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(Ri)formare il settore, (ri)partendo dalla comunicazione

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Razionalizzazione delle reti e riordino del comparto sono i driver che guidano la (presunta) riforma del gioco: ma per essere efficace servono formazione e comunicazione.

 

Razionalizzare le reti di vendita del gioco sotto il profilo numerico e qualitativo, coinvolgendo gli enti locali nei proventi delle attività: sono questi i punti cardine proposti dall'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli dai quali partire, per impostare una riforma del comparto del gioco pubblico che possa rivelarsi efficace ed utile all'intero sistema-paese. E' quanto emerso dall'open hearing proposto dall'amministrazione e dedicato espressamente alla riforma del comparto, dal titolo: “Il nuovo sistema retail dei giochi”, in occasione del quale gli addetti ai lavori hanno potuto esprimere i propri punti di vista, mettendo anche nero su bianco le proprie necessità, perplessità e indicazioni.

Un'iniziativa lodevole, per un obiettivo altrettanto nobile, nonché particolarmente atteso dall'intera filiera. Ma non solo da essa. Non può e non deve sfuggire, infatti, come la situazione di (estremo) conflitto tra gli enti locali e l'industria, che scaturisce dall'annosa diatriba politica e amministrativa tra Stato centrale e Regioni (la cosiddetta “Questione territoriale”), sia diventata ormai insostenibile anche per gli stessi territori, con i governatori che in più di un caso si sono visti costretti a ricorrere al revirement rispetto alle legge precedentemente adottate, rendendosi conto della loro pericolosità - in termini di legalità e ordine pubblico, prima ancora che dal punto di vista economico e occupazione – o, spesso, della parziale e totale inapplicabilità (o inconsistenza). Sta di fatto, tuttavia, che per arrivare al vero processo di Riordino del comparto, atteso ormai dal lontano 2017, quando l'allora governo Renzi arrivò a un sostanziale accordo in Conferenza Unificata, servirà un impulso da parte dell'esecutivo, dal quale dovranno essere avviati i lavori, per poi arrivare a un testo definitivo di riforma, anche attraverso il Parlamento. Ed è in quella sede che andranno considerati tutti i punti critici che caratterizzano oggi il comparto e tutte le necessità, di ogni parte in causa, allo scopo di creare un settore davvero sostenibile. Per tutti, appunto. Oltre agli spunti (preziosi) individuati dall'Amministrazione e dai diversi portatori di interesse – dalla razionalizzazione distributiva a quella normativa, passando per la risoluzione preventiva delle questioni aperte come il problema delle banche o la proroga delle concessioni - occorre tuttavia evidenziare altri aspetti centrali in un processo di riordino, che spesso finiscono in secondo piano, se non addirittura ignorati. Il primo – fortunatamente emerso durante la discussione in Adm - è quello della formazione: il secondo – ancora oggi sistematicamente (ma erroneamente) ignorato – è quello della comunicazione. Come abbiamo avuto modo di segnalare, in occasione dell'open hearing, attraverso un contributo diretto da parte della Redazione di questo giornale.

All'interno di un processo di riordino e, quindi, di razionalizzazione del comparto, diventa tanto più necessario introdurre un sistema di formazione obbligatoria a cui sottoporre gli addetti del comparto: esercenti e titolari dei punti vendita (o preposti) - in coerenza con quanto avviene per la somministrazione - ma anche per le altre figure della filiera. Ipotizzando diversi livelli di specializzazione o percorsi, che tengano conto di aspetti tecnici, gestionali, ma anche medico-sanitari e di comunicazione. Non a caso, anche se continua a sfuggire in ogni ambito, il Legislatore aveva già previsto agli arbori della rete degli apparecchi una formazione specifica per l'autorizzazione degli operatori del ramo New Slot, attraverso la creazione di un apposito bollino da apporre nei locali e la collaborazione con una federazione di categoria, anche se tali corsi non sono mai stati attivati. Accanto a questo, tuttavia, la vera riforma che si deve compiere è nella comunicazione del gioco pubblico, allo scopo di sovvertire la cattiva percezione che si continua – erroneamente - ad avere oggi del comparto. Per una “razionalizzazione comunicativa”, che si aggiunge a quella distributiva e normativa sopra citate. Una vera riforma del settore deve essere accompagnata inevitabilmente da un'adeguata attività di comunicazione e da un diverso approccio da parte di tutti gli stackeholder. Serve un modo diverso, evoluto e responsabile di comunicare il gioco che si rende necessario anche per l'attuazione dei punti precedentemente proposti. Occorre infatti osservare che gran parte dei problemi che oggi si trova ad affrontare il gioco derivano da distorsioni nella percezione del comparto da parte dell'opinione pubblico o della politica. Vale per la questione delle banche (dovuta spesso a una lettura errata di norme europee o dalla definizione errata di “gioco di azzardo”), ma vale anche per l'intolleranza dimostrata da alcuni enti locali, che spesso ignorano la reale consistenza o specificità del settore, e per tante altre questioni. Anche per la compartecipazione dei territori al gettito o all'eventuale introduzione delle “good causes”, a cui sembra indirizzarsi il regolatore, sarà necessaria un'adeguata attività di comunicazione, come avvenuto in Regno Unito, con la riforma del settore, ormai tanti anni fa, e in altre esperienze di successo. Serve quindi una strategia di comunicazione oltre a una strategia di distribuzione, che si ritiene altrettanto urgente e necessaria. 

