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Nel vuoto della politica il gioco rimane un tabù

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Nonostante il lockdown scongiurato, il governo introduce restrizioni pesanti sul comparto giochi, ancora bistrattato: con il caso estremo - e tristemente significativo - della Lombardia.

Alla fine, il coprifuoco è scattato. Anche se non sarà – per ora – un vero e proprio lockdown, le restrizioni orarie introdotte dal governo (e quelle introducibili dai sindaci, in virtù delle nuove regole scarica barile), invitando comunque a rimanere a casa. O a rientrare prima di una certa ora. E per chi ama(va) intrattenersi trascorrendo una serata in una locale di gioco, non potrà più farlo. Non oltre le 21. Tra lo sgomento degli addetti ai lavori e nell'incredulità generale dei cittadini, sempre più confusi da norme e limitazioni spesso incoerenti se non addirittura contraddittorie, che finiscono, tuttavia, col colpire sempre le stesse categorie e gli stessi settori. Tra i quali, manco a dirlo, proprio quello del gioco. Nonostante l'evidente nonsenso di certe decisioni e l'altrettanto palese disastro economico provocato in determinate attività che alle 21, normalmente, hanno appena iniziato a lavorare. Si pensi per esempio alle sale bingo, notoriamente frequentate per lo più di sera, che sulla base del nuovo Dpcm sono praticamente condannate alla chiusura. Pur non riuscendo a capire che differenza ci possa essere tra il rimanere seduti in un bar o in un ristorante (locali che rimangono consentiti anche oggi, pur sotto nuove regole di frequentazione) rispetto a una sala bingo: dove, anzi, le metrature sono decisamente più ampie per la natura stessa del locale. Riuscendo quindi a garantire meglio tutte le regole di contenimento del virus, a partire dal distanziamento sociale. Se al ristorante si potrà sedere massimo in sei persone allo stesso tavolo, che lo stesso si applichi pure ai bingo, è la più semplice delle obiezioni che emerge inevitabilmente dalla lettura dell'ultimo decreto del presidente del consiglio dei ministri. Una riflessione che continua però a sfuggire al governo e pure ai tecnici del comitato da cui scaturiscono le nuove misure. Offrendo la solita, terribile sensazione, tipicamente italiana, di assistere a una sorta di spartizione delle regole, come a dover suddividere la pena della pandemia tra più settori (lobby?) dell'economia. Con l'unica costante che a farne le spese maggiori sono sempre e sistematicamente gli operatori del gioco.

