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Il discorso del 'se': la festa del lavoro vista dal gioco

  • Scritto da Alessio Crisantemi

La festa del lavoro arriva in un momento in cui l'occupazione è a rischio per milioni di persone e per i 150mila operatori del gioco: un momento per riflettere.

“Buon primo maggio all'Italia del lavoro, buon Primo maggio all'Italia che riparte”. E' questo l'augurio rivolto ai lavoratori italiani dal Presidente delle Repubblica Sergio Mattarella in occasione del primo maggio. In questo inizio mese in cui la festa del lavoro incrocia le prime riaperture per molti settori che hanno sofferto duramente a causa della pandemia, ma anche la presentazione da parte del governo del Piano nazionale di ripartenza e resilienza (Pnrr), mirato al rilancio del Paese. Tematiche che si fondono, inevitabilmente, nel discorso del capo dello Stato, spiegando che “Sarà il lavoro a portare il Paese fuori da questa emergenza”: per un messaggio di speranza attraverso il quale Mattarella ha voluto lanciare anche un appello all'unità e un invito alle forze politiche a “non cavalcare lo sconforto” e a “non sprecare l'occasione” del Piano nazionale di rinascita e resilienza per “perseguire il bene comune”. Parole sante, non c'è che dire. Nell'auspicio generale che possano davvero essere raccolte e ben interpretate dagli esponenti delle varie forze politiche, anche alla luce dei prossimi mesi e anni che saranno cruciali per il futuro del paese.

Sta di fatto tuttavia che anche questo discorso, per quanto toccante e positivo, continui a tenere fuori in qualche modo i lavoratori del gioco pubblico. Per i quali tutto continua ad essere completamente ipotetico, non essendo ancora in grado di conoscere e decifrare il proprio destino. Per chi lavora nell'industria del gaming italiano (ovvero, circa 150mila persone tenendo conto dell'intera filiera), tanto per cominciare, non può esistere oggi nessuna festa del lavoro, tenendo conto della prolungata astensione forzata dalle attività che va ben oltre il primo giorno del mese e che risulta indipendente dal calendario solare, ma condizionata a quello delineato dal governo e dal Comitato tecnico-scientifico. Dove però la voce “locali di gioco” non sembra ancora comparire. Nonostante tutti gli altri settori abbiamo già riaperto, o stiano già lavorando in vista di una riapertura comunque ben definita. Dando l'impressione, ormai sempre più fondata, che i lavoratori di queste attività siano considerati dei lavoratori di “serie b”, al punto da non meritare neppure una citazione, né un'ipotetica data di riapertura.
Per questo, se il Capo dello Stato ha ragione da vendere quando richiama le forze politiche all'unità, invitandole a non cavalcare lo sconforto, è pur vero che è lo Stato stesso ad essere chiamato a fare qualcosa in più per evitare che quello stesso sconforto finisca col diventare qualcosa di incontrollato e incontrollabile, al di là del ruolo dei partiti o dei rappresentanti della classe dirigente sul tema delle riaperture. Guardando ancora una volta il comparto del gioco pubblico, sembra sempre più evidente che il settore sia stato abbandonato a sé stesso: in balìa degli eventi e (peggio ancora) degli umori dei singoli rappresentanti politici e dei governatori che continuano a prendere le posizioni più variegate sul tema, senza alcune logica, coerenza né alcun fondamento, scientifico o istituzionale. Anche di fronte all'enorme crisi economica e occupazionale provocata dalla pandemia, pure in presenza di un rischio enorme di riemersione dell'illegalità nel settore che si sta già palesando su molti territori, alcuni esponenti di alcune regioni italiane continuano a portare avanti una sciagurata battaglia senza quartiere nei confronti del settore, continuando a perpetrare l'errore di voler interdire l'offerta del gioco di Stato in nome di un presunto rischio di aumento della dipendenza. Presunto – poiché non supportato da alcun dato, come emerge in Piemonte, nel Lazio, in Emilia e in tutti i territori che hanno dichiarato guerra al gioco legale - proprio come quello che riguarda i contagi da coronavirus all'interno dei locali di intrattenimento: dove fino ad oggi non si sono mai registrati focolai, né tanto meno sono stati riscontrati casi di particolare rischio o disagio durante le riaperture della scorsa estate. Grazie all'impiego di serrati protocolli di sicurezza, ma anche a quello di strumentazioni e tecnologie che permettono di favorire una corretta gestione dei locali dal punto di vista sanitario.
Eppure, nonostante tali evidenze, c'è ancora chi continua a non voler guardare alle conseguenze delle proprie azioni, preoccupato di ricercare un consenso anche laddove non esiste: visto che la battaglia contro il gioco avviata da alcune amministrazioni, nella maggiora parte dei casi, è stata portata avanti più che altro in nome di un'ideologia (populista) e neppure a causa di un particolare risentimento o esigenza popolare. Il che rende la situazione ancora più assurda: specialmente oggi, quando intere sessioni di giunte e consigli regionali, nel pieno di una pandemia senza fine e di una crisi economica senza precedenti, continuano a parlare dell'interdizione di una serie di attività economiche, nello stesso momento in cui i loro stessi governatori, magari, invocano una maggiore attenzione al governo sul tema delle riaperture, per far ripartire le imprese e le economie del territorio. Per un altro immenso paradosso tutto italiano, dove a farne le spese, ancora una volta, sono sempre e solo i lavoratori di un settore, ancora così scomodo e malvisto, come quello del gioco. Mentre l'illegalità dilaga e la criminalità festeggia, pronta a riprendersi un settore che lo Stato gli aveva sottratto ormai più di 15 anni fa, e che ora potrebbe tornare nelle sue mani, se non si deciderà di invertire la rotta.
Per tutte queste ragioni (e per i tanti paradossi sopra elencati) lo Stato – in tutte le sue declinazioni – dovrebbe fermarsi a riflettere un momento su ciò che sta accadendo nel gioco, ripartendo proprio dalle parole del presidente della Repubblica, secondo il quale “La battaglia per il lavoro è una battaglia che deve unire gli sforzi di tutti”, come si propone di fare il premier Mario Draghi con il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Aggiungendo che “Bisogna riconoscere il bene comune e perseguirlo” non potendo “sprecare l'occasione di compiere tutti insieme un passo in avanti”. “L'equità, l'evoluzione sociale si reggono sulla garanzia per tutti dell'accesso al lavoro. Se il lavoro cresce, cresce la coesione della nostra società”.
Anche per questo, dunque, sarà bene che la politica rifletti anche sul tema del gioco: andando ad includere i lavoratori del gioco in questo processo di “equità”, “evoluzione sociale”, tutela del lavoro e ricerca del bene comune, che in questo caso può riassumersi in un'unica parola (e obiettivo), che è la sostenibilità. Per fare in modo che quel discorso, bellissimo, non continui a rimanere soltanto ipotetico: per i lavoratori del gioco e per l'intero paese, visto che non può esserci unità senza inclusione e pari opportunità.

 

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