e a condizionare, evidentemente, la linea del governo. E pure quella della criminalità, ma in senso opposto. Con la malavita che ringrazia per il duplice regalo, rappresentato appunto dal divieto di pubblicità, accompagnato dalla chiusura dei locali di gioco legale.
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