Il virus esiste, continua a riprodursi e i dati relativi al numero dei contagi risultano senz'altro preoccupanti, ed è un fatto. Di fronte al quale è senz'altro necessario intervenire. Ma se l'emergenza non è tale da dover richiedere la chiusura di luoghi “sensibili” come piscine, palestre o centri estetici, allora perché dover limitare gli ambienti di gioco, la cui sicurezza – finora – non è mai stata messa in discussione dai fatti. Come appare fin troppo evidente dalla natura stessa di determinati ambienti. Oltre al già citato caso dei bingo, si guardi pure alle altre tipologie di locali per capire quanto siano incomprensibili determinate restrizioni applicate ai giochi. In una sala slot, per esempio, la frequentazione media è in genere decisamente contenuta è ben lontana dal poter caratterizzare degli “assembramenti”: oltre al fatto che il distanziamento sociale, quando si parla di apparecchi da intrattenimento, è ontologicamente garantito, essendo un qualcosa che appartiene intrinsecamente al prodotto di gioco, visto che ogni slot è pensata per uno e un solo giocatore. Con tanto di postazioni singole, magari anche accompagnate da un singolo sgabello, e oggi pure distanziate tra loro per evitare che due giocatori possano ritrovarsi troppo vicini, pur giocando su macchine diverse. Tutte considerazioni che potrebbero certo sfuggire a un politico, ma non dovrebbero invece essere ignorate da un comitato tecnico il cui compito dovrebbe essere proprio quello di studiare i singoli settori e individuare regole idonee per ognuno, in modo da garantire sicurezza per cittadini e lavoratori, oltre alla continuità economica. Eppure, tutto questo non avviene. Non per i giochi, almeno: ancora una volta sottoposti a un trattamento diverso rispetto a tutti gli altri settori dell'economia. E, forse, senza neppure chiedere un parere vero e proprio ai tecnici in questione, adottando soluzioni rapide e in linea con determinate ideologie, più che con la realtà del nostro paese e dell'economia. Il criterio che si sta applicando, come più volte emerso, sia pure in maniera timida e non sempre esplicita, è quello della “primaria necessità” o meno di una singola attività. Ma anche questo non basta per giustificare le restrizioni sui giochi, al cospetto delle più blande misure adottate per gli altri settori. Che giocare sia meno importante di mangiare, non c'è dubbio. Ma è pur vero che senza i ristoranti aperti, nessuno morirebbe di fame: quindi non è questo il punto. Mentre il confronto tra un centro estetico o una sala da gioco non serve neppure farlo, tanto più pensando ai livelli di rischio di contagio. Eppure, la linea seguita dal governo è la solita, e farne le spese sono di nuovo gli operatori del gioco. Senza che nessuno parli di misure di tutela per queste categorie. Mentre tutti invocano, giustamente, tutele per i ristoratori, per lo sport e tanto altro, nessuno si sognerebbe mai di proporre incentivi per gli addetti ai lavori del gioco pubblico. Nonostante si tratti di un comparto il cui esercizio è affidato in concessione dallo Stato, come spesso si vuole dimenticare, quindi gestito da imprese in nome e per conto dello Stato stesso. E tanto dovrebbe bastare per far ipotizzare, semmai, tutele maggiori, rispetto a quelle offerte ad altre categorie. Ma non nel nostro paese, evidentemente. Anzi, al contrario, il trattamento riservato al comparto del gioco è figlio di un'ormai ben nota e antica ideologia che appare in maniera tanto più evidente dall'ultima ordinanza adottata – in maniera sciatta e frettolosa - dalla Regione Lombardia. In cui l'approccio adottato nei confronti del comparto, com'è chiaro nella clamorosa “gaffe” istituzionale palesata nel provvedimento - grida davvero vendetta. Non solo il governo regionale si affretta a stabilire la sospensione delle attività di gioco anticipando qualunque decisione da parte dell'esecutivo nazionale: ma nel farlo, addirittura, riesce a partorire un provvedimento errato, che si auto-smentisce nel giro di poche righe. Con le sale da gioco che vengono espressamente vietate (al punto 1.2) e poi consentite, sotto determinate regole, poco più avanti (al punto 1.4), comparendo nell'elenco delle attività autorizzate. Segno evidente che anche questi locali, come gli altri, avrebbero tutti i criteri per poter rimanere aperti, come indicato nel secondo paragrafo, ma vengono chiuse a priori, come inserito nel precedente, per chissà quale logica di apparente tutela e di opportunità.
Ebbene, dietro a questa svista del legislatore lombardo, oltre a un triste segnale di sbadataggine che certo non tranquillizza rispetto alla lucidità con cui vengono stabilite norme che vanno a colpire direttamente la vita di persone, cittadini ed imprese, potendone pregiudicare il futuro, appare evidente l'enorme pregiudizio con cui continua ad essere affrontato il tema del gioco. Che sarà pure un difetto ormai storico, abituale se non addirittura ancestrale nel nostro paese, ma che oggi non può più essere accettato, di fronte a un'industria che sta ancora facendo i conti (letteralmente) con le ingenti perdite di fatturato procurate da un lockdown “esclusivo”, durato oltre cinque mesi e molto più ampio rispetto a quello adottato per le altre attività, e con il rischio di lasciare per strada migliaia di lavoratori. Al di là delle moratorie sui licenziamenti che continua a proporre l'esecutivo, che certo non risolvono il problema. Per nessuno.
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