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Dalla variante inglese alla speranza Uk: l'uscita è possibile e vicina

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Giornate storiche in Regno Unito, giornate critiche in Italia: è il quadro distopico della pandemia dove Londra torna a dare l'esempio, e nuove speranza, anche ai giochi.

 

La terza settimana di aprile si apre con una giornata a dir poco storica per il Regno Unito: al di là dei cento giorni di Brexit e oltre al lutto nazionale per la scomparsa del principe Filippo, lunedì 12 aprile è – prima di ogni altra cosa – la data in cui la Gran Bretagna assaggia il ritorno alla normalità dopo la pandemia. A ripartire, infatti, sono anche i negozi di prodotti non essenziali, nonché i pub e i ristoranti con spazi all'aperto, dopo quasi 100 giorni di blocco: e anche se i giochi dovranno aspettare, ancora, fino al prossimo 17 maggio, con tutta la rabbia del caso degli addetti ai lavori, per il paese si tratta di un graduale – ma reale – ritorno alla normalità. “Oggi è un importante passo avanti nella nostra tabella di marcia verso la libertà”, ha detto il primo ministro Boris Johnson, celebrando le riaperture. “Sono sicuro che sarà un enorme sollievo per quegli imprenditori che sono stati chiusi per così tanto tempo”. Ed è proprio ciò che vorrebbero sentirsi dire gli addetti ai lavori di tutte quelle attività, in Italia, che continuano a rimanere serrate o a operare sotto forti restrizioni. Soprattutto quelli del gioco pubblico, ormai fermi da quasi sei mesi consecutivi e da circa dieci degli ultimi dodici mesi di pandemia.

Tutti i riflettori sono dunque puntati sul Regno Unito, in questo momento ancora così critico nel resto del Continente e del mondo, con l'Italia che risulta in particolare difficoltà su tutta la linea e in modo particolare sul piano vaccinale. Come rivelano i dati circolati nelle ultime ore, la mancata consegna di milioni di dosi, i ritardi nelle somministrazioni rispetto al piano delineato, e la scarsa immunizzazione delle categorie più a rischio, stanno alimentando un forte dibattito sull'andamento della campagna nel nostro paese, con l'Italia che risulta attualmente più lontana dal raggiungere la propria quota ideale di somministrazioni giornaliere rispetto alle altre grandi economie europee. A fronte di un obiettivo, più volte annunciato dal generale Figliuolo, di 500 mila somministrazioni quotidiane da conseguire entro la fine del mese, l'Italia ha finora somministrato una media di 231 mila dosi giornaliere durante il mese di aprile (pari al 46 percento del target). E se è pur vero che nessun altro degli altri paesi europei ha raggiunto una media mensile pari al 100 percento del proprio obiettivo, risulta anche evidente come in Italia non ci sia stato nelle ultime due settimane il deciso cambio di marcia nella velocità di vaccinazione, invece registrato in Francia, Germania o Spagna. Lo scenario diventa oltremodo preoccupante sapendo che la ripartenza economica – e, quindi, il piano di riaperture che il governo è chiamato a delineare – risultano indissolubilmente legati all'andamento dei vaccini.

Anche per questo il Regno Unito rappresenta una “case history” (per dirla all'inglese) di primaria importanza. Pur rappresentando un vero e proprio caso a parte rispetto al resto d'Europa - avendo iniziato la campagna vaccinale con quasi un mese di anticipo rispetto ai paesi europei oltremanica, e potendo disporre di una maggiore disponibilità di vaccini (già a gennaio era in grado di somministrare mediamente 338 mila dosi giornaliere, contro una media di circa 70 mila nelle altre quattro maggiori economie europee) – il paese guidato da Johnson diventa un benchmark internazionale sotto tutti i punti di vista. Dopo aver rincuorato gran parte dei governi e dei cittadini di tutto il mondo, mostrando che è possibile uscire dalla situazione di emergenza sanitaria, e pure in termini piuttosto rapidi, adesso è chiamata a dimostrare che gli effetti di questa operazione straordinaria possono reggere anche sul medio-lungo periodo, dimostrandosi stabili e duraturi. Per un effettivo ritorno alla normalità, che il paese intende sancire con il raggiungimento dello status “Covid-free” a partire da giugno: verso un'estate all'insegna della vera e propria (ritrovata) libertà.

Eppure, nonostante tutti questi segnali si rivelino assolutamente incoraggianti guardando al futuro e al bicchiere mezzo pieno con il quale si devono analizzare tutti i progressi di questo momento di assoluta emergenza, è pur vero che la situazione dei britannici finisce con l'aumentare il grado di insofferenza degli altri cittadini europei. Soprattutto in Italia, dove la frustrazione è maggiore, tenendo conto che il nostro paese è stato il primo a misurarsi con il virus e l'ultimo destinato a tornare alla normalità, stando ai dati di cui sopra. La situazione è fin troppo evidente guardando cosa sta accadendo nelle varie piazze della Penisola, con ormai tutte le categorie che continuano a invocare la riapertura, di fronte agli inconsistenti piani di ristori e sostegni, prima ancora di quelli di contenimento del virus, che rendono inevitabile tornare a lavorare. Almeno così appare da un punto di vista economico: un po' meno, invece, sotto il profilo sanitario. Tuttavia, anche su questo fronte, si potrebbe forse fare qualcosa in più: o, quanto meno, si dovrebbe almeno tentare. Con la tecnologia che può venire incontro agli scienziati e a i politici che sono chiamati a decidere sul futuro delle attività da far ripartire. Non è un caso, forse, che alcuni ministeri stiano valutando nuove dotazioni e soluzioni per estendere il campo delle riaperture anche prima della famigerata (e ancora molto lontana) immunità di gregge. Dallo sport alla cultura, si stanno già valutando soluzioni tecnologiche e logistiche in grado di favorire la ripartenza, sia pure con tutte le cautele e le limitazioni del caso. Ecco quindi che gli stessi criteri si dovranno prendere in considerazione anche per tutte quelle attività in cui, siano essere ritenute essenziali o meno, il rischio di contagio è comunque basso o comunque minore rispetto alle altre. Proprio come nel caso dei locali di intrattenimento. Se, come noto, le sale da gioco sono ritenute a livello generale come delle attività decisamente non prioritarie (come del resto accade in tutti i paesi, compreso il laico e avanguardista Regno Unito), non si può comunque non notare come i rischi di contagio in questi locali siano decisamente inferiori rispetto ad altri, come i ristoranti, dove la frequentazione è molto più ampia e la distribuzione delle persone molto più fitta, con l'ulteriore aggravante che in questi ambienti si permane senza indossare la mascherina. Cosa che invece non avviene negli ambienti di gioco. Eppure, nonostante tutto questo, si continua a parlare quasi e unicamente della ripartenza dei ristoranti e poco più. Mentre dei giochi non si parla mai, né sui giornali, né sulle tv. E, purtroppo, neppure nei decreti di sostegno e ristoro pensati per le attività, ma non per tutte, evidentemente.

 

 

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