Del resto, per essere un operatore del gioco “Non basta manifestare l’intenzione di essere corretti, è indispensabile dimostrare di possedere i requisiti necessari”. Questo assunto, in grado di legare appunto il tema delle formazione con quello della comunicazione, e che oggi suona come una sorta di “manifesto futurista” del gioco pubblico, rappresenta, in realtà, il passato. O, meglio, il punto di partenza. Sul quale erano state imbastite le fondamenta dell'intero sistema italiano e, in particolare, del settore delle new slot. Su questi principi, in effetti, i Monopoli di Stato avevano lanciato l'idea innovativa del “bollino newslot”, con tanto di slogan: “Legalità e garanzia per un gioco trasparente e sicuro” e accompagnato da specifiche vetrofanie da apporre ai locali. Ma non a tutti: bensì “esclusivamente a quegli esercizi commerciali che garantiscano la presenza di un addetto che abbia seguito appositi corsi di formazione organizzati da Fipe ed Aams”. Così aveva immaginato il settore il leader storico dei Monopoli Giorgio Tino, che nel suo discorso tenuto all'Assemblea Fipe di Saint Vincent, del 5 luglio 2005, spiegava: “Abbiamo lavorato ad una certificazione congiunta Fipe – Aams, che prevede il rilascio, a partire da settembre 2005, del Bollino NewSlot, con il quale sarà identificato in modo evidente l’esercizio commerciale in grado di fornire ai giocatori tutte le garanzie di sicurezza”. E' quindi evidente che, già nelle origini del comparto, era chiara la necessità di creare una vera e propria industria che non poteva prescindere dalla professionalità degli attori che la compongono. La formazione, quindi, è sempre stato un cardine fondante del “sistema gioco”, salvo poi essere messo da parte e finire nel dimenticatoio, insieme al bollino new slot, del quali soltanto in pochi ricordano addirittura l'esistenza.

Ma ora che il comparto del gioco è diventato davvero un'industria, con un impatto più che significativo sul Pil nazionale e sull'occupazione, con circa 1.600 aziende che impiegano circa 130mila addetti, l'esigenza di formare personale specializzato torna ad essere primaria. Con l'introduzione di un percorso minimo di formazione obbligatorio per chi opera in un settore tanto delicato come quello del gioco, che potrebbe rappresentare una risposta concreta. Un'ipotesi, peraltro, già proposta e adottata anche in ambito locale, con diverse Regioni hanno pensato bene di prevedere un obbligo di formazione per esercenti e preposti di sale che utilizzano prodotti di gioco. E' accaduto in Lombardia, in Emilia-Romagna, in Umbria e così via. Anche se, in questi casi, si è focalizzata l'attenzione esclusivamente sul contrasto della "diffusione della dipendenza dal gioco d'azzardo patologico". Per aiutare gli operatori a riconoscere le situazioni a rischio, "favorendo un approccio al gioco consapevole e responsabile". Uno spunto più che interessante (a proposito di soluzioni da trovare con gli enti locali..), il quale tuttavia potrebbe (dovrebbe) essere ulteriormente sviluppato ed esteso anche ad altre tematiche di interesse per gli addetti ai lavori. Soluzioni di questo tipo, non a caso, sono state introdotte anche in altri paesi, come per esempio in Germania, dove il governo ha istituito per legge l'obbligo di sostenere corsi di formazione promossi dalle Camere di Commercio, per diventare (o rimanere) operatori del gioco pubblico. E in Italia, dove (malgrado tutto) esistono competenze straordinarie e un impianto regolamentare che rappresenta ancora oggi un punto di riferimento a livello internazionale, ci sono ancor più le ragioni e gli argomenti per adottare un approccio di questo tipo. Supportando però l'intero processo di riforma con un'adeguata strategia di comunicazione, che parta proprio dal Legislatore, coerentemente con quanto sta avvenendo a livello più generale con la Riforma della comunicazione pubblica e Social media policy nazionale, promosso presso il Ministero della Pubblica Amministrazione e incardinato nel IV Piano Ogp Italia. In questo modo, peraltro, si potrebbe anche superare o risolvere quel(l'assurdo) divieto totale di comunicazione del gioco imposto dal terribile decreto Dignità del 2018, che ha causato fin troppi problemi (anche al mondo dello sport, della cultura e al terzo settore) senza portare alcun beneficio.

Solo attraverso una riforma completa, in grado di formare l'industria e informare le persone, potremmo davvero arrivare a un settore pienamente sostenibile e riuscire ad apprezzarne anche i benefici per la collettività.

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