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Giochi fatti su Covid e Recovery plan: ora servono solo riforme

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Con il contenimento della pandemia e l’arrivo dei primi denari da Bruxelles, il Governo passa alla prova delle riforme e della spending review. E qui entrano i giochi.

La pausa estiva ha coinciso per anni con il richiamo (divenuto quasi un rito) da parte del ministro dell’Economia di turno, all’avvio dei lavori di stesura della prossima manovra economica, invitando gli altri titolari dei vari dicasteri a predisporre un piano di razionalizzazione delle spese di rispettiva competenza, in vista della ripresa autunnale. Con tutte le resistenze del caso, da parte di ognuno, tenendo conto delle difficoltà dettate dalla linea del rigore e dello stretto controllo dei conti pubblici.

Quest’anno, però, la situazione è completamente diversa e la lettera firmata nei giorni scorsi dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Roberto Garofoli, insieme all’invito rivolto dal ministro dell'Economia, Daniele Franco, presentando il suo ultimo provvedimento, lo evidenziano in maniera concreta. Con il decreto ministeriale di recente emanazione attraverso il quale, di fatto, si avvia la fase di realizzazione degli interventi previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Facendo registrare tutto un altro tenore, con l’invito rivolto a tutti i ministeri che, stavolta, sollecita prima di tutto ad attrezzarsi per tempo perché l’obiettivo primario è rispettare gli impegni assunti con l’Unione europea.

Sì, perché la linea d’azione del Governo è attualmente sviluppata attorno ad alcuni alcuni punti fermi. Sapendo che l’arrivo dei 24,9 miliardi di euro dei fondi europei dei giorni scorsi (sul totale di 191,4 miliardi assegnati all'Italia da qui al 2026) va inteso come una sorta di anticipo. Ma tutto dipenderà da come verranno utilizzati, quindi investiti e accompagnati da interventi strutturali, questi primi denari. Con il ministero dell’Economia che oltre a ripartire i fondi tra i vari dicasteri, dovrà anche monitorare le fasi di attuazione dei progetti, che dipendono a loro volta anche da tutti gli altri ministri coinvolti.

Per questo la lettera di Garofoli ha focalizzato l’attenzione anche sull’altro fronte decisivo, che è quello delle riforme. Come indicato dalle linee guida di Bruxelles, e come recepito dallo stesso Pnrr, investimenti e riforme devono quindi marciare in parallelo.

Poiché sono gli investimenti a garantire il successo delle riforme, e al tempo stesso sono le riforme il motore per far sì che gli investimenti vadano a buon fine.
E tra quelle già promesse dell’Esecutivo - e da ritenere urgenti e necessarie - c’è anche quella del gioco pubblico, sempre in ottica di tenuta dei conti pubblici e di competitività del Paese. Nella speranza generale, tra gli addetti ai lavori, che si possa iniziare a parlare anche di questo capitolo già nei prossimi mesi.

Alla ripresa dei lavori, infatti, subito dopo la pausa estiva, è in agenda il varo di riforme strutturali ritenute prioritarie da Bruxelles, e che il Governo dovrà cercare di portare ad approvazione entro l’anno. Con la riforma della giustizia civile in testa, che dovrà completare il ciclo di interventi avviati con il faticoso varo di quella del processo penale. Ma altrettanto impegnativo sarà il disegno di legge delega che dovrà avviare il cantiere della riforma del fisco.

Tra gli impegni che il Governo si è assunto con Bruxelles, tuttavia, c’è anche una nuova e aggiornata versione della celeberrima “spending review”, ovvero un programma triennale di riqualificazione della spesa pubblica (con relativo taglio di quella che puntualmente viene definita “spesa improduttiva”) che dovrebbe partire dal 2023.
Diversi sono stati negli ultimi decenni i tentativi (affidati anche ai cosiddetti commissari) per porre sotto controllo la dinamica della spesa corrente. Ora, peraltro, si tratta di adeguare gli obiettivi alla mutata situazione innescata dal Covid. Per una vera (enorme) sfida nella sfida. Con la necessità di passare dai Solito tagli lineari a un’operazione a tutto campo che preveda di sostenere quei settori della spesa ritenuta prioritaria (la sanità in testa ma anche l'investimento in formazione e ricerca) e al tempo stesso di contenere l'aumento di voci di spesa su cui sarà possibile intervenire.

Se il gioco pubblico non potrà mai ambire a ottenere finanziamenti diretti né tanto meno di ottenere ad un beneficio da quella pioggia di miliardi provenienti dall’Europa, di certo però potrà (dovrà) entrare in ballo sulla partita delle coperture e degli equilibri economici. Sapendo che, senza una riforma del comparto, stavolta non potrà più essere garantito alcun gettito. Non più. Non dopo il Covid e dopo gli ultimi rincari che hanno ridotto allo stremo l’intero a filiera. Da qui la necessità (e l’urgenza) ad agire, anche nei confronti di un settore che non può apparire come prioritario.
Siccome l’arrivo delle altre tranche del Recovery Fund è condizionato al rispetto del cronoprogramma (riforme e investimenti) quest’anno non si potranno fare soltanto annunci ma bisognerà rigare dritto e marciare pure di buona lena.

Con l’Italia che dovrà comunque garantire un graduale e credibile percorso di riduzione del debito pubblico, che quest’anno lambirà il 160 percento del Pil. E qui torna in campo nuovamente il mix di riforme e investimenti che, se attuate e realizzate secondo gli impegni assunti con Bruxelles, potranno spingere sul pedale della crescita e dunque garantire la piena sostenibilità del debito pubblico nel medio periodo. Visto che non sono ammessi dunque ritardi nè deviazioni dal percorso concordato. E anche se il nostro Paese gode in questa fare di una grande credibilità, assolutamente senza precedenti, grazie all’autorevolezza internazionale del premier, adesso saranno solo i fatti a parlare.

E le prossime scadenze politiche, dalle elezioni amministrative di ottobre all’appuntamento con l’elezione del nuovo presidente della Repubblica all'inizio del 2022, non dovranno andare ad intaccare quel patrimonio di credibilità conquistato a fatica negli ultimi mesi. Da qui un invito alla politica a ragionare e ad adottare tutta quella dose di buon senso che non è mai riuscita ad applicare fino ad oggi nei confronti del gioco. Che lo faccia almeno nei confronti dell’intero Paese.

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