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La normalità dei giochi nell'assurdo della ripartenza

  • Scritto da Alessio Crisantemi

La riapertura dei giochi è stata un successo pubblico: segno di una evidente normalità che continua a sfuggire ai detrattori.

A una settimana dalla ripartenza delle attività di gioco pubblico nella maggior parte (ma non in tutte, purtroppo) delle Regioni italiane, si possono trarre i primi bilanci. In attesa di analizzare quelli economici, per i quali sarà necessario qualche giorno in più per poter raccogliere dati veramente significativi (tenendo anche conto che in molti territori si è potuto giocare solo a partire dal fine settimana), è comunque già possibile valutare l'impatto che ha avuto, a livello sociale, la riapertura di questa tipologia di locali. Attorno ai quali continua ad esserci la quasi totale ostilità di una parte di politica e istituzioni, cavalcata anche da alcuni media, salvo poi non trovare riscontro sulla vera "opinione pubblica". Com'è oggi ancora più evidente, proprio dalla riapertura. Sì, perché, già nelle prime ore in cui i locali di gioco - laddove possibile - sono tornati a operare, si è subito registrata una grande affluenza di pubblico. Offrendo quindi un segnale forte e chiaro della "normalità" che, nonostante tutto e tutti, caratterizza gli ambienti di gioco. Ambienti che, pur essendo considerati o descritti troppo spesso come dei presunti "luoghi di perdizione", si mostrano oggi nella loro più spiccata (ed evidente, per chi li frequenta) caratteristica: quella cioè della socialità.

In questi mesi di chiusura forzata e di prolungato lockdown - dentro e fuori al settore - in molti si chiedevano se le sale da gioco avrebbero potuto riprendere la propria attività come prima: interrogandosi sul fatto se, dopo oltre tre mesi di interruzione di quella che per molti era una frequentazione abituale, si sarebbe tornati alle precedenti abitudini. Oppure se la pandemia e la correlata emergenza avessero modificato seriamente le abitudini dei consumatori. Con alcuni tra i normali detrattori del comparto, che avevano avanzato teorie sull'utilità del lockdown per "disintossicare" i malati di gioco che nell'immaginario collettivo (anzi, a dire il vero, in quell'immaginario ristretto che viene però spacciato come un punto di vista generale) vengono indicati come se fossero la maggioranza dei giocatori. Invece no: non è questa la realta. E la "fase 3" del gioco gioco pubblico dopo la pandemia, lo sta dimostrando con i fatti. La stragrande maggioranza degli italiani e dei giocatori ama frequentare gli ambienti di gioco per intrattenersi, divertirsi, socializzare. E in tutto questo, tentare anche la sorte: che non guasta di certo, se fatto in modo "sano", cioè "responsabile", come si usa dire oggi. Anche se in molti considerano tale definizione piuttosto ipocrita, pur contestandola nel gioco e lasciandola invece passare quando si tratta di alcol, nei confronti del quale, peraltro, è ancora concessa la possibilità di fare pubblicità che è stata invece preclusa ai prodotti di gioco: ma questa è un'altra (assurda) storia, anche se solo fino a un certo punto.
Quello che conta, tuttavia, è che la riapertura dei locali di gioco, come dicevamo, è stata accolta con grande favore da parte del pubblico, consegnando una lettura felice della realtà del comparto, non soltanto per gli addetti ai lavori, che staranno tirando un mezzo sospiro di sollevo, ma a tutti quelli che la vorranno vedere: una realtà fatta di consumatori sereni e in cerca di spensieratezza, che attraverso il gioco "fisico" intendono socializzare. Per questo, tanti italiani, hanno sfidato persino le noiose prescrizioni e limitazioni imposte (giustamente) dallo Stato attraverso i protocolli di sicurezza che è necessario seguire in ogni locale, che hanno modificato radicalmente la frequentazione delle sale, ma senza precluderne il ritorno dei gioco. Tanta era la voglia di tornare alla normalità, fatta anche di gioco e spensieratezza, dopo mesi di tristezza e rassegnazione. E se non è possibile, al momento, stazionare nei locali, le persone si sono incrontate o trattenure all'esterno delle sale da gioco, proprio come avviene negli altri locali. In maniera "normale", appunto.
Per un gioco ancora in grado di fare aggregazione (ma senza assembramenti, almeno per ora) e di allietare le persone, invece di ammalarle. Tutto questo, naturalmente, non deve neppure lasciare intendere il contrario, prestando il fianco a strumentalizzazioni o forzature diametralmente opposte a quelle sopra indicate, andando cioè a nascondere la possibilità di poter vedere il gioco con vincita in denaro sfociare in comportamenti anomali, problematici o compulsivi. Ma la sfida è proprio questa: accettare (o, comunque, analizzaare) il fenomeno del gioco nella sua totale complessità. Evitando scorciatoie o considerazioni spicciole, quando non strumentali e utili soltanto a qualche scopo politico, che lo privino delle sue caratteristiche essenziali, piegandolo a una rappresentazione distorta, parziale o del tutto errata della sua realtà.
Se esistono dei locali di gioco non ideonei dal punto di vista dell'offerta o della sicurezza dei consumatori, che siano perseguiti, sanzionati e contastati. Come qualunque altra attività, di qualsivoglia natura, che violi le regole e le prescrizioni relative alla sicurezza e tutela dei consumatori. Ma se ci sono realtà di questo tipo, nel gioco come in qualunque altro settore "normale", di certo rappresentano un'eccezione rispetto alla regola. E in questa prima settimana di ripartenza il gioco lo ha dimostrato, per chi ha voluto guardare e magari anche capire. Nella speranza che a farlo siano stati in molti, soprattutto quei rappresentanti politici e istituzionali che continuano a puntare il dito contro il gioco pubblico e a considerarlo un autentico tabù, evitando - di fatto - di confrontarsi con la realtà e la sua complessità. Come è purtroppo ancora oggi così evidente. Ne è una prova la mancata ripartenza delle attività di gioco in alcuni territori, che rappresenta l'altra faccia della medaglia di tutta questa storia: a partire dal Lazio, regione della Capitale d'Italia, con una tradizione molto radicata nei confronti del gioco (e una forte propensione, va detto, anche all'illegalità, come dimostrano le tante vicende giudiziarie e di cronaca quotidiana), dove si è scelto di posticipare la "fase 3" dei giochi al mese prossimo. Nonostante la decisione opposta già presa in altri territori, compresi quelli storicamente più ostili nei confronti del settore: e nonostante il rischio evidente, documentato e più volte sottolineato di offrire campo libero alla criminalità per tentare di rimpossessardi di un business assai prolifico che un tempo gestiva direttamente e che vorrebbe di certo riprendere in mano. Come del resto tenta di fare da sempre, come dimostrano, anche qui, le varie operazioni di polizia condotte sul territorio e nell'intera Penisola.
Chissà se le riflessioni che proponiamo oggi attraverso un semplice editoriale - e che professiamo comunque ogni giorno, attraverso questo quotidiano online - potranno suscitare qualche riflessione ulteriore ai vari decisori e al Legislatore: chiamati non soltanto a disciplinare le riaperture dopo il lockdown ma anche (e soprattutto) a definire il futuro della nostra economia, che passa inevitabilmente da una pressoché totale revisione, riorganizzazione e razionalizzazione dell'industria, dell'economia e del commercio sul territorio nazionale. Attraverso una serie di inevitabili riforme da compiere nei prossimi mesi, tra le quali dovrebbe poter trovare posto anche quell'atteso (e millantato) Riordino del comparto dei giochi, che il settore attende da troppo tempo e che potrebbe contribuire a rimettere in sesto l'economia, magari raggiungendo anche la piena sostenibilità di un settore che, scopriamo oggi, può effettivamente considerarsi "normale". Chiedetelo ai giocatori, se non osate crederci.
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